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Chagall e i fiori

Chagall e i fiori

Oggi il “blog-trotter” di Curiosando in Giardino è l’Ingegnere-Giardiniere.

Ispirato da una sognante mostra a Milano dedicata a Marc Chagall, desidero sottoporvi alcune brevi, e inutili, considerazioni che mi sono venute in mente a proposito dei fiori. Quello tra Chagall e i fiori è un collegamento spontaneo.

I fiori svolgono un ruolo fondamentale nella natura in quanto sono il preludio dei semi che a loro volta garantiscono la sopravvivenza delle varietà vegetali.

Ma i fiori, al di là dello scopo riproduttivo, sono anche belli, anzi alle volte sono bellissimi!

Non è chiaro perchè i fiori debbano essere belli, non sarebbe bastato che fossero solamente funzionali? Invece presentano in più questo fatto estetico che interessa e rallegra coloro che li osservano. Occorre notare che anche il fiore della patata è bello, anche se, a secondo dei gusti di ciascuno, se ne possono trovare di più belli.

Tutto ciò che ha a che fare con l’agricoltura e con il giardinaggio finisce con l’occuparsi di fiori.

In un giardino o in un campo i fiori diventano visibili non appena le rispettive piante sono state messe in loco o son state seminate proprio per lo scopo di vedere fiori, o per avere un prodotto vegetale.

Mentre però il giardino o un campo sono oggetti inventati da una persona per un suo diletto o per suo tornaconto, i fiori sono una espressione spontanea della natura: i fiori non richiedono sempre un interessamento umano.

In ogni momento, anche in questo momento, in natura esistono miliardi di fiori che nessuno vede perchè sono sbocciati in luoghi non frequentati o addirittura irraggiungibili. Nascono orchidee su alberi tropicali a 30 metri dal suolo ed espongono i loro magnifici fiori..a chi? Lo stesso vale per stelle alpine e praticamente per la maggior parte dei fiori selvatici.

Si tratta di una magnifica inutilità o c’è dell’altro; non è molto chiaro, però ritengo che la bellezza esista in quanto tale anche se non serve a niente (apparentemente).

I fiori sono sempre stati oggetto di attenzione anche dei pittori che li hanno ritratti o come dettagli di opere complesse oppure proprio come oggetti specifici di quadri dedicati solo a loro. In particolare in tempi recenti si sono distinti in ciò gli impressionisti francesi in precedenza anticipati da pittori di “nature morte” orientate a rappresentare lussureggianti vasi di fiori.

Anche Chagall si è occupato di fiori ma in modo molto più complesso.

chagall e i fioriInnanzitutto Chagall è un poeta; non è solo stato un poeta, continua ad esserlo e lo sarà sempre.

La sua poesia consiste nel suo modo di vedere la realtà del mondo in cui è via via vissuto.

Egli afferma che ogni arte è il risultato della ”osservazione della natura”, e nella natura esistono alberi, cieli, nuvole, corvi magri che volano in cerca di cibo, ma sopratutto fiori.

chagall e i fiori

Chagall ha sempre visto il mondo in modo molto colorato e si rammarica  laddove “non vedevo l’incantesimo dei colori” come afferma in un passaggio delle sue “Memorie”.

Chagall ricerca durante un sofferto soggiorno in Lituania di recuperare le sua serenità ricordando la sua vita nel “buco di Vitebsk,….” dove “..gli alberi sono diventati da tempo miei amici”.

Durante un suo soggiorno a Nizza Chagall si è trovato finalmente immerso nei fiori: “A Nizza si potevano preparare centinaia di mazzolini da sposa e presentarli alle mie spose di fantasia in tutto il mondo”.

chagall e i fioriQuando osserva l’evolversi dei vari stili della pittura sua contemporanea viene preso dallo scoramento scorgendo la mancanza in molti pittori suoi contemporanei di “osservare l’eleganza dei fiori”.

Per Chagall nella sua pittura i fiori si identificano con i colori come dice quando parla della pittura di altri artisti in cui “ i loro colori (fiori) non sono affatto colori (fiori). In questa affermazione esiste anche il fatto che in russo fiori e colori sono espressi dalla stessa parola.

A New York, non si trova bene nella città in quanto “non c’erano fiori (colori), mentre la mia anima e il mio corpo erano come corrosi dai colori (fiori)”.

