Alberi e piante

Keukenhof, i tulipani, il sogno

Keukenhof, i tulipani, il sogno

Per appena otto settimane all’anno, a mezz’ora di auto da Amsterdam, il parco di tulipani di Keukenhof apre i suoi cancelli, consentendo ai comuni mortali di dare una sbirciatina ai colori del paradiso.

Keukenhof tulipani

Keukenhof si presenta come “il più bel giardino di primavera al mondo” e lo è davvero.

Keukenhof tulipani

Qui milioni e milioni di narcisi, giacinti, muscari e, soprattutto, tulipani inondano ettari di prati, materializzandosi in un caleidoscopio dallo splendore abbacinante, nonostante la pioggia imminente.

keukenhof

Keukenhof tulipani

Keukenhof tulipani

All’ingresso principale, tre sorridenti damigelle in costume secentesco olandese distribuiscono le cartine del parco.

Keukenhof tulipani

I padiglioni si fregiano dei nomi più blasonati dei Paesi Bassi: “Oranje Nassau”, “Willem-Alexander”, “Beatrix”, “Wilhelmina”, “Juliana”, “Irene”. C’è una mostra dedicata alla tulipomania. Non può mancare, naturalmente, “the Mill”, l’iconico mulino olandese, posto sulla linea del confine est del parco, al di là della quale si estendono, a perdita d’occhio, pianeggianti campi di tulipani, disposti in settori perfettamente rettangolari, in base al colore, a formare una immensa serie di strisce, come in una bandiera.

Keukenhof tulipani

Alla fine di aprile, quando vi giunge il blog-trotter di Curiosando in giardino, i settori a ridosso di Keukenhof (quest’anno, stando alle foto della guida, dovevano essere bianchi e azzurri) sono ormai spogli perché i tulipani che li occupavano sono stati raccolti.

Keukenhof tulipani

Dalla terrazza sul mulino, però, si possono ammirare le “strisce” più lontane dal parco ma egualmente meravigliose, nei loro rispettivi colori (giallo, rosso, rosa, arancione).

Keukenhof tulipani

All’interno del parco, le geometrie squadrate dei campi esterni lasciano il posto a coreografie morbide e avvolgenti.

Keukenhof tulipani Keukenhof tulipani Keukenhof tulipani

La fioritura dei tulipani è al suo culmine. Canali d’acqua trasparenti e fiumi di turgide e variopinte corolle scorrono avvinghiati in un abbraccio potente e dolcissimo, proiettando il visitatore in una dimensione onirica in cui si possono percepire la voce e il movimento dei fiori. Tutto il resto, attorno, tace e si ferma.

Keukenhof tulipani Keukenhof tulipani Keukenhof tulipani

Per un momento – lungo forse un secondo, forse un secolo – si è sbalzati nell’Iperuranio accanto a Gaiezza e a Bellezza, per sentirne il sussurro, per scoprirne i giocosi segreti, per imbibirsene l’anima.

Keukenhof tulipani

Solo otto settimane. Poi il parco di Keukenof chiude di nuovo al pubblico per le successive quarantaquattro, durante le quali le mani sapienti di decine di giardinieri preparano, ancora e ancora, il sogno che verrà.

Keukenhof tulipani

Keukenhof tulipani

God save the Garlic – L’ aglio sull’isola di Wight

God save the Garlic – L’ aglio sull’isola di Wight

Nelle campagne verdissime attorno alla piccola città di Newchurch, sull’isola di Wight, gli amanti della floricoltura e della cucina possono trovare un luogo davvero unico, dove l’aglio è celebrato in tutte le sue forme.

aglio

Il blog-trotter di Curiosando in giardino è stato guidato in questo luogo da intensi stimoli olfattivi che si percepiscono a chilometri di distanza, anche nel bel mezzo di una zona boschiva.

aglio aglio

Sarebbe riduttivo definire la Garlic Farm come una semplice fattoria.

aglio

Certo, ci si trova indiscutibilmente in una fattoria, dando un’occhiata agli ospiti piumati o pelosi.

aglio

aglio

Diciamo, però, che questa fattoria è una vera e propria monografia dedicata all’aglio – anzi, agli … agli, visto che ce ne sono di moltissime specie, coltivate in bell’ordine e indicate con utili cartelli esplicativi.

aglio aglio aglio

Non manca neppure una sala didattica completa di grafici e disegni che illustrano le nozioni botaniche di base su questa diffusissima pianta.

aglio

Le varie specie di aglio (nome latino Allium) fanno parte della famiglia delle Liliaceae: come dire, in pratica, che l’aglio e il giglio sono cugini (sarà proprio casuale la comunanza di fonema?). Sì, il giglio, quel così nobile fiore eletto a simbolo dei casati più blasonati, ha un parente di campagna, altrettanto famoso ma assai meno pretenzioso. Se si osserva, tra maggio e luglio, la lunga e spettacolare fioritura dell’aglio, la parentela non stupisce.

aglio

L’aglio si presta bene a decorare aiuole e vasi.

aglio

I bulbi d’aglio, si sa, oltre che organi propagatori della pianta, sono una presenza indispensabile in tutte le cucine del mondo.

aglio aglio

Vi sono, poi, riviste, libri e blog interamente dedicati alle molteplici e miracolose proprietà curative dell’aglio, antibatterico, antipertensivo, antimicotico. I giardinieri sanno che i bulbi di aglio sotterrati nei pressi dell’apparato radicale delle piante di rosa tengono lontani gli afidi dalla regina dei fiori.

Insomma, aglio nobile, benefico e persino bello. Allora: Dio salvi l’aglio!

Il giardino di rose, Napoleone e il pittore

Il giardino di rose, Napoleone e il pittore

Nei primi dell’Ottocento, i Francesi e, soprattutto, l’imperatrice Josephine, moglie di Napoleone, hanno dato forte impulso al giardino di rose. L’imperatrice Josephine ha collezionato rose per i suoi giardini al Castello della Malmaison dal 1805 al 1810. Questa collezione ha fatto sì che i Francesi, e in particolar modo i Parigini, sviluppassero una vera e propria cultura per le rose che ha condotto ad alcuni dei lavori più importanti in materia di ibridazione della rosa proprio durante i primi anni del diciannovesimo secolo.

Giardino di rose

Lo scrittore francese, De Pronville, ha affermato che nel 1814 c’erano solo circa 182 varietà di rose, ma entro la metà del secolo, grazie al grande interesse per la rosa e all’ampio utilizzo delle tecniche di ibridazione, le varietà sono divenute oltre seimila.

Giardino di rose

Il giardiniere dell’imperatrice Giuseppina era un francese di nome Dupont ed egli, assieme a Vilmorin e Descement, fu tra i primi coltivatori di rose da seme.

Giardino di rose Giardino di rose

L’imperatrice Josephine aveva nella sua collezione oltre 150 cultivar diverse di rosa Gallica e la Gallica era considerata un “tesoro” dai vicini Inglesi, nel periodo della Reggenza.

Giardino di rose Giardino di rose

Quando gli eserciti antinapoleonici entrarono a Parigi nel 1815, il giardino di Descement conteneva 10.000 piantine di rose che il grande orticoltore Jean-Pierre  Vibert riuscì a salvare e a portare nel proprio giardino sulla Marna nella campagna francese.

L’obiettivo dell’imperatrice Josephine era quello di collezionare nei giardini della Malmaison, con rigore scientifico, oltre che con passione estetica, ogni specie di rosa conosciuta. Napoleone aveva quindi incaricato la Marina Francese di raccogliere tutte le piante e i semi di rose in quasiasi parte del mondo. In un solo anno, Josephine spese anche una somma astronomica presso vivaisti inglesi, benché la Francia fosse in guerra contro la Gran Bretagna. Nonostante il blocco navale, l’Ammiragliato britannico concesse un salvacondotto ad alcuni florovivaisti per consegnare nuovi esemplari di Rose Cinesi alla Malmaison. I famosi vivaisti inglesi Lee & Kennedy vennero assunti dall’imperatrice per assisterla nella piantumazione di nuove aree del suo giardino di rose.

Giardino di rose

La moda del giardino di rose ben presto esplose presso le fasce più alte della società francese: la più temibile rivale dell’imperatrice in questo campo era la contessa di Bougainville. Ma il culto del giardino di rose non si fermò in Francia e oltrepassò la Manica. Ben presto in Europa il commercio di rose ebbe un ruolo economico rilevantissimo anche se, probabilmente a causa dei conflitti in corso, non si ripeté il fenomeno Seicentesco della tulipomania (vedasi su questo blog l’articolo Buon Compleanno, Signor Tulipano!).

Dupont trasmise questa preziosa eredità ad Alexandre Hardy, che ha operato presso i Giardini del Lussemburgo.

Giardino di rose

Per tutto il diciannovesimo secolo furono coltivate molte varietà di meravigliose, sontuose, resistenti rose antiche con nomi evocativi come Madame Hardy, Felicite Parmentier, Cardinal Richelieu, La Ville de Bruxelles, Tour de Malakoff.

Giardino di rose

Ma la ragione della popolarità del giardino di rose della Malmaison deve anche ricercarsi nell’opera del pittore Pierre-Joseph Redouté, pittore belga, di Saint-Hubert (nel cuore delle Ardenne), che illustrò i capolavori floreali dell’imperatrice offrendoli, nel loro splendore, a tutte le generazioni future. Il lavoro di Redouté, Les Roses, è stato completato dopo la morte di Josephine: i tre volumi di illustrazioni a stampa, realizzati tra il 1817 e il 1824, costituiscono una delle più belle e importanti opere librarie mai pubblicate sulle rose e, con il commento del botanico Claude-Antoine Thory, sono divenuti il testo di riferimento per le rose per molti decenni. Ancora oggi, i volumi del Redouté sono utilizzati per catalogare le varietà di rose antiche.

Giardino di rose

Anche dopo l’esilio e la morte di Napoleone, Redouté ha continuato a dipingere per Louise-Philippe, il nuovo re Borbone, nel 1830. Redouté è morto nel 1840 a ottantuno anni mentre stava dipingendo un giglio. Molte delle “sue” rose vivono ancora oggi nei nostri giardini.

Giardino di rose

Il vischio, generoso parassita

Il vischio, generoso parassita

Ventuno dicembre, data del solstizio d’inverno. Proprio in questo giorno, il più corto dell’anno, il sole ricomincia a crescere e la luce che irraggia la terra, fecondandola di vita, aumenta gradualmente fino a rinnovare il risveglio primaverile. Dal solstizio invernale in poi, le giornate si allungano.

vischio

Il Sole qui, nel solstizio, ha il suo natale. Il solstizio d’inverno ha, nella pianta del Vischio, sin dai tempi dei Celti, il suo antico simbolo.

vischio

I Celti consideravano il vischio un prezioso dono degli dei in quanto privo di  radici e destinato a crescere, come parassita, sul ramo di un’altra pianta. L’immaginario collettivo celtico riteneva che il vischio nascesse là dove era caduta la folgore: simbolo di una discesa della divinità e, dunque, di immortalità e rigenerazione. Ma che questa leggenda celi una realtà è comprovato da un interessante esperimento. Se in primavera si tagliano, una ad una, tutte le foglie di un albero, questo muore; ma se lo stesso albero ospita un vischio, anche ripetendo l’operazione per più anni di seguito, resta sempre in vita: segno che il vischio lo nutre, svolgendo la fotosintesi per lui. E dal parassitismo si passa allora alla collaborazione e alla simbiosi. Non a caso i Celti attribuivano al vischio numerose proprietà curative, immergendolo nell’acqua destinata a chi volesse guarire o preservarsi da qualche malattia o sortilegio. In effetti il vischio è stato ampiamente utilizzato dalle tecniche erboristiche tradizionali come forma di rimedio naturale per emicrania e crisi epilettiche. Ma uno degli aspetti più utili del Viscum Album (questo il nome scientifico della magica pianta) è la sua favolosa capacità di contribuire a stimolare il sistema immunitario. Questa sua caratteristica rende il vischio come una pianta naturalmente inibitrice della formazione di cellule cancerose.

vischio

Ispirazione d’Artemisia

Ispirazione d’Artemisia

Artemisia: nel linguaggio dei fiori simboleggia la beatitudine. Nella storia dell’arte è la tormentata e carnale pittrice caravaggesca. “Artemisia Gentileschi, dal nome favoloso e serico come le pitture del padre, ci pare l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità; da non confondere adunque con la serie sbiadita delle celebri pittrici italiane” (da “Padre e figlia” di Roberto Longhi, 1916).

Artemisia Gentileschi

Ricetteconlerbette del vostro Vittorio Fiorucci trae spunto dal nome della grande pittrice seicentesca per parlarvi dell’artemisia.

Al genere dell’artemisia appartengono un gran numero di piante (oltre duecento specie), tra le quali vanno ricordate l’assenzio (“wermut” in tedesco, da cui deriverà poi il nome vermouth/vermut per i preparati a base di assenzio) e il genepy (erba alpina distillata in un ottimo liquore digestivo). 
Nelle rive della pianura piemontese, ma in generale, in tutto il territorio italiano, si possono trovare numerose variazioni di questa specie, cresciute spontanee e riconoscibili per il caratteristico odore di vermuth sprigionato dalle foglie. L’artemisia o assenzio o erba madre o erba amara è una pianta erbacea aromatica perenne, d’altezza molto variabile, da 20 a 150 cm, a seconda del tipo di terreno, presenta una colorazione della lamina fogliare differente nelle due pagine: verde quella superiore, grigio biancastra quella inferiore. Le foglie sono picciolate, lobate, e di consistenza setosa per la fitta peluria che le ricopre. Quelle basali sono più grandi e molto frastagliate. I fiori gialli e tubolari sono riuniti in grappoli. Il frutto è un achenio liscio privo di pappo. La radice è un rizoma duro e ramificato. Il portamento è cespuglioso con steli eretti, molto ramosi nella parte terminale. L’odore forte e molto aromatico è d’aiuto nel riconoscimento.

artemisia artemisia artemisia

Fioritura: dalla primavera all’autunno.

