bonsai

Che spavento, il bonsai di robinia (prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi)

Che spavento, il bonsai di robinia (prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi)

A Marzo tutte le pianticelle del mio parco bonsai, che avevano perso le foglie nell’autunno precedente, cominciarono a ingrossare le gemme latenti della nuova vegetazione.

Chi più rapidamente chi meno rapidamente resero sempre più visibili le future foglie. Proprio tutte le pianticelle? Sì, almeno così mi sembrava. Invece, prestando maggior attenzione, mi accorsi che la “celebre” robinia non dava segni di risveglio. Ad un certo punto, visto che tutte le altre piante erano decisamente entrate nelle primavera, avevo un termine di paragone per constatare che la robinia era, almeno apparentemente, morta. Il fatto diventava ogni giorno sempre più preoccupante, perché, ad una attenta osservazione, i rametti della robinia erano secchi e striminziti. Ciononostante, forte della mia convinzione che prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi, ho continuato ad accudirla.

Infatti, dopo un altro mesetto, sono cominciate a comparire microscopiche gemme che col passare del tempo si sono rinforzate  e si sono allargate.

Adesso, a maggio, la pianticella si presenta in buone condizioni ed è apparentemente normale ed ho tirato un respiro di sollievo per lo scampato pericolo. Però mi sono permesso di fare alcune considerazioni sui vegetali con cui sembra molto difficile entrare in comunicazione.

Riferendomi alla mia robinia che ormai ha 5 anni, ho constatato che la pianta, ora, è ricca di fogliame ed è circondata da una letteratura che ne ha descritto le caratteristiche in modo di cui comincio a dubitare.

Negli anni passati mi aveva generato problemi che mi avevano convinto che la pianta non era così disinvolta nell’affrontare situazioni anche solo un poco fuori dal normale.

Robinia bonsai

Infatti, anche in questo frangente, questa pianta di cui si legge che è robusta e di poche pretese si è rivelata invece delicata e capricciosa; o è solo la mia a comportarsi così?

Ad ogni buon conto, nel mio “parco” è la pianta che mi ha sempre dato più preoccupazioni. Non sopporta l’asciutto, non tollera il terreno troppo umido e adesso fa anche la schizzinosa a risvegliarsi!

Prendiamola così come è e vediamo di convivere in pace. Anche perché nell’autunno scorso, in campagna, mi sono imbattuto in un alberello di robinia nato nell’anno e che era stato malamente calpestato  e si trovava in pessime condizioni. Comunque lo spirito caritatevole si è chinato verso questo sfortunato vegetale, lo ha raccolto e lo ha trapiantato in un vaso, che è stato lasciato in campagna. La situazione “medica” secondo me era di “prognosi riservata” , per cui non mi sono fatto soverchie illusioni per il futuro.

In questa primavera alla mia prima visita in campagna ti trovo l’alberello, che era stato quasi morente, in splendide condizioni con un bel fogliame sia pure su una struttura del tronco irregolare e che aveva palesemente  sofferto. A questo punto però mi sono chiesto: chi crede di essere questa mia robinia casalinga che mi genera tutti questi grattacapi a fronte di un rustico alberello malamente curato che si è passato tutto l’inverno alle intemperie senza fiatare e che è germogliato senza problemi?

Misteri della natura; evidentemente  anche le piante hanno un carattere.

Robinia bonsai

Bonsai umili

Bonsai

Chi non ha mai ammirato queste miniature di alberi in mostre, saloni o scuole “verdi”?

Ciascuno ha certamente gustato le forme accattivanti di questi vegetali, alle volte molto anziani come età. Le varie essenze in mostra inoltre conferiscono la sensazione che l’applicazione di questa tecnica sia estendibile a molte varietà di vegetali.

In realtà esistono varietà di alberi che sono più idonee di altre ad essere miniaturizzate. La riduzione delle dimensione dipende dalla scuola a cui si riferiscono i trattamenti degli alberi che si osservano.

Nelle mostre quindi vengono esposti esemplari delle varietà più facili da ridurre, indipendentemente dalla scuola secondo i cui dettami sono state realizzate le opere esposte.