Tuttavia nella campagna americana ritrova momenti di pace: “ mi piaceva… stare a guardare le nuvole e gli alberi verdi, alla ricerca di nuove tinte, alla ricerca di qualcosa.”

Quando è incaricato di decorare il soffitto del Teatro dell’Opera di Parigi pensa ai fiori. “Il mio soffitto era il mazzo di fiori, il mio mazzo di fiori, il nostro mazzo di fiori,..”

chagall e i fiori

Anche in luoghi modesti l’attenzione è per i fiori : “A Tolone, nell’albergo modesto dove ci fermammo qualche tempo, c’erano fiori, quei fiori che ben presto sarebbero sbocciati fra le mani di una sposa”.

chagall e i fiori

I fiori dovrebbero interessare a tutti ed in realtà interessano a molti come si può dedurre dal commercio dei loro semi e bulbi e alle varie gare estive in molte località che premiano ad esempio il balcone più fiorito.

In definitiva la bellezza dei fiori non costituisce una splendida inutilità ma fa parte della esistenza umana e va colta anche spiritualmente e conservata nell’anima.  A parte il fatto che anche l’inutilità può avere il suo fascino.

Non lasciamo trascurati i fiori selvatici e immaginiamo di spostarci almeno col pensiero in qualsiasi parte del mondo che presenti in quel momento la stagione opportuna: saremo accolti da fiori splendidi e spesso numerosissimi.

Che spavento, il bonsai di robinia (prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi)

Che spavento, il bonsai di robinia (prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi)

A Marzo tutte le pianticelle del mio parco bonsai, che avevano perso le foglie nell’autunno precedente, cominciarono a ingrossare le gemme latenti della nuova vegetazione.

Chi più rapidamente chi meno rapidamente resero sempre più visibili le future foglie. Proprio tutte le pianticelle? Sì, almeno così mi sembrava. Invece, prestando maggior attenzione, mi accorsi che la “celebre” robinia non dava segni di risveglio. Ad un certo punto, visto che tutte le altre piante erano decisamente entrate nelle primavera, avevo un termine di paragone per constatare che la robinia era, almeno apparentemente, morta. Il fatto diventava ogni giorno sempre più preoccupante, perché, ad una attenta osservazione, i rametti della robinia erano secchi e striminziti. Ciononostante, forte della mia convinzione che prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi, ho continuato ad accudirla.

Infatti, dopo un altro mesetto, sono cominciate a comparire microscopiche gemme che col passare del tempo si sono rinforzate  e si sono allargate.

Adesso, a maggio, la pianticella si presenta in buone condizioni ed è apparentemente normale ed ho tirato un respiro di sollievo per lo scampato pericolo. Però mi sono permesso di fare alcune considerazioni sui vegetali con cui sembra molto difficile entrare in comunicazione.

Riferendomi alla mia robinia che ormai ha 5 anni, ho constatato che la pianta, ora, è ricca di fogliame ed è circondata da una letteratura che ne ha descritto le caratteristiche in modo di cui comincio a dubitare.

Negli anni passati mi aveva generato problemi che mi avevano convinto che la pianta non era così disinvolta nell’affrontare situazioni anche solo un poco fuori dal normale.

Robinia bonsai

Infatti, anche in questo frangente, questa pianta di cui si legge che è robusta e di poche pretese si è rivelata invece delicata e capricciosa; o è solo la mia a comportarsi così?

Ad ogni buon conto, nel mio “parco” è la pianta che mi ha sempre dato più preoccupazioni. Non sopporta l’asciutto, non tollera il terreno troppo umido e adesso fa anche la schizzinosa a risvegliarsi!

Prendiamola così come è e vediamo di convivere in pace. Anche perché nell’autunno scorso, in campagna, mi sono imbattuto in un alberello di robinia nato nell’anno e che era stato malamente calpestato  e si trovava in pessime condizioni. Comunque lo spirito caritatevole si è chinato verso questo sfortunato vegetale, lo ha raccolto e lo ha trapiantato in un vaso, che è stato lasciato in campagna. La situazione “medica” secondo me era di “prognosi riservata” , per cui non mi sono fatto soverchie illusioni per il futuro.