Habitat: cresce, infestante, su suoli preferibilmente umidi, presso ruderi, incolti, scarpate e bordi di strade, indifferente al substrato.

Parti da utilizzare: le foglie e le infiorescenze. Possiamo raccogliere l’assenzio due volte l’anno: al termine della primavera ed in autunno. Spiccheremo le cime fiorite che emanano un aroma chiaramente percepibile. Le metteremo a seccare legate in mazzi all’ombra di un portico, oppure se la stagione non è adatta in forno appena tiepido. In mazzi freschi o seccati possono essere usati anche come valido repellente per allontanare le zanzare dalle finestre.

Proprietà: aromatiche, digestive, balsamiche, cicatrizzanti, stimolanti, antisettiche, antispasmodiche, espettoranti e neurotoniche.
Ippocrate la consigliava per far espellere la placenta e Dioscoride per accelerare il parto. Nell´immaginario antico rientrava tra quelle piante adatte a combattere l´epilessia.

Uso popolare: È la base aromatica principale nella preparazione del vermouth (che è il nome tedesco dell’Artemisia maggiore). L’assenzio fu il simbolo del modo di vivere bohemienne ed era la bevanda preferita di artisti famosi come ad esempio Vincent Van Gogh, Toulouse Lautrec ed Ernest Hemingway, che bevevano l’estratto d’assenzio per favorire l’ispirazione artistica. Hemingway dichiarava di amare tale bevanda per i suoi effetti di far cambiare le idee. La bevanda liquorosa fu messa al bando nel periodo della monarchia italiana e rimane tuttora illegale in paesi come gli USA.

Coltivazione: pianta originaria dell’Europa e del Nord Africa, l’assenzio sembra essersi giovato della vicinanza dell’uomo più di altre piante spontanee, infatti in natura non è semplice reperirlo, ma abbellisce non pochi giardini. Non è difficile trovarlo in vivaio dove si è in vendita in barbatelle per nuovi impianti. Ama il terreno ricco, capace di sostenere l’abbondante vegetazione, senza ristagni d’acqua, predilige gli incolti o, meglio, i terreni abbandonati, anche ricchi di scheletro o sassosi, sa adattarsi passando dal suolo argilloso a quello siliceo, ma riesce meglio in terreno leggero. L’esposizione ideale è in pieno sole. La propagazione dell’assenzio può avvenire per semina, in aprile, da effettuarsi in semenzaio con un letto di semina formato da terreno ricco e leggero. Dopo due mesi si trapiantano i giovani soggetti a debita distanza tenendo conto dello sviluppo che avranno, è importante scegliere soltanto quelli più vigorosi. Si può ricorrere anche alla propagazione per via vegetativa ricorrendo alla divisione dei cespi in autunno. L’assenzio non richiede concimazioni se il terreno è adatto e si accontenta dell’acqua meteoriche.

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In cucina, le foglioline dell’artemisia comune, ancora fresche e succose hanno in primavera un aroma fresco e delicato, si possono aggiungere alle insalate oppure si possono tritare e mescolate a uova e formaggi per una torta salata. L’artemisia viene utilizzata anche aggiunta al condimento di carni più grasse come anatra, oca o maiale.

TORTA con l’ARTEMISIA TIPICA VERONESE.

Ingredienti

150 gr zucchero

4 uova intere

1 tazzina di olio d’oliva

scorza grattugiata e succo di mezzo limone

200 gr farina

½ bustina di lievito per dolci

Artemisia tritata (circa 100 gr)

Zucchero a velo per decorare

Preparazione

Montare le uova con lo zucchero. Unire l’olio e mescolare delicatamente facendo attenzione a non  smontare il composto. Aggiungere poi il sale, la buccia e il succo del limone, la farina setacciata, l’erba madre tritata e il lievito unito con un po’ di latte. Imburrare e infarinare uno stampo e versare il composto ottenuto. Cuocere a 180° per circa 30 minuti.

artemisia

Borragine tra poesia, giardinaggio e cucina

Borragine tra poesia, giardinaggio e cucina

Pòrto d’erbe

Ò misso e reixe attorno à ste muagge, 
- comme a lélloa – à sti seggi, à sti cianelli; 
frusto guanti, stivæ, sappe, rastelli, 
inte ‘nna tæra tutta tarso e scagge;

ligo a-e carasse, con bäseu e piccagge, 
faxeu, tomate, erbeggia;

pe-i öxelli 
in sce laituga, baxaicò, merelli 
metto rê, spaghi, speggi e ätre bagagge.

Vaddo p’erbe, talegue, radiccion, 
crescion, bonòmmi, sciscèrboe, boraxi; 
scerbo gramigna, leuggio, scioùa d’òrto;

çenn-o con ‘n euvo e ‘n pò de preboggion: 
scòrdo do mondo coæ, bæghe, ravaxi 
into refugio e a paxe do mæ pòrto.

Porto d’erbe – Misi le radici attorno a questi muri – come l’edera – a questi rialzi di terreno, a questi pianori, consumo guanti, stivali, zappe, rastrelli, in una terra tutta terreno friabile e scaglie; lego ai pali, con rami di salice e fettucce, fagioli, pomodori, piselli; per gli uccelli, su lattuga, basilico, fragole, metto reti, spaghi, specchi e altri arnesi. 
Vado in cerca d’erbe, radicella, radicchio, crescione, cicerbite, borragine; estirpo gramigna, loglio, fioritura d’orto; ceno con un uovo e un po’ di verdura bollita: dimentico lo voglie le beghe, i trambusti del mondo nel rifugio e nella pace del mio porto.

(Carlo Costa, poeta chiavarese – 1919-2000)

Dopo la pausa estiva, la rubrica di Curiosando in Giardino “Ricetteconlerbette” del vostro Chef Vittorio Fiorucci vi propone qualche riflessione (poetica, botanica e culinaria) sulla borragine.

La borragine (o borago officinalis) è una pianta annuale, con radice a fittone e ramificata; il fusto, eretto, carnoso, è rivestito di peli bianchi e rigidi. Le foglie basali sono di forma ovale-allungata mentre quelle del fusto sono più strette e appuntite. I fiori, dotati di lungo peduncolo, sono a forma di stella e di colore azzurro intenso.

Borragine o borago officinalisFioritura: pressoché tutto l’anno.

Habitat: terreni incolti, zone ruderali e lungo le strade.

Parti da utilizzare: le foglie e i fiori.

Proprietà: diuretiche, depurative, sudorifere, espettoranti, antinfiammatorie.

Uso popolare: le foglie giovani vengono usate in cucina sia crude sia cotte; quelle tenerissime sono perfette per le insalate. Quelle più adulte per minestre, risotti, frittate e frittelle. I fiori, molto buoni, si possono consumare crudi, da soli o in insalate miste.

Coltivazione: la borragine è una pianta rustica, capace di allietare un angolo del giardino o del balcone con una miriade di fiorellini di un bell’azzurro intenso. Non necessita di particolari cure (e, anzi, è un’infestante), se non regolari annaffiature nei periodi pù caldi. Sopporta male il trapianto e quindi è meglio seminarla scegliendo in primavera un luogo assolato (o, al più, mezz’ombra). Il terreno deve essere ben drenato, fertile e soffice. A sole otto settimane dalla semina si può già iniziare la raccolta delle foglie. Se coltivata in vaso, il contenitore deve essere capiente con un drenaggio molto curato. All’arrivo dei primi freddi la pianta seccherà: quindi  si possono raccogliere i semi per riseminarla in primavera.

Borragine o borago officinalis

Frittelle di Borragine

Fate scottare in acqua bollente salata, per poco tempo, foglie grandi di borragine. Fatele asciugare bene sopra un panno pulito, avendo l’accortezza di setnderle bene. Farcitele con un listello di formaggio fresco, meglio se di pecora, ed un filetto di alice salata. Avvolgete la foglia in modo da formare un involtino che chiuderete con uno stuzzicadenti. Immergete gli involtini in una pastella precedentemente preparata con acqua e farina e friggeteli. Consumateli caldi dopo avere fatto asciugare l’olio di cottura.

Cappellacci con Borragine, Burro e Salvia

Ingredienti per la pasta: 225 gr. di farina 0; 75 gr. di farina di grano duro; 3 uova; sale.

Ingredienti per il ripieno: 1 kg. circa di borragine; 2 salsicce; 3 hg. di ricotta; 1 cipolla; parmigiano grattugiato; olio extra vergine di oliva; sale e pepe.

Ingredienti per il condimento: 1 hg. di burro; foglie di salvia; noci tritate a piacere.

Scottate la borragine in poca acqua bollente e poi strizzatela bene. Fate appassire in poco olio la cipolla tritata finemente, unire la salsiccia spezzettata e fate insaporire alcuni minuti. Aggiungete la borragine tritata. Fate asciugare, salate e pepate.

Amalgamate la borragine, la ricotta e abbondante parmigiano grattugiato. Preparate e stendete la pasta in due sfoglie rettangolari. Disponete a distanza regolare il ripieno a mucchietti, sovrapponete l’altra sfoglia e ritagliate con l’apposito attrezzo i cappellacci. Lessateli in abbondante acqua salata, scolateli al dente e conditeli con burro fuso insaporito alla salvia. Spolverate, infine, con parmigiano, aggiungendo a piacere le noci tritate.

Buona raccolta e … buon appetito!

Borragine o borago officinalis

L’arancio selvatico detto anche melangolo o merangola

L’arancio selvatico detto anche melangolo o merangola

Nell’alba triste s’affacciano dai loro
 sportelli tagliati negli usci i molli soriani 
e un cane lionato s’allunga nell’umido orto
 tra i frutti caduti all’ombra del melangolo (Eugenio Montale, Elegia di Pico Farnese).

Arancio amaro o melangolo o merangola

La pianta della merangola (o citrus aurantium o arancio amaro o melangolo) è un arbusto o piccolo albero, molto ramificato, con chioma rotondeggiante. Le foglie, di colore verde chiaro, hanno la forma ellittica e si divaricano, in prossimità dell’intersezione con il picciolo, in due ali opposte rispetto alla nervatura centrale. I fiori, bianchi, sono molto profumati. I frutti, di colore giallo-arancio vivo, rotondeggianti, hanno la buccia rugosa. Il succo è molto acre e leggermente amarognolo.

Arancio amaro o melangolo o merangola

Fioritura: da aprile a settembre.

Habitat: è specie sempreverde che cresce, anche selvatica, in terreni soleggiati e zone con clima mite in inverno.

Parti da utilizzare: il succo dei frutti, la buccia.

Proprietà: digestive, aromatiche, antispasmodiche, dimagranti.

Uso popolare: il succo è molto apprezzato per aromatizzare bruschette e altre specialità gastronomiche. Con le bucce si preparano marmellate e liquori. Il frutto è coadiuvante nel dimagrimento.

Note: nella zona di Terni molte famiglie coltivavano la merangola nell’orto solo ed esclusivamente per condire i fagioli. I fiori sono utilizzati nel tè, mentre l’olio essenziale ricavato dai fiori viene utilizzato nella preparazione di profumi, liquori e acqua ai fiori d’arancio, utilizzato come aroma per dolci. Nell’aromaterapia, l’olio essenziale viene inoltre applicato sulla pelle oppure inalato per i suoi effetti stimolanti. Sempre l’olio essenziale ottenuto dalla buccia secca viene impiegato come aromatizzante e nei liquori quali il Grand Marnier.

Arancio amaro o melangolo o merangola 

Bruschetta al succo di merangola

Abbrustolite alla brace una fetta di pane casareccio, mettetelo in un piatto, salatelo, aggiungendo poi alcune gocce di succo di merangola e abbondante olio extra vergine di oliva nuovo di frantoio. Volendo, il pane così condito si può rimettere sulla brace in modo da far diventare la bruschetta più croccante. In passato la bruschetta alla merangola veniva offerta nei frantoi oleari ai vari clienti che non la gradivano aromatizzata con l’aglio. Infatti questa pianta, sempre più rara, la troviamo più frequentemente in prossimità dei frantoi oleari della Valnerina ternana.

Arancio amaro o melangolo o merangola

Liquore di Merangola

Mettete in un capiente vaso a chiusura ermetica la buccia di otto merangole avendo cura di togliere la parte bianca e di tagliarle a piccole fettine, assieme a cinque foglie, pulite e lavate. Aggiungete un litro di alcol puro a 95 gradi e 1.200 cl. di acqua. Lasciate macerare per dodici giorni.

Preparare uno sciroppo facendo sciogliere in poca acqua 800 gr. di zucchero aggiungendo 400 gr. di miele d’acacia precedentemente intiepidito in acqua calda.

Quando lo sciroppo è pronto, aggiungetelo al vaso che contiene le merangole e lasciate macerare per altri dodici-quindici giorni. Poi filtrate e chiudete il vaso ermeticamente.