Esiste anche un’altra considerazione che va tenuta in conto: generalmente nelle mostre e nei negozi vengono esposte le realizzazioni migliori.

Ma basta andare a visitare i vivai specialmente in oriente, Cina, Giappone e Vietnam in particolare, per rendersi conto che ci sono anche esemplari che non soddisfano appieno gli obbiettivi dei giardinieri e che pertanto non raggiungono il livello di perfezione atteso. Non si tratta di scarti ma certamente di esemplari di qualità ridotta in relazione agli esemplari considerati perfetti.

Ritengo che questa classificazione sia da vedere come esclusivamente commerciale in quanto ognuno di questi alberi ha subito praticamente gli stessi trattamenti e quindi sono tutti gustabili proprio come bonsai.

Fra queste realizzazioni minori, bonsai umili come li chiamo, si possono anche vedere tentativi realizzati su essenze diverse da quelle tradizionali, su cui le tecniche sono state messe a punto e successivamente perfezionate negli anni, o meglio nei secoli. Comunque si tratta sempre di verietà di vegetali diffuse nelle aree considerate.

Personalmente mi diletto da qualche anno, a farmi dei bonsai con una tecnica raffazzonata da libri, senza un maestro, e comunque rivolta all’utilizzo di varietà vegetali inconsuete ma comuni nel nostro territorio.

In particolare ho realizzato due tipi di bonsai partendo da una varietà di edera largamente diffusa da noi e senza fare selezioni apriori.

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Si tratta di due alberelli uguali in una coppia di vasi uguali.

Nel 2013 questi bonsai raggiungeranno l’ancora tenera età di 5 anni, e si presentano comunque in buona salute, facendo bene sperare per il futuro.

I vasi sono cinesi, uguali, sagomati, di 10 cm per 10 e profondi 8 cm.

Li tratto ad alberello, e dal momento che l’edera cresce sempre ( non d’inverno) e specialmente in primavera e in tarda estate, occorre intervenire spesse volte durante l’anno per ridurre le chiome che crescono in modo esuberante e tendenzialmente incontrollato.

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Questa varietà di edera è molto robusta e va tenuta all’aperto anche d’inverno, al più sotto una piccola serra, commerciale, di teli trasparenti.

Questo non toglie che in occasione di una visita di conoscenti, questi vasetti possano essere traferiti all’interno dell’alloggio ad allietare con la loro grazia un mobile o un tavolinetto. Personalmente li adopero abbastanza spesso per abbellire la tavola apparecchiata durante riunioni conviviali con amici.

Con la stessa varietà di edera ho realizzato anche un bonsai a cascata, che può essere trattato in vari modi a secondo del gusto personale.

Anche in questo caso il vaso è di origine cinese, ha il diametro di 8 cm ed è profondo 6.

bonsai di edera

bonsai di edera

 

Il fusto può essere tenuto appoggiato ad una superficie oppure può essere lasciato sospeso nel vuoto, magari tendendolo con un peso leggero, lasciadogli raggiungere la lunghezza desiderata.

In questo caso, una volta raggiunta la lunghezza desiderata, continuando a tenerlo teso col pesino, il bonsai continua a crescere ripiegandosi verso l’alto con un gomito curvo ottenendo un ulteriore effetto.

Una volta che la lunghezza del lato verticale ha raggiunto l’estensione opportuna si può togliere il pesino perchè l’alberello si è ormai stabilizzato in quella configurazione.

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Nel caso delle fotografie qui riportate l’estensione della parte ripiegata del tronco è di circa 25 cm e il tronco è lasciato libero di appoggiarsi ad un piano o a pendere liberamente nel vuoto. La sua età è di un anno inferiore a quella degli alberelli.

In entrambi i casi degli alberelli qui esposti, sono partito da punte di rami di edera già un po’ legnosi mentre nel caso della realizzazione a cascata ho tagliato un ramo più tenero.

Successivamente i rametti sono stati posti in acqua fino a quando la lunghezza delle radici è stata ritenuta idonea per il trapianto in terra.