In questa primavera alla mia prima visita in campagna ti trovo l’alberello, che era stato quasi morente, in splendide condizioni con un bel fogliame sia pure su una struttura del tronco irregolare e che aveva palesemente  sofferto. A questo punto però mi sono chiesto: chi crede di essere questa mia robinia casalinga che mi genera tutti questi grattacapi a fronte di un rustico alberello malamente curato che si è passato tutto l’inverno alle intemperie senza fiatare e che è germogliato senza problemi?

Misteri della natura; evidentemente  anche le piante hanno un carattere.

Robinia bonsai

Il sonno d’inverno

Lo sanno tutti: nei climi temperati, alcune piante, durante l’inverno, perdono le foglie e le rimettono nella primavera successiva; se va tutto bene.

Infatti mi è capitato di trovare piante morte all’inizio della primavera dopo un inverno rigidissimo. In un caso particolare, si trattò di un mandorlo e la cosa curiosa consisteva nel fatto che il tronco si era spaccato, probabilmente per il freddo, lungo la sua lunghezza presentando una vistosa fessura. Sembrava una morte improvvisa.

Ma parliamo di bonsai che, come sapete, tengo sempre all’esterno, protetti nei mesi invernali da una modesta piccola serra costituita da un telo trasparente sorretto da un telaio metallico.

Anche questo autunno il tiglio, la robinia e l’acero giapponese hanno perso regolarmente le foglie assumendo il loro aspetto invernale. Ci sono ragioni scientifiche che spiegano questo fenomeno che non si applica alle piante tropicali ambientate nei loro climi e alle piante nostrane che non perdono le foglie; occorrerebbe però capire le ragioni per cui da noi alcune piante perdono le foglie e altre no.

Inoltre le piante tropicali mantengono le stesse abitudini anche quando sono trasferite nei nostri climi. Infatti i miei bonsai di Ficus non perdono le foglie, che rimangono lucenti e carnose anche durante i mesi invernali. Occorre solo stare attenti ai periodi di prolungate temperature sotto zero, anche durante in giorno. In questo caso bisogna proteggere queste piante nel modo adeguato.

D’inverno, le piante cedue entrano quindi in uno stato vegetativo come di sopore, durante il quale la crescita è fortemente rallentata in attesa della prossima bella stagione.

Gli antichi avevano già osservato il fenomeno e lo avevano attribuito a interventi degli Dei. Si narra infatti di Proserpina rapita dal Plutone, dio degli inferi, e rilasciata per sei mesi all’anno per le insistenze della sua madre Cerere. In mancanza di Proserpina, la Natura si addormenta ad attende il suo ritorno per risvegliarsi.

Anche noi mammiferi umani subiamo questo sonno con cadenza giornaliera, senza perdere le foglie ma comunque cambiando gli indumenti! Affrontiamo inoltre, a livello esistenziale, un sonno molto più lungo il cui risveglio può essere gioioso per alcuni e realmente tragico per altri. Ma, al di là dei fatti scientifici, mi sorprende questo spogliarsi delle piante che mettono in mostra le loro nudità senza compromessi.

Bonsai d'inverno Schermata 2014-01-14 alle 17.24.53 Schermata 2014-01-14 alle 17.25.07Durante l’inverno si possono quindi osservare ed anche ammirare le intime giunzioni di rami, curve generalmente celate di altri rami, piccole cavità nella corteccia e tanti dettagli altrimenti invisibili.

Cosa significa tutto ciò: questo denudarsi? Non è per niente chiaro; e non ho trovato risposte.

Anche Nietzsche che amava passeggiare lungamente nei boschi in ogni stagione (anche in Italia) e conosceva perfettamente il comportamento di certi alberi, non si è posto il problema. Parlo di questo filosofo impazzito proprio perché, in quanto pazzo, avrebbe potuto avere la facoltà di spiegare aspetti particolari di cose altrimenti largamente conosciute sotto altre ottiche. O sono più pazzo io?

Nelle foto sopra vediamo la robinia, l’acero giapponese e il tiglio nella loro nudità invernale.

Comunque anche nei boschi e nelle campagne, le piante cedue si mostrano nude senza nessun pudore e con accattivante malizia mostrano dove metteranno le foglie nella prossima stagione, come dicendo guardami bene adesso, ché dopo mi coprirò.

Infatti sui rami sono già presenti le gemme delle foglie future che torneranno a nascondere le intimità delle piante per tutta la stagione di crescita.