Consumate solo dopo due o tre mesi.

E’ un liquore aromatico e digestivo.

La quantità di zucchero si può aumentare o diminuire, a seconda che il liquore piaccia più o meno dolce.

Arancio amaro o melangolo o merangola

Strigoli

Strigoli

Vellutata di Strigoli

Rosolate mezza cipolla bianca tritata con circa 60 grammi di burro. Unite gli strigoli lessati (mezzo chilo) e fate cuocere per qualche minuto. Unite 50 grammi di farina bianca e amalgamate bene tenendo il recipiente sul fuoco. Aggiungete piano piano il brodo vegetale (circa un litro) e continuate a mescolare. Fate quindi cuocere per 20 minuti circa. Quindi passate il tutto con il mixer ad immersione. Unite sale e una noce di burro crudo (circa 40 grammi) mescolando bene. Unite poi uno o due tuorli d’uovo diluiti con panna da cucina (q.b.). Non fate ribollire di nuovo, altrimenti si formeranno grumi. Servite con crostini di pane passati al forno.

Strigoli

Frittelle con gli Strigoli

In una padella, dopo avere fatto rosolare uno spicchio di aglio in olio extravergine di oliva, cuocete due manciate di strigoli freschi e ben puliti. Nel frattempo, in una ciotola preparate una pastella con farina 00, acqua gassata molto fredda e un pizzico di sale, aggiungendo alla fine del formaggio grattugiato (meglio se di pecora o di capra) e gli strigoli. In una padella antiaderente dove è stato riscaldato un po’ d’olio extravergine di oliva, versate qualche cucchiaio dell’impasto e fate cuocere.

Le frittelle così preparate sono ottime come antipasto.

Strigoli

Gli Strigoli o silene vulgaris sono una pianta erbacea perenne, con fusto eretto alto 50-80 cm. Le foglie, opposte a due a due, sono di forma oblunga, appuntite all’apice, lisce e di colore verde-azzurrognolo. I fiori, di colore bianco o leggermente rosei, hanno il calice rigonfio che a maturazione si apre in sei valve.

Fioritura: marzo-agosto.

Habitat: terreni pietrosi e campi incolti.

Parti da utilizzare: i giovani germogli.

Proprietà: antinfiammatorie e antireumatiche.

Uso popolare: pianta molto ricercata per preparare verdure cotte, frittate, risotti, zuppe e molte altre specialità gastronomiche.

Note: gli Strigoli sono legati ai ricordi infantili di molte persone, specialmente quelle vissute in campagna. Si chiude con le dita l’apertura del calice vescicoloso che, quindi, si schiaccia sul dorso della mano o sulla fronte, producendo un sonoro scoppio, da cui i nomi volgari di Schioppettini e Schioppetti. Il genere Silene comprende numerose specie erbacee spesso coltivate nei giardini come ornamento; alcune di queste non mancano mai nei giardini rocciosi.

Strigoli

Piante alimurgiche

Alimurgiche: piante selvatiche commestibili – edible wild greens – usate in epoca di carestia o di scarsa disponibilità alimentare.

Catalogna, radicchio, indivia, girasoli, topinambur, asparagi selvatici, ortica, pilosella, cicoria o tarassaco, borragine, rucola selvatica ... Chi le conosce, si aggira nei prati con sacchetti e taglierino, per raccogliere e poi cucinare queste piante spontanee a cui un tempo si ricorreva per integrare l’alimentazione quando l’orto, il campo, il mercato o il portafogli non garantivano cibo a sufficienza.

Cappero

Si tratta, in genere, di piante molto ricche di fibre, con un buon contributo in zuccheri a lenta assimilazione, in grado quindi di tenere sotto controllo la glicemia, il colesterolo e i trigliceridi ematici, ma soprattutto incredibilmente ricche di sostanze antiossidanti. E’ utile saper riconoscere le specie commestibili e distinguerle da quelle tossiche, informarsi su dove e quando cercarle e come utilizzarle nella preparazione di antiche specialità gastronomiche.  

Quale maestro di cucina natio delle Terre d’Umbria, spero che i suggerimenti, le indicazioni e i consigli di questa rubrica – Ricette con le Erbette – possano rappresentare uno stimolo per introdurre i meno esperti nel fantastico mondo delle piante e delle erbe spontanee, in modo da conservare quel grande patrimonio storico culturale legato alle tradizioni popolari e, nel contempo, in modo da trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza che lo straordinario ambiente naturale dell’Umbria e del nostro Paese è la più importante risorsa di cui disponiamo. La collaborazione con Curiosando in Giardino è sorta proprio sulla scia di questo amore per l’ambiente e per il verde (e peraltro alcune piante alimurgiche possono essere coltivate in giardino).  

Cominciamo con una ricetta facile facile.

Capperi Salati Sott’Aceto

Raccogliete alcuni boccioli florali di cappero, disponendoli in un piatto e ricoprendoli di sale grosso. Lasciateli quindi macerare per un paio di giorni, quindi poneteli in un vaso dopo avere accuratamente tolto il sale. Nel frattempo avrete fatto bollire a parte, per circa cinque minuti, del buon aceto di vino assieme a qualche foglia di alloro, chiodi di garofano e – se piace – aglio. Quando l’aceto è tiepido, aggiungetelo ai capperi sino a coprirli completamente. La chiusura del vasetto va effettuata solo quando l’aceto è completamente raffreddato. Prima di consumare i capperi, è bene sciacquarli in acqua corrente in modo da smorzare il sapore dell’aceto.  

Cappero

Il Cappero o capparis spinosa è una pianta perenne, con foglie alterne, sub-rotonde od ovali, di consistenza carnosa e di colore verde-azzurrognolo. I fiori sono inseriti all’ascella delle foglie superiori ed hanno quattro grandi petali bianchi con numerosi stami di colore violaceo: il frutto è una bacca ovala o piriforme. Fioritura: maggio-giugno. Habitat: su vecchi muri e in luoghi pietrosi. Parti da utilizzare: i bottoni florali, il frutto. Proprietà: digestive e diuretiche. Uso popolare: i bottoni florali (capperi) sono impiegati per aromatizzare tante preparazioni. I frutti, non maturi, cotti e conservati sott’aceto vengono serviti negli aperitivi. Note: i boccioli, per essere usati, vanno raccolti prima della loro fioritura.

Il cappero si può coltivare in vaso (terriccio universale 33%, terra di campo e sabbia 33% materiale drenante 33%) o in terra piena. Richiede annaffiature abbondanti e lente, a più riprese, e concimazione con pochi (10-15) pellets o granuli di concime (N, K, P) solido o con pochi cl di soluzione liquida appositamente preparata. Posizione: sole o mezzo sole. Potare il cappero in inverno appena perde tutte le foglie, accorciando i rametti (4-5 cm) fin quasi alla base del fusto. Teme la siccità, i ristagni d’acqua e il gelo.  

Bonsai: Piccoli Microcosmici Arborei

Bonsai: Piccoli Microcosmici Arborei

Bonsai. E’ un piccolo mondo di fate, di gnomi, di personaggi in miniatura, di micro muschi, di micro erbette, di sassolini, di nuvolette e di piccoli scorci di natura incontaminata. Il tutto dentro un piccolo vaso, naturalmente elegante e raffinato, delicato, con spigoli o con arrotondature, che trattiene un pugno di terra o solamente un velo di soffice muschio.

BonsaiEd eccolo lì, il piccolo gnomo arruffato e lentigginoso che esce dall’acero rosso. lo vedo con il suo cesto di legna, all’opera nel suo micro giardino, mentre prepara una fascina. Lo gnomo non si accorge, sono troppo grande, io lo osservo come si fa per una meravigliosa coccinella, che ci si avvicina piano piano e si guarda con meraviglia il dettaglio dei puntini sul dorso. Lo gnomo guarda in su, verso le fronde del suo albero-abitazione. Qui ci trova un pensiero, un errore, un rimedio da riporre. Entra nella sua dimora e se ne esce con una piccola sega e si arrampica sulla chioma: cade per terra un minuscolo tralcio, una gemma, una fogliolina, ed ecco che l’acero assume la forma perfetta. la sua simbiosi con lo gnomo si vede subito: ordine, rigore, perfezione e tanta disponibilità per tenere tutto pulito.

Vado un po’ più in là e…

Bonsai

…Qui invece vedo uno scorbutico e rugoso personaggio, sempre piccolissimo ma tarchiato, abita le radici di questo magnifico esemplare di corteccioso ulivo nostrano. Lui si sta addormentando, nella luce delle sei, nell’ultimo tepore della giornata. Lo vedo adagiato ad una vigorosa radice che si ripiega nella poca terra. Lui ha la faccia serena, anche se il volto è una ragnatela di fatica, di rughe che forse ha visto anche un brutto tempo. Certo, per tenere a bada il suo solido ulivo ci vuole tutta l’energia disponibile e quindi ha lavorato tutta la giornata per domare il suo mondo. Ora lui aspetta di essere ripagato con la succulenta bacca, con l’oleoso contenuto. Adesso dorme. Lo lascio in pace e vado oltre.

Bonsai

Qui nel boschetto folto di aceri ci abita un’intera famiglia di fatine svolazzanti. Le ali scartocciano suoni di fogli, un frigolio scricchiolante di rapidità. Papà, mamma e i tre piccolini si muovono veloci su e giù per i rametti, sempre nell’ombra, sempre impalpabili, leggeri aloni di vita.  Quando ripartono si intravvede una sbuffo di foglia, niente più. Non si sente quasi nulla, solo il crepitare delle alucce. I bambini si rincorrono, con sibili e microscopici suoni che rallegrano i rami. Quando si poggiano si avverte una leggera scossa nella chioma, e il boschetto si chiude per un istinto di protezione. Sotto è buio, il papà sta districando del muschio, ne muove i fili con uno stelo, come se stesse cercando qualcosa. Le sue ali sulla schiena lo tengono a viso in giù, cammina ma non tocca, si muove a scatti nel muschio, sposta una sassolino, sembra che sussurri al prato, poi guizza in su, verso le fronde del boschetto. Ha preso qualcosa? Ha solo sibilato la sua serenità al suolo? Forse. Ora è sparito, tutto tace, il boschetto si richiude, nulla si muove.

Bonsai

Io invece mi muovo con gli occhi nella contorsione delle radici di questo pino che sfida la gravità. Venti e siccità hanno lavorato per disarcionare questo albero, ma il suo energetico gnomo tiene duro, armato di tutti gli strumenti metallici necessari, lo gnomo difende con ogni mezzo la sua dimora, il suo pezzo di vita, il suo microcosmo. Seguo con gli occhi l’intrico radicoso della base e lui è lì, sprofondato nelle vene legnose che si incastrano nel terreno. Ha un martello in mano, un chiodo,  un legaccio vegetale, una corda attorno alla spalla. Lo gnomo è sempre in movimento, cerca di fissare la radice, cerca di bloccare la gravità, cerca di sfidare il vento, lui che ha costruito la sua dimora dove la natura gli ha ancora lasciato un angolo, ma un angolo che richiede cure costanti, attenzioni materne, sfide paterne. Eppure lo gnomo non si scoraggia, anzi incita il suo amico radicato a stare con lui, a offrirgli la sua corteccia per ricavarsi il nettare, a offrirgli i suoi aghi per prepararsi gli intrugli mistici. E lo gnomo lo ripaga con le cure delle radici, del tronco, della forma per sfidare una natura difficile. Ma non si avverte criticità e disagio, ma solo una grande amicizia che lega indissolubile la vita al suolo. 

Bonsai

Sfilo via via sugli altri vasi, dopo aver visto microcosmi, microscopiche vite, connubi, simbiosi, unioni, simpatie, gocce di sudore e di rugiada, sorrisi e brezze. in ogni alberello un piccolo mondo, in ogni radice una goccia di vita, in ogni zolla un nutrimento.

Lascio ai microscopici abitanti la loro serata, la loro notte che inizia a stellarsi dietro quel denso nuvolone. Il cielo si scolora del tramonto e si riveste di scuro riposo (viaggio fantasioso sognificante grazie alla fiera Bonsai di Torino di Aprile 2014).

Bonsai

Che spavento, il bonsai di robinia (prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi)

Che spavento, il bonsai di robinia (prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi)

A Marzo tutte le pianticelle del mio parco bonsai, che avevano perso le foglie nell’autunno precedente, cominciarono a ingrossare le gemme latenti della nuova vegetazione.

Chi più rapidamente chi meno rapidamente resero sempre più visibili le future foglie. Proprio tutte le pianticelle? Sì, almeno così mi sembrava. Invece, prestando maggior attenzione, mi accorsi che la “celebre” robinia non dava segni di risveglio. Ad un certo punto, visto che tutte le altre piante erano decisamente entrate nelle primavera, avevo un termine di paragone per constatare che la robinia era, almeno apparentemente, morta. Il fatto diventava ogni giorno sempre più preoccupante, perché, ad una attenta osservazione, i rametti della robinia erano secchi e striminziti. Ciononostante, forte della mia convinzione che prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi, ho continuato ad accudirla.

Infatti, dopo un altro mesetto, sono cominciate a comparire microscopiche gemme che col passare del tempo si sono rinforzate  e si sono allargate.

