Curiosità sulla talea.

La tecnica della talea (la parola è un sostantivo latino con lo stesso significato), è a tutti nota ed utilizzata largamente per la sua “facilità d’uso” allo scopo di riprodurre certi tipi di vegetali.

Anche solo nei siti internet si trovano spiegazioni e metodi anche complicati e finalizzati ad ottenere il massimo successo nella sopravvivenza del rametto usato per ottenere una nuova pianta.

La natura però è più “sprecona” e presenta una grande varietà di casi in cui genera “naturalmente” talee anche quando si è in presenza di una scarsa probabilità di sopravvivenza.

Nella mia limitatissima esperienza mi sono imbattuto in casi, probabilmente estremi, che sono particolarmente curiosi e che desidero condividere con voi.

Ricordo una talea involontaria che ha la seguente storia.

Dopo la costruzione di un muro di cinta di un giardino su un ondulato terreno collinare, si presentò il problema di colmare un buco, abbastanza profondo,  che era rimasto aperto alla fine dei lavori.

All’inizio fu riempito di quanto era disponibile al momento cioè calcinacci, bottiglie rotte e altri residui finalizzati anche a costituire uno strato drenante. Alla fine fu aggiunto anche un fascio di rami di vite di “Moscato d’Amburgo”, ottenuto dalla potatura primaverile di una vite, e che fu poi ricoperto da un congruo spessore di terra.

Il tutto finì lì, col terreno livellato, l’erbetta in crescita, senza ulteriori avvenimenti fino alla primavera successiva. A questo punto fu evidente che stava succedendo qualcosa di inaspettato: infatti durante quel periodo comparvero germogli di vite fuoriuscenti dal terreno; ci si domandò da dove venissero finché fu chiaro che si trattava dei germogli di quella ramaglia di “Moscato d’Amburgo” che era stata interrata.

Rimasi incuriosito dal fenomeno ed attesi la sua evoluzione aspettandomi il rapido appassimento dei germogli stante sopratutto l’infelice strato di materiale in cui si erano sviluppate le radici.

Fui oltremodo sorpreso nel constatare che i germogli continuarono a svilupparsi in modo normale secondo quanto previsto dalla natura.

Attualmente questa pianta di vite è normalmente produttiva e mi sconcerta il pensare che le sue radici affondano in un misto di terra ma anche di calcinacci e vetri rotti.

Si deduce che quella talea involontaria ha radicato in condizioni che nei manuali non sono neanche prese in considerazione anche solo da un punto di vista teorico. Ritengo tuttavia che non sia certamente consigliabile di fare attecchire talee sui vetri rotti ma evidentemente la natura manifesta della capacità di adattamento inaspettate.

Altro caso.

Quando sfoltisco i bonsai in genere tengo i rametti migliori per farne talee.

La mia tecnica è del tutto elementare  e consiste nel porre i rametti in un vasetto pieno d’acqua senza nessun altro additivo, aspettando che mettano radici.

Faccio questo indipendentemente dalla stagione, quindi affrontando maggiori rischi di insuccesso nella stagione autunnale, tenendo conto del fatto che tengo generalmente i vasetti all’esterno.

In genere i rametti che metto nell’acqua si comportano in modi diversi che consistono essenzialmente in due casi: morire entro pochi giorni o sopravvivere mantenendo le foglie vive e lucide.

Quando sopravvivono, si entra in un campo in cui il tempo di emissione delle radici diventa quanto mai incerto. In genere in un paio di settimane compaiono sulla parte inferiore del rametto delle escrescenze bianche che successivamente danno origine alle radici, come è ben visibile nella fotografia seguente.

Talea

Però succedono anche casi, tutt’altro che rari, in cui il tempo diventa molto lungo, intendo parlare di settimane, prima che compaiano radici. Comunque non ho mai buttato via una talea “lenta” e sono sempre stato a guardare come sarebbe andata a finire.

In un tardo autunno un rametto indiscutibilmente vivo e con le foglie carnose e lucide si mantenne vivo a lungo senza mettere radici, ma si mantenne vivo anche quando l’acqua gelò.

Anche questa volta sono stato a vedere come sarebbe andata a finire.

Ho seguito il fatto con molta attenzione in quanto secondo me ci si era introdotti in un campo del tutto inesplorato. Comunque, per farla breve, non sono intervenuto sul fenomeno e l’ho lasciato evolvere naturalmente. Quando il tempo cambiò e sopravvenne la primavera, quindi dopo qualche mese (!!!) il rametto generò la radici ed oggi è un alberello come gli altri.

Non mi risulta dalla letteratura di un caso del genere che comunque a me è capitato.

Un altro caso curioso consiste nel fatto che una volta ho tenuto un rametto bruttissimo costituito da un nodo di più rametti diritti e disposti senza un ordine apparente ed in modo sgradevole. L’ho tenuto proprio come sfida per vedere cosa sarei riuscito a fare.

Anche questo rametto generò le radici e lo posi a dimora in un normale vasetto pieno di terra, come negli altri casi.

Dopo qualche mese di sviluppo l’alberello fece seccare, per proprio conto,  alcuni dei suoi rametti lasciandone solo alcuni altri, rendendo il tutto di aspetto migliore ed avvicinandosi allo standard di forma degli altri miei alberelli. Praticamente prima che intervenissi io ha operato da solo delle potature con finalità estetiche, evidentemente senza nulla di intenzionale, comunque in modo da raggiungere un miglioramento.

Adesso sta crescendo regolarmente.

Nella foto successiva è riportata l’immagine di una talea di robinia con una radice insolitamente lunga per i miei standard.

Talea

Infatti quando la radice, o le radici, sono lunghe un paio di cm pongo la talea in vaso e la faccio crescere. In questo caso invece ho lasciato crescere le radici, ma il risultato pratico non è variato.