Le gemme sono più o meno grandi a seconda del tipo di piante. Esili nell’acero e nella robinia ma turgide e ben marcate nel tiglio.

A questo punto, non ci rimane che aspettare la prossima primavera.

Curiosità sulla talea.

La tecnica della talea (la parola è un sostantivo latino con lo stesso significato), è a tutti nota ed utilizzata largamente per la sua “facilità d’uso” allo scopo di riprodurre certi tipi di vegetali.

Anche solo nei siti internet si trovano spiegazioni e metodi anche complicati e finalizzati ad ottenere il massimo successo nella sopravvivenza del rametto usato per ottenere una nuova pianta.

La natura però è più “sprecona” e presenta una grande varietà di casi in cui genera “naturalmente” talee anche quando si è in presenza di una scarsa probabilità di sopravvivenza.

Nella mia limitatissima esperienza mi sono imbattuto in casi, probabilmente estremi, che sono particolarmente curiosi e che desidero condividere con voi.

Ricordo una talea involontaria che ha la seguente storia.

Dopo la costruzione di un muro di cinta di un giardino su un ondulato terreno collinare, si presentò il problema di colmare un buco, abbastanza profondo,  che era rimasto aperto alla fine dei lavori.

All’inizio fu riempito di quanto era disponibile al momento cioè calcinacci, bottiglie rotte e altri residui finalizzati anche a costituire uno strato drenante. Alla fine fu aggiunto anche un fascio di rami di vite di “Moscato d’Amburgo”, ottenuto dalla potatura primaverile di una vite, e che fu poi ricoperto da un congruo spessore di terra.

Il tutto finì lì, col terreno livellato, l’erbetta in crescita, senza ulteriori avvenimenti fino alla primavera successiva. A questo punto fu evidente che stava succedendo qualcosa di inaspettato: infatti durante quel periodo comparvero germogli di vite fuoriuscenti dal terreno; ci si domandò da dove venissero finché fu chiaro che si trattava dei germogli di quella ramaglia di “Moscato d’Amburgo” che era stata interrata.

Rimasi incuriosito dal fenomeno ed attesi la sua evoluzione aspettandomi il rapido appassimento dei germogli stante sopratutto l’infelice strato di materiale in cui si erano sviluppate le radici.

Fui oltremodo sorpreso nel constatare che i germogli continuarono a svilupparsi in modo normale secondo quanto previsto dalla natura.

Attualmente questa pianta di vite è normalmente produttiva e mi sconcerta il pensare che le sue radici affondano in un misto di terra ma anche di calcinacci e vetri rotti.

Si deduce che quella talea involontaria ha radicato in condizioni che nei manuali non sono neanche prese in considerazione anche solo da un punto di vista teorico. Ritengo tuttavia che non sia certamente consigliabile di fare attecchire talee sui vetri rotti ma evidentemente la natura manifesta della capacità di adattamento inaspettate.

Altro caso.

Quando sfoltisco i bonsai in genere tengo i rametti migliori per farne talee.

La mia tecnica è del tutto elementare  e consiste nel porre i rametti in un vasetto pieno d’acqua senza nessun altro additivo, aspettando che mettano radici.

Faccio questo indipendentemente dalla stagione, quindi affrontando maggiori rischi di insuccesso nella stagione autunnale, tenendo conto del fatto che tengo generalmente i vasetti all’esterno.

In genere i rametti che metto nell’acqua si comportano in modi diversi che consistono essenzialmente in due casi: morire entro pochi giorni o sopravvivere mantenendo le foglie vive e lucide.

Quando sopravvivono, si entra in un campo in cui il tempo di emissione delle radici diventa quanto mai incerto. In genere in un paio di settimane compaiono sulla parte inferiore del rametto delle escrescenze bianche che successivamente danno origine alle radici, come è ben visibile nella fotografia seguente.

Talea

Però succedono anche casi, tutt’altro che rari, in cui il tempo diventa molto lungo, intendo parlare di settimane, prima che compaiano radici. Comunque non ho mai buttato via una talea “lenta” e sono sempre stato a guardare come sarebbe andata a finire.

In un tardo autunno un rametto indiscutibilmente vivo e con le foglie carnose e lucide si mantenne vivo a lungo senza mettere radici, ma si mantenne vivo anche quando l’acqua gelò.