Adesso, a maggio, la pianticella si presenta in buone condizioni ed è apparentemente normale ed ho tirato un respiro di sollievo per lo scampato pericolo. Però mi sono permesso di fare alcune considerazioni sui vegetali con cui sembra molto difficile entrare in comunicazione.

Riferendomi alla mia robinia che ormai ha 5 anni, ho constatato che la pianta, ora, è ricca di fogliame ed è circondata da una letteratura che ne ha descritto le caratteristiche in modo di cui comincio a dubitare.

Negli anni passati mi aveva generato problemi che mi avevano convinto che la pianta non era così disinvolta nell’affrontare situazioni anche solo un poco fuori dal normale.

Robinia bonsai

Infatti, anche in questo frangente, questa pianta di cui si legge che è robusta e di poche pretese si è rivelata invece delicata e capricciosa; o è solo la mia a comportarsi così?

Ad ogni buon conto, nel mio “parco” è la pianta che mi ha sempre dato più preoccupazioni. Non sopporta l’asciutto, non tollera il terreno troppo umido e adesso fa anche la schizzinosa a risvegliarsi!

Prendiamola così come è e vediamo di convivere in pace. Anche perché nell’autunno scorso, in campagna, mi sono imbattuto in un alberello di robinia nato nell’anno e che era stato malamente calpestato  e si trovava in pessime condizioni. Comunque lo spirito caritatevole si è chinato verso questo sfortunato vegetale, lo ha raccolto e lo ha trapiantato in un vaso, che è stato lasciato in campagna. La situazione “medica” secondo me era di “prognosi riservata” , per cui non mi sono fatto soverchie illusioni per il futuro.

In questa primavera alla mia prima visita in campagna ti trovo l’alberello, che era stato quasi morente, in splendide condizioni con un bel fogliame sia pure su una struttura del tronco irregolare e che aveva palesemente  sofferto. A questo punto però mi sono chiesto: chi crede di essere questa mia robinia casalinga che mi genera tutti questi grattacapi a fronte di un rustico alberello malamente curato che si è passato tutto l’inverno alle intemperie senza fiatare e che è germogliato senza problemi?

Misteri della natura; evidentemente  anche le piante hanno un carattere.

Robinia bonsai

Il bosco dei rododendri

Non tutti sanno che un inusitato bosco di rododendri schiude in primavera le sue corolle di colori sulle pendici della collina torinese.

Rododendri

Nel mese di maggio, basta avventurarsi nel Parco della Rimembranza, sotto il colle della Maddalena, per scoprire la Valle dei Rododendri: un universo fiorito all’ombra umida dei grandi aceri, dei faggi e dei tigli, cullato dall’incessante cinguettio di mille cincie, passeri, cardellini, usignoli, pettirossi.

Rododendro DSCN0408

Rododendro o albero delle rose: come le rose, i rododendri possono essere davvero spettacolari per dimensioni e fioritura.

Rododendri

Rododendri bianchi, fuchsia, scarlatti, gialli. Tanto rustica la pianta quanto fragile il fiore, ispiratore di un grande Poeta.

RododendriRododendro

Andavo per il bosco

Così per mio conto,

non cercar nulla

era il mio intento.

Quando vidi nell’ombra

Un piccolo fiore,

lucente come stella,

bello come gli occhi.

Volevo coglierlo,

e lui con grazia,

disse: per appassire

devo essere colto?

Lo divelsi con tutte

le tenere radici;

lo portai nel giardino

della bella casetta.

Lo trapiantai di nuovo

in un posto tranquillo:

ora fa sempre foglie

e continua a fiorire.

(Il Rododendro – Johann Wolfgang Goethe)

Rododendro

Tutta questa poesia si può trovare a pochi minuti dal centro di Torino, lungo un percorso ideale per chi pratica il jogging o anche soltanto per chi vuole ritrovare – sneakers ai piedi – la quiete giusta per dedicarsi a qualche momento di meditazione al riparo dal caos cittadino.

Rododendri 

La dolce ripresa della Stevia

E’morta. E chi la conosceva. Una piantina comprata dal fioraio, senza etichette, solo il nome ‘Stevia’, nessun segno particolare. Comprata perché ondate new age la santificano come il dolcificante naturale che deve contrastare le lobby dello zucchero.

Stevia rebaudiana

Allora eccola qui, in estate, tutta verde, lancia rami e foglie, boh, si fermeranno, farà un cespuglio, un arbusto, si clona, si mangia, sì, almeno quello lo sappiamo e l’abbiamo offerta agli amici con le fogliette dolci. Poi l’autunno coi fiorellini bianchi, tantissimi, in cima ai rami nuovi, qualche ape viene a visitarla. Ecco l’inverno che magari non esiste là dove vive. Rinsecca, passano i giorni, io indaffarato in altri problemi, lei sul terrazzo a perdere vigore, fiori, foglie, tutto marroncino. Cade la prima neve, rimangono gli stecchi come frasche sul ciglio della strada. Ora tutto tace nel freddo e buio. Arriva l’anno nuovo, che fare? il vasetto è nero di terra, nemmeno i muschi l’hanno coperto, tiro via i rami secchi, si sfilano senza nemmeno un’esitazione vitale, senza una speranza radicata. Solo terra. Niente altro. Tutto morto. Ma era una perenne o una annuale? boh, forse bisogna leggere prima di comprare, però qualcosa ho letto, semi-perenne, ma quindi la mia è ‘semi’ o ‘perenne’, chissà, però è solo un vasetto, certo trascurato, lì, al fondo della scaletta. Ma ora posso prendere la terra, era terriccio buono, o devo aspettare. Tanto, uno nella giornata è indaffarato in altre cose, e il sole tarda a scaldare. Nelle bancarelle si iniziano a vendere le prime primule mentre i ciclamini sono ormai in offerta. Allora che fare? Si smonta tutto? Ma sì, teniamo ancora un po’ sto vasetto, tanto ho altra terriccio. Ogni tanto sbircio nella terra, rinasce di tutto, infestanti rapidissime, foglioline conosciute, minuscoli segni di altre forme di vita e anche visitatori inopportuni dei vasetti curati.

Poi un giorno…aspetta un po’…guardiamo meglio…ma ste due minuscole foglioline…mai viste fatte così…un po’ carnose e tonde… una lieve bordatura di rosso…proprio al centro del vasetto…sai fosse di lato allora…ma qui è il centro centrissimo… no no no…mai viste prima…aspetta…aspetta, eh sì, eppure…veramente al centro…domani ripasso…sono sempre lì…un po’ dure…non certo le solite infestanti…

Stevia 

Passano i giorni, certo, la riconosco, ora sì, ho fatto bene, è proprio la dolce Stevia, si è ripresa il suo vasetto, evviva. Ecco le foglie che si ingrossano, di quel verde di vita, di quella linfa dolcissima. Allora bisogna volerle bene subito, eccoti l’acqua, la vuoi zuccherata? Ah no, non creiamo conflitti d’interessi. Eccoti i tuoi nutrimenti, eccoti la luce, cosa preferisci il sole? La mezz’ombra? vuoi una coperta di sera? ti canto la ninna-nanna? Fa ancora freddo la notte, ti trovi bene? Vuoi un angolo diverso, vuoi degli amici vicini? Ti piace il verde?  Preferisci dei fiori? Vuoi delle api questo autunno? Dimmi dimmi…

Stevia

Ed ecco passato un altro mese. Le tue foglie sono ormai carnose e verdissime. Dalla base partono rami, diventerai un cespuglietto: allora ti preparo un vaso più decoroso, ti metto il terriccio come piace a te, ti rendo l’angolo dolce del terrazzo, ti ricavo uno spazio più degno. Speriamo di passare tanto tempo insieme…

Orto urbano

Orto urbano

L’orto urbano risponde a diverse esigenze dell’uomo contemporaneo: regala momenti di rilassamento durante la coltivazione, favorisce un’alimentazione sana, evita le code al supermercato e consente anche un certo risparmio di denaro.

Orto urbano

Prima di mettersi all’opera, occorre pensare alla posizione del futuro orto e al tipo di recipienti che saranno utilizzati.

Possiamo creare un orto urbano praticamente in qualsiasi posto: un piccolo giardino, un patio, una terrazza, un balcone. L’importante è disporre di un luogo con  luce diretta. Quasi tutte le piante da orto saranno tanto più rigogliose quanto più saranno in posizione luminosa. Nel mio piccolo giardino di città ho poche ore di sole (quelle mattutine) e molta ombra, anche a causa degli alberi ad alto fusto che lo popolano e per questo motivo rinnovo le piante da orto ogni due anni o anche di stagione in stagione.

Orto urbano

Ogni contenitore è potenzialmente adatto a realizzare un orto urbano.

Oltre ai tavoli da coltivazione, alle classiche fioriere e ai vasi di ogni tipo e stile, modernissimi o elegantemente vintage, si possono usare i manufatti di recupero più vari.

Orto urbano Schermata 2014-04-28 alle 18.19.05 Schermata 2014-04-28 alle 22.47.17

Cestini in legno, cassette della frutta, bottiglie, sacchetti di tela o di plastica, scatole di latta e persino vecchie vasche da bagno, cassetti di antichi comò, canoe dismesse possono ospitare ordinati filari di ortaggi e di piante da frutto: tutto dipende dallo spazio disponibile e dalla fantasia dell’ortolano urbano.

Orto urbanoOrto urbanoOrto urbano

 

Nel concepire un orto, è importante un corretto abbinamento delle piante affinché le diverse varietà che condividono lo spazio non si pongano tra loro in competizione a caccia di luce e di sostanze nutritive. L’ideale è combinare delle radici – come ravanello, cipolla o carota – con piante da foglia – come lattuga o bietola. Dietro le stesse, si potranno collocare poi coltivazioni verticali, come pomodoro, fragola o mais.

Orto urbanoOrto urbano

Nell’orto urbano consiglio di collocare anche alcuni fiori.

La calendula, per esempio, produce fiori commestibili e, cosa assai interessante, attrae gli eventuali parassiti dell’orto, permettendo alle altre piante di crescere tranquille senza l’ausilio di antiparassitari, molto spesso tossici per il consumo alimentare umano.

Il nasturzio, detto anche capucine, produce dei bellissimi fiori, ottimi nell’insalata e forieri di vitalità e ottimismo.

Forse, però, dimenticavo l’ingrediente più importante per ottenere, nell’orto urbano come in ogni attività della vita, i risultati migliori: l’amore.

E come l’amo il mio cantuccio d’orto,
 

col suo radicchio che convien ch’io tagli 
via via; che appena morto, ecco è risorto:

o primavera! con quel verde d’agli,
 coi papaveri rossi, la cui testa
 suona coi chicchi, simile a sonagli;

con le cipolle di cui fo la resta
 per San Giovanni;

con lo spigo buono,
 che sa di bianco e rende odor di festa;

coi riccioluti càvoli, che sono 
neri, ma buoni;

e quelle mie viole 
gialle, ch’hanno un odore… come il suono

dei vespri, dopo mezzogiorno, al sole 
nuovo d’aprile;

ed alto, co’ suoi capi
 rotondi, d’oro, il grande girasole

ch’è sempre pieno del ronzìo dell’api!

(da “L’ oliveta e l’ orto” di Giovanni Pascoli)

Orto urbano

I tulipani di Messer Tulipano

E’ meraviglioso fuggire dalla città per qualche ora un venerdì mattina di aprile, quando tutto il resto del mondo è al lavoro o a scuola, e arrivare a Pralormo, nell’antico parco del castello medievale, dove, come ogni anno, si svolge “Messer Tulipano”, l’evento più colorato della primavera piemontese: una fioritura di decine di migliaia di tulipani e di narcisi, suddivisi per sfumature cromatiche in enormi, caleidoscopiche macchie che fluiscono sensuali, con le loro morbide curve, tra querce, cedri, tigli e aceri secolari, nell’immenso prato, come un inesauribile fiume di gaiezza, senza sorgente e senza foce.

I tulipani di messer tulipanoI tulipani di messer tulipanoI tulipani di messer tulipano

“Lustrati gli occhi anche per me”, mi scrive un’amica. E’ vero: lo sguardo resta abbacinato di fronte a una simile esplosione di fioritura, che si svela d’improvviso al visitatore poco oltre il muro di cinta della proprietà. E’ una sorprendente tavolozza di colori, alla cui intensità gli occhi non sono preparati, soprattutto se si proviene dal breve camminamento immerso nel verde cupo e ombroso del bosco selvatico che circonda la recinzione.

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

Alla vista di questo prodigio della Natura, non stupisce che da quattrocentoventi anni gli Europei non abbiano mai smesso di amare i tulipani (il primo tulipano in Europa fu piantato nei giardini botanici di Leiden nell’autunno del 1593 e fiorì, esattamente 420 anni fa, nella primavera del 1594: si veda l’articolo pubblicato nel settembre 2013 su questo blog “Buon compleanno, signor Tulipano”).

I tulipani di messer tulipano

Il percorso prosegue nell’orangerie del castello, dove è allestita una mostra di giardini in miniatura, vero e proprio esercizio di fantasia artistica coniugata all’amore per il verde.

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

 

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

L’interno dell’edificio ospita una pregevole esposizione di “giardini da tavola”, tanto in voga nel Settecento. Si tratta di composizioni di piccoli contenitori e statuine, normalmente in vetro o in ceramica, destinati a decorare un desco particolarmente raffinato.

I tulipani di messer tulipano

Tornato nel parco, incontro un’oca che passeggia indisturbata, inconsapevole della bellezza circostante e della propria stessa bellezza e forse per tale ragione così serenamente indifferente alla fugacità di questo momento, che io cerco, quasi con cupidigia, di immortalare nella mente e nelle fotografie.

I tulipani di messer tulipano

Perché “fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale” (Henri Cartier-Bresson).

I tulipani di messer tulipano

Piante grasse – Una gita in Liguria.

Mostruosità o meraviglia: un mondo spinoso tutto da scoprire. Le piante succulente (cosiddette “piante grasse”) sono veramente incredibili e seducenti sotto vari aspetti: possono vivere in condizioni estreme, talora producono fiori coloratissimi, spesso presentano sul fusto spine, uncini o aculei talmente fitti o lunghi da nascondere il colore dello stesso fusto, hanno forme regolari (rotonde, cilindriche, ovali) o stravaganti (a onde, a fasci, a goccia), comunque sempre coreografiche.

piante grasse

Alcune sono profumatissime per attirare gli insetti impollinatori, altre emanano odori sgradevoli per difendersi dagli attacchi esterni. Addirittura, a scopo di difesa, alcune piante succulente sono assolutamente mimetiche rispetto al mondo minerale, avendo la forma e il colore delle … pietre!

piante grasse

L’assenza di foglie nelle piante grasse o la presenza di foglie “succulente” (cladodi) risponde all’esigenza di adattamento ad ambienti aridi. Il fusto è verde perché svolge autonomamente (cioè a prescindere dalle foglie) il compito della fotosintesi clorofilliana. Ogni parte delle piante grasse è in grado di svolgere attività di fotosintesi.

piante grasse

Le piante grasse costituiscono un genere molto adatto al collezionismo ma, a differenza dei francobolli o dei profumi, si tratta di creature vive che sanno crescere, modificarsi, riprodursi.

piante grasse

La loro modestia è sorprendente: non richiedono altro che molta luce e riparo dal gelo. Il terriccio deve essere non torboso, povero di sostanze organiche, ricco di sabbia e di ghiaino. Sono consigliabili vasi in terracotta o comunque di materiale poroso, per evitare le stagnazioni d’acqua, che potrebbero risultare addirittura letali alla pianta grassa.

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In inverno le piante grasse non richiedono praticamente annaffiature (al massimo, un’annaffiatura al mese). D’estate, se la pianta grassa è in vaso, è sufficiente un’annaffiatura alla settimana. La concimazione va effettuata dalla tarda primavera a metà estate con concime liquido o in granuli disciolti in acqua decantata per un paio di giorni (onde privarla di eventuali residui di cloro). La proporzione ideale per concimare le piante grasse è una parte di azoto, due parti di fosforo e quattro parti di potassio.

piante grasse

Nelle mie passeggiate torinesi, forse anche perché a Torino d’inverno fa piuttosto freddo, raramente mi è capitato di vedere giardini o terrazzi popolati di piante grasse. Ai torinesi appassionati di cactacee e di piante succulente in genere, però, consiglio di mettersi in auto per un paio d’ore e andare a visitare un vivaio che ho scoperto a Ventimiglia. Si chiama CactusMania e sembra un museo botanico a cielo aperto: sono stato per ore a girare le serre, restando ammirato dalla varietà e dalla bellezza delle piante succulente che qui sono ospitate come in un museo sono ospitate le opere d’arte. Ho visto esemplari di queste bizzarre piante che mai avevo visto da altre parti, sia per le forme inusitate sia per le dimensioni stupefacenti (considerato che molte di queste piante sono a crescita lenta o addirittura lentissima).

piante grasse

Allora … buona gita a tutti e buona Primavera da Curiosando in Giardino!

piante grasse - portavasi Chehoma

Attrezzi da giardino

Attrezzi da giardino

Secondo un vecchio adagio, “i buoni attrezzi fanno il buon giardiniere”: tridente, pala, zappa, rastrello, forbici sono alcuni dei numerosi attrezzi da giardino senza i quali i giardinieri sarebbero in grave difficoltà.

attrezzi da giardinoGli uomini utilizzano gli attrezzi per coltivare la terra sin dalla preistoria. I primi agricoltori utilizzavano attrezzi in legno e in pietra dei quali sono state trovate, in alcune grotte, rappresentazioni di epoca paleolitica, risalente, cioè, a circa quarantamila anni prima di Cristo.

Durante i secoli, l’uomo non ha mai smesso di migliorare i propri utensili e le proprie tecniche di coltura. La pala, la vanga, la zappa hanno fatto fare enormi passi in avanti alla società agricola. Questi attrezzi, utilizzati dalle legioni romane per costruire i loro campi militari, vennero adottati rapidamente dai coltivatori per lavorare la terra a scopi agricoli.

A partire dal Rinascimento, la moda dei  giardini ornamentali  favorì la comparsa di nuovi attrezzi da giardino, come le cesoie e il coltello da potatura, indispensabili per l’ars topiaria, tanto in voga nei giardini di Corte.

Soltanto il XX secolo vide la democratizzazione del giardino ornamentale, il quale, da luogo tradizionalmente riservato alle classi privilegiate, divenne accessibile a tutte le fasce della popolazione, per lo più dedite alla coltivazione di piccoli spazi. Gli attrezzi da giardino, pertanto, vennero declinati in dimensioni ridotte.

attrezzi da giardino

Oggi la nuova frontiera del giardinaggio è l’ortoterapia (Horticultural Therapy: “mi curo nel giardino e con il giardino. Io curo le piante, loro aiutano me”), valido ausilio alle cure farmacologiche e psicoterapeutiche per molte forme di disagio psichico, come ormai riconosciuto dalla moderna scienza psichiatrica. Guidare l’evoluzione di un angolo verde – giardino, terrazzo, veranda – è, infatti, una delle più efficaci vie di rilassamento mentale. Toccare la terra, lavorarla, sentirne il profumo, assecondare i ritmi di crescita delle piante sono attività che costituiscono un potente alleato contro lo stress perché, fondamentalmente, insegnano a trovare un equilibrio tra timori e speranze.

Il terreno (inteso, in senso ampio, come substrato di coltura, e quindi come terra da giardino o terriccio da vaso) ha bisogno di essere pulito, drenato e arieggiato per assicurare che alberi, arbusti e prato abbiano acqua, ossigeno e nutrimento a sufficienza. Le attività volte ad ottenere tali risultati, se effettuate con l’attrezzo giusto, saranno facili e divertenti.

Nella scelta degli attrezzi da giardino bisogna cercare innanzitutto caratteristiche di robustezza e maneggevolezza.

Sicuramente il metallo più adeguato a soddisfare tali esigenze è l’acciaio inox per le sue eccezionali caratteristiche di indeformabilità e di inattaccabilità dalla ruggine. Quanto ai manici, il legno è certamente il materiale da privilegiare sia per la sua maneggevolezza sia per la sua robustezza.

Il kit essenziale per l’amante del verde è costituito da paletta, zappa, rastrello e tridente.

attrezzi da giardinoLa pala (paletta se di piccole dimensioni) è particolarmente adatta alla lavorazione di terreni compatti e argillosi e serve a rivoltare le zolle, a romperle e a preparare il terreno per la semina. Se la forma della lama è sufficientemente rastremata e la struttura dell’attrezzo è sufficientemente ricurva, la paletta può essere utilizzata anche come piantabulbi.

attrezzi da giardino - pala o palettaLa zappa, soprattutto se con lama trapezoidale, viene utilizzata sia per la rottura delle zolle superficiali del terreno in occasione delle concimazioni periodiche sia per la sarchiatura, una lavorazione che consente di estirpare le erbacce e le radici in eccesso e quindi di ripulire e ossigenare il terreno. La forma quadrata della zappa consente anche di delimitare il perimetro delle aiuole.

attrezzi da giardino - zappa o zappettaIl rastrello presenta dei rebbi corti, che servono a livellare il terreno prima della semina, sbriciolare le zolle, coprire le sementi, ripulire la superficie del terreno dalle foglie secche. Se i rebbi sono sufficientemente appuntiti e rigidi, il rastrello può anche essere utilizzato per sarchiature superficiali.

attrezzi da giardino - rastrello o rastrellinoIl tridente o sarchiello è utile – soprattutto se ha rebbi piatti – per dissotterrare bulbi e tuberi. Consente, poi, di effettuare la sarchiatura e di forare periodicamente il terreno in modo da favorire l’aerazione e il drenaggio. Se di grandi dimensioni, il tridente assume il nome di “forcone” e viene anche utilizzato per spostare i materiali organici di risulta (erbe falciate, piccoli rami recisi) e lo stallatico.

attrezzi da giardino - tridente o forconeUn cultore di giardinaggio deve anche avere un bel paio di forbici da giardino. Ve ne sono di vari tipi (per fiori, per siepi, da vigna, per erba). Per recidere fiori e piccoli rami di arbusti, sono consigliabili forbici con le punte sottili. Nel caso si debbano effettuare lavorazioni su siepi, è bene utilizzare forbici abbastanza grandi, con lame o manico piuttosto lunghi

attrezzi da giardino - forbici da giardino felco Per chi pratica il giardinaggio, anche soltanto a livello amatoriale, l’importante, comunque, è possedere forbici di buona qualità, dotate di lame resistenti e ben affilate.

attrezzi da giardino - forbici da giardino felco La manutenzione degli attrezzi da giardino richiede essenzialmente la loro attenta pulizia al termine delle lavorazioni. Le lame vanno lavate e asciugate accuratamente e, nel caso, può essere utile lubrificare le parti mobili e affilare le lame. Gli attrezzi non vanno mai lasciati sparsi per il giardino, ma vanno riposti in un luogo pulito e al riparo dalla pioggia. Con questi piccoli accorgimenti, gli utensili da giardinaggio avranno una lunga durata e manterranno inalterata nel tempo la loro efficacia.

Se, poi, si tratta di attrezzi di design, gli stessi potranno essere collocati ben in vista e così fungere anche da originale elemento decorativo per la casa.

Attrezzi da giardino di design

Una pianta tubulare: l’euphorbia tirucalli

Oggi voglio parlarvi dell’euphorbia tirucalli, una pianta che considero intrigante, non foss’altro che per i tanti nomi con i quali è conosciuta. L’euphorbia tirucalli è nota infatti come pianta del latte per il liquido biancastro che sgorga dall’incisione praticata in ogni sua parte ma è anche detta pianta della gomma o del caucciù per il prodotto che si potrebbe ricavare da questo lattice.

Euphorbia tirucalli

Nelle sue terre d’origine (Indie orientali e Sud Africa) è un albero dall’aspetto decisamente fuori dal comune che arriva sino ai 10 m d’altezza. Un ampio mazzo di rami brillanti, articolati in tanti piccoli segmenti di forma cilindrica. Un albero così strano è coltivabile, in formato ridotto, anche nei nostri climi, come pianta d’appartamento.

Euphorbia tirucalli

Chi la vende la considera un articolo per amatori o adatta ad una clientela giovane o comunque a chi ne sappia apprezzare una certa essenzialità di linee. Chi la sceglie è colpito dalla linearità e dalla pulizia delle sue forme. In un’apparente assenza di foglie, massa e volume sono determinati da rami e fusti verdissimi e lisci. È una pianta resistente, tutto sommato facile da coltivare in casa, a patto che si riproducano le condizioni climatiche d’origine e si abbia sempre presente la sua natura succulenta. Perché stia bene, sono in pratica da evitare umidità in eccesso, ombra e temperature sotto i 12°. In appartamento cresce rapidamente e può raggiungere quasi i due metri d’altezza ma è indispensabile collocare la pianta in un ambiente molto soleggiato – possibilmente tutto l’anno: diversamente diventa una pianta lunga e striminzita con un aspetto decisamente sgraziato.

Euphorbia tirucalli

Si tratta di una pianta relativamente semplice da coltivare: terriccio sabbioso e povero, poca acqua e nessuna particolare esigenza di potatura.

La vecchia thuya e il suo disco di radici: una storia di libertà.

Per dodici anni una grande thuya orientalis ha decorato il mio terrazzo in un altrettanto grande vaso di terracotta. Bella, fiera e verdissima, la scorsa primavera aveva dato alcuni segni di cedimento: la chioma si era diradata e il colore appariva come sbiadito. In autunno la decisione: via dal vaso e giù nella terra piena.

Thuya orientalis

Appena estratta la thuya, alla base rotonda nella parte interna del vaso, c’era una matassa ordinata di radici cresciute in una forma a spirale e stratificatesi a formare un disco, drammatica e viva testimonianza della ricerca incessante, caparbia, orgogliosa della libertà compiuta nell’arco di lustri da questa mite creatura.

Thuya, radici

La thuya è rinata in un angolo del giardino. Il suo vecchio disco di radici è finito sotto vetro in una cornice, con questa dedica: “ora sei nel mio giardino, nella terra senza pareti, ora so che potrai vedere mio figlio crescere e forse anche i suoi figli. Ed io ti stimo per la tua capacità di lottare e di soffrire in silenzio, con la chioma protesa verso il cielo come la punta di una freccia, o Essere dalla sovrumana dignità”.

Il sonno d’inverno

Lo sanno tutti: nei climi temperati, alcune piante, durante l’inverno, perdono le foglie e le rimettono nella primavera successiva; se va tutto bene.