Anche questa volta sono stato a vedere come sarebbe andata a finire.

Ho seguito il fatto con molta attenzione in quanto secondo me ci si era introdotti in un campo del tutto inesplorato. Comunque, per farla breve, non sono intervenuto sul fenomeno e l’ho lasciato evolvere naturalmente. Quando il tempo cambiò e sopravvenne la primavera, quindi dopo qualche mese (!!!) il rametto generò la radici ed oggi è un alberello come gli altri.

Non mi risulta dalla letteratura di un caso del genere che comunque a me è capitato.

Un altro caso curioso consiste nel fatto che una volta ho tenuto un rametto bruttissimo costituito da un nodo di più rametti diritti e disposti senza un ordine apparente ed in modo sgradevole. L’ho tenuto proprio come sfida per vedere cosa sarei riuscito a fare.

Anche questo rametto generò le radici e lo posi a dimora in un normale vasetto pieno di terra, come negli altri casi.

Dopo qualche mese di sviluppo l’alberello fece seccare, per proprio conto,  alcuni dei suoi rametti lasciandone solo alcuni altri, rendendo il tutto di aspetto migliore ed avvicinandosi allo standard di forma degli altri miei alberelli. Praticamente prima che intervenissi io ha operato da solo delle potature con finalità estetiche, evidentemente senza nulla di intenzionale, comunque in modo da raggiungere un miglioramento.

Adesso sta crescendo regolarmente.

Nella foto successiva è riportata l’immagine di una talea di robinia con una radice insolitamente lunga per i miei standard.

Talea

Infatti quando la radice, o le radici, sono lunghe un paio di cm pongo la talea in vaso e la faccio crescere. In questo caso invece ho lasciato crescere le radici, ma il risultato pratico non è variato.

Il decano – bonsai

Non mi occupo solo di bonsai giovani, ma curo anche alberelli più anziani fra cui il decano della famiglia che quest’anno compie 42 anni. Mi era stato regalato quando ne aveva 12 e da allora è cresciuto praticamente sempre fuori casa, all’aperto anche d’inverno, tranne due perigliosi momenti. Durante l’estate il decano richiede parecchi interventi di potatura perché dimostra una sana esuberanza e i rami crescono vigorosamente da ogni parte. Molto spesso i rametti tagliati, se di struttura opportuna mi servono per fare talee da cui far crescere altri bonsai; ma le talee che faccio saranno oggetto di una chiacchierata futura. Al momento il decano gode di ottima salute sia pure dopo aver attraversato, come già accennato, due momenti particolarmente difficili.

Il primo è consistito nel fatto che inizialmente, tenevo la pianta all’interno dell’appartamento durante l’inverno, come d’altra parte suggerito da siti internet. Le foglie ne soffrivano notevolmente, ma questo mi ha costretto a provare a tenerlo all’esterno anche d’inverno sia pure protetto dal telo trasparente di una modesta piccola serra. Il risultato è stato splendido ed ora il metodo è diventato di routine.

L’altro periodo brutto è avvenuto durante un recente inverno freddissimo e con una durata particolarmente lunga del periodo con temperatura al di sotto dello zero. Mi sono accorto con un certo ritardo del fatto che la temperatura era veramente bassa e nel frattempo l’alberello ne aveva patito. Comunque dopo un ricovero in un locale illuminato dalla luce naturale e con temperatura di 5 – 6 gradi positivi (leggi soffitta) si è rimesso completamente ed ha ripreso a prosperare, come si può vedere dalle fotografie.

Il bonsai decano della collezione

Il bonsai decano della collezione

Questi fatti mi hanno inoltre costretto a constatare che, prima di affermare che un bonsai è morto, occorre fare accurate e paziente verifiche che possono durare mesi, cioè bisogna dargli il tempo di far ripartire il suo sistema vitale. Al di là della attenzione generica che occorre avere, una delle cure che mi piace particolarmente è quella delle radici, che nel caso di questi tipi di ficus possono assumere geometrie che secondo il mio gusto, sono gradevolissime. Anche qui occorre avere molta pazienza, ma un anno dopo l’altro si possono far crescere le radici modellandole opportunamente. Attualmente l’albero è alloggiato in un vaso giapponese di 44 per 34 cm, profondo 14 cm.

bonsai

Nella fotografia seguente si può osservare il dettaglio delle radici che sono state curate assecondando la loro geometria naturale.