Infatti mi è capitato di trovare piante morte all’inizio della primavera dopo un inverno rigidissimo. In un caso particolare, si trattò di un mandorlo e la cosa curiosa consisteva nel fatto che il tronco si era spaccato, probabilmente per il freddo, lungo la sua lunghezza presentando una vistosa fessura. Sembrava una morte improvvisa.

Ma parliamo di bonsai che, come sapete, tengo sempre all’esterno, protetti nei mesi invernali da una modesta piccola serra costituita da un telo trasparente sorretto da un telaio metallico.

Anche questo autunno il tiglio, la robinia e l’acero giapponese hanno perso regolarmente le foglie assumendo il loro aspetto invernale. Ci sono ragioni scientifiche che spiegano questo fenomeno che non si applica alle piante tropicali ambientate nei loro climi e alle piante nostrane che non perdono le foglie; occorrerebbe però capire le ragioni per cui da noi alcune piante perdono le foglie e altre no.

Inoltre le piante tropicali mantengono le stesse abitudini anche quando sono trasferite nei nostri climi. Infatti i miei bonsai di Ficus non perdono le foglie, che rimangono lucenti e carnose anche durante i mesi invernali. Occorre solo stare attenti ai periodi di prolungate temperature sotto zero, anche durante in giorno. In questo caso bisogna proteggere queste piante nel modo adeguato.

D’inverno, le piante cedue entrano quindi in uno stato vegetativo come di sopore, durante il quale la crescita è fortemente rallentata in attesa della prossima bella stagione.

Gli antichi avevano già osservato il fenomeno e lo avevano attribuito a interventi degli Dei. Si narra infatti di Proserpina rapita dal Plutone, dio degli inferi, e rilasciata per sei mesi all’anno per le insistenze della sua madre Cerere. In mancanza di Proserpina, la Natura si addormenta ad attende il suo ritorno per risvegliarsi.

Anche noi mammiferi umani subiamo questo sonno con cadenza giornaliera, senza perdere le foglie ma comunque cambiando gli indumenti! Affrontiamo inoltre, a livello esistenziale, un sonno molto più lungo il cui risveglio può essere gioioso per alcuni e realmente tragico per altri. Ma, al di là dei fatti scientifici, mi sorprende questo spogliarsi delle piante che mettono in mostra le loro nudità senza compromessi.

Bonsai d'inverno Schermata 2014-01-14 alle 17.24.53 Schermata 2014-01-14 alle 17.25.07Durante l’inverno si possono quindi osservare ed anche ammirare le intime giunzioni di rami, curve generalmente celate di altri rami, piccole cavità nella corteccia e tanti dettagli altrimenti invisibili.

Cosa significa tutto ciò: questo denudarsi? Non è per niente chiaro; e non ho trovato risposte.

Anche Nietzsche che amava passeggiare lungamente nei boschi in ogni stagione (anche in Italia) e conosceva perfettamente il comportamento di certi alberi, non si è posto il problema. Parlo di questo filosofo impazzito proprio perché, in quanto pazzo, avrebbe potuto avere la facoltà di spiegare aspetti particolari di cose altrimenti largamente conosciute sotto altre ottiche. O sono più pazzo io?

Nelle foto sopra vediamo la robinia, l’acero giapponese e il tiglio nella loro nudità invernale.

Comunque anche nei boschi e nelle campagne, le piante cedue si mostrano nude senza nessun pudore e con accattivante malizia mostrano dove metteranno le foglie nella prossima stagione, come dicendo guardami bene adesso, ché dopo mi coprirò.

Infatti sui rami sono già presenti le gemme delle foglie future che torneranno a nascondere le intimità delle piante per tutta la stagione di crescita.

Le gemme sono più o meno grandi a seconda del tipo di piante. Esili nell’acero e nella robinia ma turgide e ben marcate nel tiglio.

A questo punto, non ci rimane che aspettare la prossima primavera.

Curiosità sulla talea.

La tecnica della talea (la parola è un sostantivo latino con lo stesso significato), è a tutti nota ed utilizzata largamente per la sua “facilità d’uso” allo scopo di riprodurre certi tipi di vegetali.

Anche solo nei siti internet si trovano spiegazioni e metodi anche complicati e finalizzati ad ottenere il massimo successo nella sopravvivenza del rametto usato per ottenere una nuova pianta.

La natura però è più “sprecona” e presenta una grande varietà di casi in cui genera “naturalmente” talee anche quando si è in presenza di una scarsa probabilità di sopravvivenza.

Nella mia limitatissima esperienza mi sono imbattuto in casi, probabilmente estremi, che sono particolarmente curiosi e che desidero condividere con voi.

Ricordo una talea involontaria che ha la seguente storia.

Dopo la costruzione di un muro di cinta di un giardino su un ondulato terreno collinare, si presentò il problema di colmare un buco, abbastanza profondo,  che era rimasto aperto alla fine dei lavori.

All’inizio fu riempito di quanto era disponibile al momento cioè calcinacci, bottiglie rotte e altri residui finalizzati anche a costituire uno strato drenante. Alla fine fu aggiunto anche un fascio di rami di vite di “Moscato d’Amburgo”, ottenuto dalla potatura primaverile di una vite, e che fu poi ricoperto da un congruo spessore di terra.

Il tutto finì lì, col terreno livellato, l’erbetta in crescita, senza ulteriori avvenimenti fino alla primavera successiva. A questo punto fu evidente che stava succedendo qualcosa di inaspettato: infatti durante quel periodo comparvero germogli di vite fuoriuscenti dal terreno; ci si domandò da dove venissero finché fu chiaro che si trattava dei germogli di quella ramaglia di “Moscato d’Amburgo” che era stata interrata.

Rimasi incuriosito dal fenomeno ed attesi la sua evoluzione aspettandomi il rapido appassimento dei germogli stante sopratutto l’infelice strato di materiale in cui si erano sviluppate le radici.

Fui oltremodo sorpreso nel constatare che i germogli continuarono a svilupparsi in modo normale secondo quanto previsto dalla natura.

Attualmente questa pianta di vite è normalmente produttiva e mi sconcerta il pensare che le sue radici affondano in un misto di terra ma anche di calcinacci e vetri rotti.

Si deduce che quella talea involontaria ha radicato in condizioni che nei manuali non sono neanche prese in considerazione anche solo da un punto di vista teorico. Ritengo tuttavia che non sia certamente consigliabile di fare attecchire talee sui vetri rotti ma evidentemente la natura manifesta della capacità di adattamento inaspettate.

Altro caso.

Quando sfoltisco i bonsai in genere tengo i rametti migliori per farne talee.

La mia tecnica è del tutto elementare  e consiste nel porre i rametti in un vasetto pieno d’acqua senza nessun altro additivo, aspettando che mettano radici.

Faccio questo indipendentemente dalla stagione, quindi affrontando maggiori rischi di insuccesso nella stagione autunnale, tenendo conto del fatto che tengo generalmente i vasetti all’esterno.

In genere i rametti che metto nell’acqua si comportano in modi diversi che consistono essenzialmente in due casi: morire entro pochi giorni o sopravvivere mantenendo le foglie vive e lucide.

Quando sopravvivono, si entra in un campo in cui il tempo di emissione delle radici diventa quanto mai incerto. In genere in un paio di settimane compaiono sulla parte inferiore del rametto delle escrescenze bianche che successivamente danno origine alle radici, come è ben visibile nella fotografia seguente.

Talea

Però succedono anche casi, tutt’altro che rari, in cui il tempo diventa molto lungo, intendo parlare di settimane, prima che compaiano radici. Comunque non ho mai buttato via una talea “lenta” e sono sempre stato a guardare come sarebbe andata a finire.

In un tardo autunno un rametto indiscutibilmente vivo e con le foglie carnose e lucide si mantenne vivo a lungo senza mettere radici, ma si mantenne vivo anche quando l’acqua gelò.

Anche questa volta sono stato a vedere come sarebbe andata a finire.

Ho seguito il fatto con molta attenzione in quanto secondo me ci si era introdotti in un campo del tutto inesplorato. Comunque, per farla breve, non sono intervenuto sul fenomeno e l’ho lasciato evolvere naturalmente. Quando il tempo cambiò e sopravvenne la primavera, quindi dopo qualche mese (!!!) il rametto generò la radici ed oggi è un alberello come gli altri.

Non mi risulta dalla letteratura di un caso del genere che comunque a me è capitato.

Un altro caso curioso consiste nel fatto che una volta ho tenuto un rametto bruttissimo costituito da un nodo di più rametti diritti e disposti senza un ordine apparente ed in modo sgradevole. L’ho tenuto proprio come sfida per vedere cosa sarei riuscito a fare.

Anche questo rametto generò le radici e lo posi a dimora in un normale vasetto pieno di terra, come negli altri casi.

Dopo qualche mese di sviluppo l’alberello fece seccare, per proprio conto,  alcuni dei suoi rametti lasciandone solo alcuni altri, rendendo il tutto di aspetto migliore ed avvicinandosi allo standard di forma degli altri miei alberelli. Praticamente prima che intervenissi io ha operato da solo delle potature con finalità estetiche, evidentemente senza nulla di intenzionale, comunque in modo da raggiungere un miglioramento.

Adesso sta crescendo regolarmente.

Nella foto successiva è riportata l’immagine di una talea di robinia con una radice insolitamente lunga per i miei standard.

Talea

Infatti quando la radice, o le radici, sono lunghe un paio di cm pongo la talea in vaso e la faccio crescere. In questo caso invece ho lasciato crescere le radici, ma il risultato pratico non è variato.

Orangerie e jardin d’hiver nella veranda di casa

La veranda è lo spazio domestico che costituisce il trait d’union tra il giardino e la casa: non solo regala luce e verde all’abitazione, ma durante l’autunno e l’inverno è il luogo ideale per proteggere dai morsi del gelo le piante più delicate. La veranda, quindi, ben può essere utilizzata come serra, orangerie o jardin d’hiver.

La veranda è l'unione tra la casa e il giardino

La veranda è l’unione tra la casa e il giardino

Le piante da orangerie hanno normalmente un grande effetto ornamentale e sono coltivate in vaso o, soltanto per la primavera-estate, in terra piena. Si tratta, infatti, di piante che necessitano di protezione d’inverno perché temono il gelo (non a caso, per questa funzione “conservativa”, in lingua inglese la veranda è indicata con il termine conservatory).

Veranda

La più antica notizia di una coltivazione in serra deriva da Plinio il Vecchio. Nella sua Historia Naturalis egli racconta che l’imperatore romano Tiberio amava così tanto i cetrioli (cucumis) che voleva averli ogni giorno sulla sua tavola, non solo in estate ma anche in inverno. Le piante furono pertanto coltivate in aiuole mobili, ossia in cassoni posti su ruote. Quando faceva tempo bello e caldo, le piante stavano all’esterno mentre, quando era freddo o c’era troppo sole, potevano essere ricoverate in serra. Queste serre erano strutture lignee che potevano essere chiuse con teli oleati, vetri o lastre di pietra trasparenti.

Serre mobili

Serre mobili

Pare che la prima serra d’Europa sia stata costruita nel 1353 a Siviglia. Secondo un’altra versione,  la costruzione della prima serra moderna si deve al botanico francese Jules Charles che l’avrebbe ideata e costruita a Leida, in Olanda, nel 1577, allo scopo di coltivarvi delle piante medicinali. Altre voci ancora sostengono che la prima serra fu realizzata nel 1545 nell’Orto Botanico, o Giardino dei semplici (Hortus simplicius, ovvero luogo dove coltivare piante medicinali a fini terapeutici o di studio) di Padova.

La costruzione di serre, limonaie e orangerie conobbe un vero e proprio boom dopo il 1688, anno in cui a Saint-Gobain, in Francia, iniziò la produzione di vetro piano. Una orangerie poteva essere sia un semplice annesso agricolo collocato in un’ala del palazzo nobiliare, oppure, come spesso si è visto, un esteso fabbricato che faceva da contorno ai parchi. In questo caso, ci si attendeva che le orangerie facessero molta impressione sui visitatori e, per questa ragione, si trattava di edifici dall’impatto estetico marcatamente coreografico.

Orangerie coreografica e spettacolare

Orangerie coreografica e spettacolare

Le orangerie servivano certamente a riparare le piante dal freddo ma gli spaziosi ambienti erano spesso usati dai nobili proprietari anche come luogo di divertimento e di svago, dove si potevano svolgere esposizioni d’arte, concerti, banchetti e balli.

Veranda come luogo di ritrovo sociale

Veranda come luogo di ritrovo sociale

Ecco alcune regole di base per la realizzazione di un’orangerie nella nostra veranda di casa.

  1. Non è sempre necessario che l’ambiente sia riscaldato, ma è fondamentale che la temperatura interna non scenda mai sotto lo zero.
  2. Se durante l’inverno il freddo è molto intenso, con temperature al di sotto dello zero per periodi prolungati, occorrerà installare nella veranda una stufa per mantenere la temperatura almeno tra zero e cinque gradi (tanto è sufficiente per agrumi e ulivi).
  3. I bulbi, le piante esotiche, quelle succulente e quelle da appartamento troveranno nella veranda un posizionamento ideale durante l’inverno solo se la veranda sia riscaldata, con temperature costanti oltre i quindici-sedici gradi e non superiori ai venti-ventuno gradi, lontano da fonti di calore e da correnti d’aria. Vanno evitati gli spostamenti frequenti per non costringere le piante allo stress di rivolgere continuamente le foglie verso le sorgenti luminose. Le piante a foglia caduca dovranno essere sistemate nelle zone più luminose della veranda. Il terriccio va tenuto sempre umido regolando le annaffiature e irrorando di frequente il fogliame per evitare la disidratazione dei tessuti fogliari. Per tenere in perfetta forma le piante in casa è consigliabile usare acqua ‘riposata’ sia per innaffiare sia per spruzzare, rimuovere spesso il terreno sulla superficie dei vasi per evitare le formazione di croste o muffe, nutrire le piante, ogni due-tre settimane, con fertilizzante minerale.
  4. Occorre ritirare le piante al più tardi entro il mese di ottobre e comunque prima delle gelate. Se le piante sono in terra piena, allora bisognerà previamente invasarle per trasferirle, avendo cura il più possibile di mantenere la loro zolla di terra.
  5. Durante l’inverno, è consigliabile effettuare un trattamento insetticida e antiparassitario, aerando la veranda quando la temperatura esterna lo consenta.

Mini conservatory

 

ZUCCHE, MAGICHE ZUCCHE!

Sontuose e allettanti, le zucche sono sempre state tra i più comuni frutti autunnali, ma oggi la loro notorietà è in continua ascesa dopo che la festa di Halloween ha scelto proprio la zucca come emblema.

La zucca è il simbolo di Halloween.

La zucca è il simbolo di Halloween.

La zucca appartiene alla famiglia delle cucurbitacee e si presenta in moltissime varietà dalle forme e dai colori più vari: ve ne sono di tonde, allungate o schiacciate, bitorzolute o lisce, piccole o enormi, verdi, gialle, multicolori. E’ una pianta annuale, ama un’esposizione soleggiata e richiede un terreno ricco e ben drenato. Teme il gelo ma non le malattie né i parassiti. Questa sua caratteristica di pianta “rustica” ne rende la coltivazione piuttosto facile. La semina si può effettuare a partire da marzo, al riparo dalle intemperie. Al momento della messa a dimora delle plantule o dei semi, occorre lasciare uno spazio di almeno un metro su tutte le direzioni affinché la pianta adulta possa svilupparsi correttamente. Eventualmente si può far arrampicare la pianta su un graticcio, avendo però cura di predisporre dei rinforzi a sostegno dei frutti. Il fusto si spunta sotto la terza o la quarta foglia per stimolare lo sviluppo della pianta. Per infoltire la vegetazione è bene effettuare due cimature verdi e, per essere sicuri che i fiori femminili siano tutti fecondati, sui loro stimmi si può passare un pennello precedentemente intinto nel polline dei fiori maschili (che poi potranno anche essere raccolti e mangiati senza che ciò comprometta il raccolto). Su ogni piede, è bene non far lasciare sviluppare una quantità eccessiva di frutti (al massimo quattro o cinque) che pregiudicherebbe la qualità del raccolto. Per evitare che il frutto resti a contatto con il suolo umido e finisca per marcire, è consigliabile mettere sotto lo stesso un telo a rete o della paglia, che ha anche la funzione di evitare la crescita di erbe nocive. I frutti vanno raccolti quando le foglie si seccano. In genere, occorre prevedere circa una sessantina di giorni per la comparsa dei fiori e poi un ulteriore periodo di circa ottanta giorni per la crescita dei frutti. Le zucche, quindi, compaiono sulla pianta circa cinque mesi dopo la semina. In autunno, le zucche si raccolgono prima dell’arrivo del gelo e poi possono essere conservate per mesi al riparo dall’umidità e in luogo fresco.

 Le zucche sono di moltissime varietà

Le zucche sono di moltissime varietà.

 Tra le più note varietà vi sono la Marina di Chioggia (forse la migliore zucca commestibile d’inverno, verde, bitorzoluta), la Turbante Turco (bicolore, rosso in alto e grigio-giallo nella parte inferiore, apprezzata soprattutto a scopo ornamentale), la Hubbard (verde, con la forma di un grosso limone), la Gigante Quintale (gialla, rotonda, leggermente costoluta, di grandi dimensioni).

Talune zucche sono davvero giganti!

Talune zucche sono davvero giganti!

Una raccolta di piccole e medie zucche ha un effetto decorativo assicurato.

Effetto decorativo delle zucche.

Effetto decorativo delle zucche.

E la magia della rotondità della zucca è indiscutibile: non ricordate quale mezzo la fata offrì a Cenerentola per andare al fatidico ballo?

La zucca più magica che ci sia!

La zucca più magica che ci sia!

Buon compleanno, signor Tulipano!

Il primo tulipano in Europa fu piantato nei giardini botanici di Leiden nell’autunno del 1593, esattamente 420 anni fa, e fiorì nella primavera del 1594, grazie alle attente cure del botanico fiammingo Carolus Clusius.

Si tratta di un fiore estremamente versatile, proveniente dall’Asia centrale e dalla Persia e giunto sino in Turchia. Qui, nella metà del Cinquecento, fu ammirato dall’ambasciatore fiammingo Ogier Ghiselin de Busbecq.

Spettacolare distesa di tulipani

Spettacolare distesa di tulipani.

Invitato alla corte di Costantinopoli dall’imperatore d’Austria Ferdinando I per negoziare la pace con il sultano Solimano II il Magnifico, de Busbecq, appassionato di botanica, ebbe occasione di notare, nonostante l’inverno, straordinarie fioriture di tulipani. Decise quindi di acquistare dei bulbi che … gli costarono una fortuna.

I bulbi arrivarono nelle mani di Clusius, all’epoca sovrintendente dei giardini imperiali di Vienna e poi, nel 1593, furono dallo stesso Clusius portati a Leiden, dove furono oggetto di attenti esperimenti di coltivazione.

Ben presto emerse come la propagazione per seme richiedesse tempi molto lunghi: dal momento della semina devono, infatti, passare almeno cinque anni prima della formazione dei bulbi che produrranno i fiori. Inoltre i tulipani, come tutte le bulbose, creano da soli le proprie rarità, sviluppando autonomamente nuove forme e nuovi colori, assolutamente inaspettati, a causa di virus che modificano direttamente le informazioni genetiche (così si verificano, ad esempio, la piumatura, ovvero lo sfrangiamento dei petali, e  la fiammatura, ossia la sfumatura cromatica dei petali). Per questo, fino al momento della fioritura, non si può immaginare quale sarà il risultato della coltivazione. In molti casi, i bulbilli danno piante con caratteristiche diverse da quelle della pianta madre e possono generare nuove varietà.

Così, per questa sua sorprendente mutabilità, il tulipano ben presto dilagò in tutte le corti europee, che non badavano a spese pur di accaparrarsi gli esemplari più rari. Le dame aristocratiche si ornavano di tulipani, i pittori li raffiguravano nei loro dipinti (non a caso i tulipani screziati e variegati in diversi colori vengono ancor oggi chiamati Rembrandt). Più che una moda, il tulipano rappresentò un vero fenomeno di fanatismo culturale, oltre che economico: dal 1634 al 1637 l’Europa fu attraversata da una vera e propria “febbre del bulbo”, una “tulipomania”, una follia collettiva per cui un bulbo di tulipano era meglio che moneta sonante. Le fonti di quell’epoca narrano che un solo bulbo di tulipano fu scambiato per … 36 botti di frumento, 72 di riso, 4 buoi, 12 pecore, 8 porci, 2 botti di vino, 4 di birra, 2 tonnellate di burro e dieci ettari di terreno pianeggiante. Fu la prima bolla speculativa della storia.

Nel 1637 fu emesso un decreto per calmierare i prezzi e – come sempre accade in casi del genere – molti investitori andarono in rovina.

Oggi il tulipano è diffuso in tutto il mondo, non arreca più scompensi economici, ma la sua sorprendente bellezza continua ad incantare donne e uomini di ogni generazione.

Fiori di tulipano

Qualche consiglio per la coltivazione: i bulbi vanno piantati a una profondità uguale alla loro altezza e a una distanza appena superiore al loro diametro, così da ottenere una fioritura fitta, quasi coprente. L’impianto va effettuato nella stagione autunnale per la fioritura primaverile e in primavera per la fioritura estiva. Il terreno deve essere concimato e un po’ sabbioso, per evitare ristagni idrici. Esistono in commercio appositi strumenti per la messa a dimora dei bulbi (c.d. piantabulbi). I bulbi vanno annaffiati abbondantemente solo in fase vegetativa (cioè da quando mettono le foglie). Dopo la fioritura, i bulbi vanno lasciati nel terreno finché le foglie si sono seccate, per consentire al bulbo di ricostituire le riserve necessarie per la successiva fioritura. Se questa fase vuole essere affrontata in vaso, occorre estirpare i bulbi con tutte le loro foglie e riporli in un terriccio torbato e umido (le foglie debbono sempre restare all’aria). Quando la pianta è a riposo, cioè quando le foglie saranno completamente avvizzite, bisogna estrarre i bulbi, liberarli dalle foglie, pulirli da radici e pellicole morte e conservarli in scatole di carta in luogo fresco e asciutto.

Allora, buon compleanno, signor Tulipano!

Il decano – bonsai

Non mi occupo solo di bonsai giovani, ma curo anche alberelli più anziani fra cui il decano della famiglia che quest’anno compie 42 anni. Mi era stato regalato quando ne aveva 12 e da allora è cresciuto praticamente sempre fuori casa, all’aperto anche d’inverno, tranne due perigliosi momenti. Durante l’estate il decano richiede parecchi interventi di potatura perché dimostra una sana esuberanza e i rami crescono vigorosamente da ogni parte. Molto spesso i rametti tagliati, se di struttura opportuna mi servono per fare talee da cui far crescere altri bonsai; ma le talee che faccio saranno oggetto di una chiacchierata futura. Al momento il decano gode di ottima salute sia pure dopo aver attraversato, come già accennato, due momenti particolarmente difficili.

Il primo è consistito nel fatto che inizialmente, tenevo la pianta all’interno dell’appartamento durante l’inverno, come d’altra parte suggerito da siti internet. Le foglie ne soffrivano notevolmente, ma questo mi ha costretto a provare a tenerlo all’esterno anche d’inverno sia pure protetto dal telo trasparente di una modesta piccola serra. Il risultato è stato splendido ed ora il metodo è diventato di routine.

L’altro periodo brutto è avvenuto durante un recente inverno freddissimo e con una durata particolarmente lunga del periodo con temperatura al di sotto dello zero. Mi sono accorto con un certo ritardo del fatto che la temperatura era veramente bassa e nel frattempo l’alberello ne aveva patito. Comunque dopo un ricovero in un locale illuminato dalla luce naturale e con temperatura di 5 – 6 gradi positivi (leggi soffitta) si è rimesso completamente ed ha ripreso a prosperare, come si può vedere dalle fotografie.

Il bonsai decano della collezione

Il bonsai decano della collezione

Questi fatti mi hanno inoltre costretto a constatare che, prima di affermare che un bonsai è morto, occorre fare accurate e paziente verifiche che possono durare mesi, cioè bisogna dargli il tempo di far ripartire il suo sistema vitale. Al di là della attenzione generica che occorre avere, una delle cure che mi piace particolarmente è quella delle radici, che nel caso di questi tipi di ficus possono assumere geometrie che secondo il mio gusto, sono gradevolissime. Anche qui occorre avere molta pazienza, ma un anno dopo l’altro si possono far crescere le radici modellandole opportunamente. Attualmente l’albero è alloggiato in un vaso giapponese di 44 per 34 cm, profondo 14 cm.

bonsai

Nella fotografia seguente si può osservare il dettaglio delle radici che sono state curate assecondando la loro geometria naturale.

Particolare delle radici

Particolare delle radici

L’ingegnere-giardiniere vi augura buona estate e … buona coltivazione.

 

 

Un orto sul mare

Nel medio Adriatico, tra la ferrovia e il mare, Adrio e Sandro coltivano il loro orto da oltre mezzo secolo. Zucchini, fagiolini, pomodori, cipolle, peperoni, indivia, lattuga, rucola, piselli, melanzane, basilico sprigionano la loro verde energia dalla terra e donano i loro profumi e i loro sapori alla tavola di una bella e numerosa famiglia (complici anche Almerina e Carmela, cuoche sopraffine e nonne esemplari di una moltitudine di nipoti grandi e piccoli).

Orto sul mare

L’orto sul mare di Adrio e Sandro

Orto sul mare

Altra visuale dell’orto di Adrio e Sandro

Le varie essenze vengono seminate in piccoli vasi di recupero, tenuti opportunamente al riparo dalle intemperie. Quando le piantine sono sufficientemente robuste, vengono messe a dimora in terra piena.

Piantina di zucchino in vaso

Piantina di zucchino in vaso destinata alla terra piena.

La sorpresa nasce dall’osservare il suolo che ospita questo piccolo ma prolifico orto: non ci si trova di fronte, come ci si potrebbe attendere, ad una terra scura e pastosa ma ad una rude miscellanea di terra e di sassi: anzi, di ciottoli da spiaggia.

Insalata dell'orto

L’insalata sfida i ciottoli

Sandro, con il suo sorriso paziente, spiega che il segreto è la fertilizzazione, all’inizio della primavera, con lo stallatico equino e poi, durante tutta la bella stagione, con il guano delle galline ospitate nel pollaio che separa l’orto dalla massicciata ferroviaria.

Le galline amiche dell'orto

Le galline amiche dell’orto

Lo stallatico – continua Sandro – viene cosparso con l’ausilio non di una vanga ma di un forcone, i cui rebbi accuminati consentono di scovare segreti interstizi di terriccio morbido in mezzo alla durezza dei ciottoli.

Forcone per l'orto

Il vecchio forcone.

L’osservo: si tratta di un attrezzo con i segni di decenni di fatiche e con una forma semplice, schietta: emblema di un’onesta e saggia cultura contadina, di un’Italia davvero per bene.

Il glicine e l’orologio di Milano

Ho come amabile vicino un glicine ultraottuagenario che mi usa la cortesia di non produrre alcun fiore per evitarmi l’esplosione di antipatiche allergie. Questo anziano signore dalla chioma verde, completamente nudo d’inverno, nonostante la veneranda età, gioca come un ragazzino.

Ve lo ricordate il gioco che si faceva da bambini chiamato “L’orologio di Milano”? Un giocatore, nel ruolo di “controllore”, voltava le spalle agli altri, tutti su una riga ideale di partenza. Con voce alta e cadenzata diceva, senza mai girarsi: “l’orologio di Milano fa … tic tac!”. La velocità di pronuncia di questa frase poteva variare: talvolta era lentissima, talaltra rapidissima. Subito dopo avere terminato la frase, il controllore si girava di scatto e osservava gli altri giocatori, che, nel frattempo, dovevano cercare di avanzare il più possibile verso il controllore, avendo cura, però, di restare assolutamente immobili nel momento in cui questi si girava verso di loro. Veniva espulso il giocatore che si faceva cogliere in movimento. Vinceva la partita, invece, chi riusciva, in più riprese, a raggiungere il controllore senza mai farsi vedere in movimento da quest’ultimo.

Tutte le mattine mi sveglio e il glicine vicino a me si comporta come se io fossi il controllore e lui il giocatore in gara. E’ come se allungasse le proprie fronde soltanto nell’arco di tempo in cui nessuno lo osserva, rimanendo invece beffardamente immobile ogni volta che lo sguardo di qualcuno gli si posi addosso. Quest’anno ho deciso di documentare questo “gioco” nell’arco di tempo tra aprile e giugno. I risultati sono sorprendenti.  Guardate voi stessi.

Glicine 19 aprile

Glicine 19 aprile

Glicine 22 aprile

Glicine 22 aprile

Glicine 23 aprile

Glicine 23 aprile

Glicine 30 aprile

Glicine 30 aprile

Glicine Primo Maggio

Glicine Primo Maggio

Glicine 4 maggio

Glicine 4 maggio

Glicine 5 maggio

Glicine 5 maggio

Glicine 6 maggio

Glicine 6 maggio

Glicine 9 maggio

Glicine 9 maggio

Glicine 13 maggio

Glicine 13 maggio

Glicine 14 maggio

Glicine 14 maggio

Glicine 16 maggio

Glicine 16 maggio

Glicine 21 maggio

Glicine 21 maggio

Glicine 25 maggio

Glicine 25 maggio

Glicine 10 giugno

Glicine 10 giugno

L’anziano glicine giocherellone, nell’arco di poche settimane, ha raggiunto il controllore prima che l’orologio di Milano facesse … tic tac !

Peperoncino e peperoncini

Dire peperoncino significa evocare una serie di piacevoli attributi di tipo gastronomico, come piccante, stimolante, saporitissimo. Ma c’è anche un peperoncino che promette colore, tanti vivaci colori: rosso, verde, giallo, verde, violetto.  E’ quello ornamentale di Capsicum Annua, di cui si trovano in vendita le piante con gli allegri frutticini in gran numero e magari in tinte diverse su di uno stesso esemplare.  Variabili nella forma e nel portamento. Allungati, conici, tondeggianti, eretti o pendenti. Comunque sempre molto decorativi.

Il Capsicum Annuum ha bisogno di una posizione molto luminosa ma non troppo calda, deve essere annaffiato generosamente con acqua a temperatura ambiente. Un piccolo trucco per mantenere colorati a lungo i peperoncini è nebulizzare  l’aria dall’alto, in questo caso si manterranno freschi e varipinti fino a febbraio. A questo punto conviene raccogliere i semi e sperimentare la moltiplicazione per semina, visto che queste piante si coltivano come annuali e che quindi, esaurita la loro funzione ornamentale, normalmente vengono buttate.

La semina si effettua in marzo, in una vaschetta riempita con miscela di terriccio da giardino, sabbia e torba in parti uguali e si tiene leggermente umida. Si copre con una lastrina di vetro e si tiene al buio alla temperatura di 16/18 gradi.  Quando i semi sono germogliati, la vaschetta si scopre e si trasferisce alla luce. Poi si sfoltiscono le piantine conservando solo le più robuste. E dopo qualche tempo si piantano singolarmente.

peperoncino

Capsicum annuum

peperoncini rossi

peperoncini rossi: belli da vedere, piccanti da gustare.

Un piccolo avvertimento: mentre i frutti del Capsicum annuum sono commestibili, quelli sferici prima verdi e poi gialli e infine scarlatti di una pianta molto simile, il solanum capsicastrum, sono velenosi.

peperoncini colorati ma velenosi.

peperoncini colorati ma velenosi.

L’economa robinia – bonsai

La robinia (sia oppure no un bonsai) è una pianta simpatica che si accontenta di poco e vive in modo molto rustico.

Come sapete è molto diffusa ovunque fino a 1000 m di quota ma è particolarmente nota in Piemonte in relazione alle vigne. Difatti sia la robinia che la vite possiedono robusti apparati radicali e, a parte le finalità totalmente differenti dei due tipi di piante, hanno in comune la caratteristica di stabilizzare i terreni in pendenza. Per cui molto spesso la robinia è utilizzata per rafforzare le scarpate di strade e ferrovie. Inoltre in Piemonte la robinia a causa della sua rusticità e della mancanza di pretese per la sua sussistenza è considerata una pianta economa, perfino avara, da cui è scaturito il detto applicato alle persone molto “parsimoniose” che le qualifica “verdi come una gasia ( gasia, in piemontese è il nome della robinia)”.

I fiori sono commestibili, anche fritti, ma a me piace toglierli uno ad uno dal grappolo e succhiarli dal fondo come farebbe un’ape; sono dolcissimi.

Pur trattandosi di un albero modesto e schivo è comunque presente anche in giardini e parchi. Nell’antico Ricetto di Mazzè, graziosa località  prossima alle rive della Dora Baltea, si può fare una passeggiata intorno al Castello e al parco della “Villa Maria Luisa”. Il percorso di questa passeggiata è descritto in sito internet che porta proprio il nome di “Passeggiata intorno al parco della Villa Maria Luisa e al Castello”. Lungo questo percorso si possono ammirare parecchi alberi “impegnativi” ma anche modeste e rigogliose robinie. Una primavera ne ho trovata una, nata in un mio vaso; il suo seme era arrivato chissà come in quel vaso portato dal vento o da un uccello. L’ho lasciata attecchire bene e crescere per un anno nello stesso vaso, in cui ha trascorso pure l’inverno successivo all’aperto. Nella primavera seguente però l’ho trasferita in un altro vaso per farne un bonsai, quindi ha cominciato a vivere in cattività, se così si può dire.

bonsai, robinia
Dopo un anno dalla nascita della piantina di robinia, può iniziare la realizzazione del bonsai

Ad Aprile l’alberello comincia a germogliare aprendo con lentezza il suo apparato di rami e foglie che si svilupperà in seguito. In questo differisce dagli altri bonsai di essenze nostrane, che sono più rapidi nello sviluppo del nuovo apparato fogliare.

Dopo  circa tre settimane le foglie sono ben sviluppate ed occorre incominciare subito il lavoro di potatura per contenere la vegetazione, che in genere è rigogliosa.

Il bonsai di robinia spiega le foglie
Il bonsai di robinia spiega le sue foglie. Lo ospita un pregiato vaso di legno.

Questa pianticella va tenuta sotto controllo per la rapidità con cui sviluppa i rami che vanno potati di frequente. Inoltre manifesta una particolare sensibilità alla aridità del terreno che segnala tempestivamente con l’abbassare mestamente  i rami. E’ anche sensibile alla luce per cui di sera “ammaina” le foglie e si prepara a trascorrere la notte. Insomma è un bel tipo!

Il vaso, in cui la tengo, merita una considerazione a parte. Infatti mi è stato regalato, ormai da tanti anni, da un mio amico, medico, ormai passato al regno dei più, che coltivava due passioni: i bonsai e i vasi. Si era impadronito della tecnica, si era procurato materiali e attrezzature, compreso un forno di cottura, e si faceva i vasi adatti alla coltura dei bonsai, che poi regalava generosamente a chi condivideva i suoi valori e canoni di vita.

Comunque è una idea che vi passo perché è possibile realizzarla in casa.

Bonsai umili

Bonsai

Chi non ha mai ammirato queste miniature di alberi in mostre, saloni o scuole “verdi”?

Ciascuno ha certamente gustato le forme accattivanti di questi vegetali, alle volte molto anziani come età. Le varie essenze in mostra inoltre conferiscono la sensazione che l’applicazione di questa tecnica sia estendibile a molte varietà di vegetali.

In realtà esistono varietà di alberi che sono più idonee di altre ad essere miniaturizzate. La riduzione delle dimensione dipende dalla scuola a cui si riferiscono i trattamenti degli alberi che si osservano.

Nelle mostre quindi vengono esposti esemplari delle varietà più facili da ridurre, indipendentemente dalla scuola secondo i cui dettami sono state realizzate le opere esposte.

Esiste anche un’altra considerazione che va tenuta in conto: generalmente nelle mostre e nei negozi vengono esposte le realizzazioni migliori.

Ma basta andare a visitare i vivai specialmente in oriente, Cina, Giappone e Vietnam in particolare, per rendersi conto che ci sono anche esemplari che non soddisfano appieno gli obbiettivi dei giardinieri e che pertanto non raggiungono il livello di perfezione atteso. Non si tratta di scarti ma certamente di esemplari di qualità ridotta in relazione agli esemplari considerati perfetti.

Ritengo che questa classificazione sia da vedere come esclusivamente commerciale in quanto ognuno di questi alberi ha subito praticamente gli stessi trattamenti e quindi sono tutti gustabili proprio come bonsai.

Fra queste realizzazioni minori, bonsai umili come li chiamo, si possono anche vedere tentativi realizzati su essenze diverse da quelle tradizionali, su cui le tecniche sono state messe a punto e successivamente perfezionate negli anni, o meglio nei secoli. Comunque si tratta sempre di verietà di vegetali diffuse nelle aree considerate.

Personalmente mi diletto da qualche anno, a farmi dei bonsai con una tecnica raffazzonata da libri, senza un maestro, e comunque rivolta all’utilizzo di varietà vegetali inconsuete ma comuni nel nostro territorio.

In particolare ho realizzato due tipi di bonsai partendo da una varietà di edera largamente diffusa da noi e senza fare selezioni apriori.

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Si tratta di due alberelli uguali in una coppia di vasi uguali.

Nel 2013 questi bonsai raggiungeranno l’ancora tenera età di 5 anni, e si presentano comunque in buona salute, facendo bene sperare per il futuro.

I vasi sono cinesi, uguali, sagomati, di 10 cm per 10 e profondi 8 cm.

Li tratto ad alberello, e dal momento che l’edera cresce sempre ( non d’inverno) e specialmente in primavera e in tarda estate, occorre intervenire spesse volte durante l’anno per ridurre le chiome che crescono in modo esuberante e tendenzialmente incontrollato.

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Questa varietà di edera è molto robusta e va tenuta all’aperto anche d’inverno, al più sotto una piccola serra, commerciale, di teli trasparenti.

Questo non toglie che in occasione di una visita di conoscenti, questi vasetti possano essere traferiti all’interno dell’alloggio ad allietare con la loro grazia un mobile o un tavolinetto. Personalmente li adopero abbastanza spesso per abbellire la tavola apparecchiata durante riunioni conviviali con amici.

Con la stessa varietà di edera ho realizzato anche un bonsai a cascata, che può essere trattato in vari modi a secondo del gusto personale.

Anche in questo caso il vaso è di origine cinese, ha il diametro di 8 cm ed è profondo 6.

bonsai di edera

bonsai di edera

 

Il fusto può essere tenuto appoggiato ad una superficie oppure può essere lasciato sospeso nel vuoto, magari tendendolo con un peso leggero, lasciadogli raggiungere la lunghezza desiderata.

In questo caso, una volta raggiunta la lunghezza desiderata, continuando a tenerlo teso col pesino, il bonsai continua a crescere ripiegandosi verso l’alto con un gomito curvo ottenendo un ulteriore effetto.

Una volta che la lunghezza del lato verticale ha raggiunto l’estensione opportuna si può togliere il pesino perchè l’alberello si è ormai stabilizzato in quella configurazione.

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Nel caso delle fotografie qui riportate l’estensione della parte ripiegata del tronco è di circa 25 cm e il tronco è lasciato libero di appoggiarsi ad un piano o a pendere liberamente nel vuoto. La sua età è di un anno inferiore a quella degli alberelli.

In entrambi i casi degli alberelli qui esposti, sono partito da punte di rami di edera già un po’ legnosi mentre nel caso della realizzazione a cascata ho tagliato un ramo più tenero.

Successivamente i rametti sono stati posti in acqua fino a quando la lunghezza delle radici è stata ritenuta idonea per il trapianto in terra.