Particolare delle radici

Particolare delle radici

L’ingegnere-giardiniere vi augura buona estate e … buona coltivazione.

 

 

L’economa robinia – bonsai

La robinia (sia oppure no un bonsai) è una pianta simpatica che si accontenta di poco e vive in modo molto rustico.

Come sapete è molto diffusa ovunque fino a 1000 m di quota ma è particolarmente nota in Piemonte in relazione alle vigne. Difatti sia la robinia che la vite possiedono robusti apparati radicali e, a parte le finalità totalmente differenti dei due tipi di piante, hanno in comune la caratteristica di stabilizzare i terreni in pendenza. Per cui molto spesso la robinia è utilizzata per rafforzare le scarpate di strade e ferrovie. Inoltre in Piemonte la robinia a causa della sua rusticità e della mancanza di pretese per la sua sussistenza è considerata una pianta economa, perfino avara, da cui è scaturito il detto applicato alle persone molto “parsimoniose” che le qualifica “verdi come una gasia ( gasia, in piemontese è il nome della robinia)”.

I fiori sono commestibili, anche fritti, ma a me piace toglierli uno ad uno dal grappolo e succhiarli dal fondo come farebbe un’ape; sono dolcissimi.

Pur trattandosi di un albero modesto e schivo è comunque presente anche in giardini e parchi. Nell’antico Ricetto di Mazzè, graziosa località  prossima alle rive della Dora Baltea, si può fare una passeggiata intorno al Castello e al parco della “Villa Maria Luisa”. Il percorso di questa passeggiata è descritto in sito internet che porta proprio il nome di “Passeggiata intorno al parco della Villa Maria Luisa e al Castello”. Lungo questo percorso si possono ammirare parecchi alberi “impegnativi” ma anche modeste e rigogliose robinie. Una primavera ne ho trovata una, nata in un mio vaso; il suo seme era arrivato chissà come in quel vaso portato dal vento o da un uccello. L’ho lasciata attecchire bene e crescere per un anno nello stesso vaso, in cui ha trascorso pure l’inverno successivo all’aperto. Nella primavera seguente però l’ho trasferita in un altro vaso per farne un bonsai, quindi ha cominciato a vivere in cattività, se così si può dire.

bonsai, robinia
Dopo un anno dalla nascita della piantina di robinia, può iniziare la realizzazione del bonsai

Ad Aprile l’alberello comincia a germogliare aprendo con lentezza il suo apparato di rami e foglie che si svilupperà in seguito. In questo differisce dagli altri bonsai di essenze nostrane, che sono più rapidi nello sviluppo del nuovo apparato fogliare.

Dopo  circa tre settimane le foglie sono ben sviluppate ed occorre incominciare subito il lavoro di potatura per contenere la vegetazione, che in genere è rigogliosa.

Il bonsai di robinia spiega le foglie
Il bonsai di robinia spiega le sue foglie. Lo ospita un pregiato vaso di legno.

Questa pianticella va tenuta sotto controllo per la rapidità con cui sviluppa i rami che vanno potati di frequente. Inoltre manifesta una particolare sensibilità alla aridità del terreno che segnala tempestivamente con l’abbassare mestamente  i rami. E’ anche sensibile alla luce per cui di sera “ammaina” le foglie e si prepara a trascorrere la notte. Insomma è un bel tipo!

Il vaso, in cui la tengo, merita una considerazione a parte. Infatti mi è stato regalato, ormai da tanti anni, da un mio amico, medico, ormai passato al regno dei più, che coltivava due passioni: i bonsai e i vasi. Si era impadronito della tecnica, si era procurato materiali e attrezzature, compreso un forno di cottura, e si faceva i vasi adatti alla coltura dei bonsai, che poi regalava generosamente a chi condivideva i suoi valori e canoni di vita.

Comunque è una idea che vi passo perché è possibile realizzarla in casa.

Il piccolo tiglio

Si racconta, ma non so se sia vero, che molto tempo fa Giove ed Hermes si recarono in Frigia sotto sembianze umane. Lo scopo era quello di verificare il comportamento degli abitanti di quella regione, specialmente per quanto riguardava l’accoglienze degli stranieri e in particolare l’ospitalità in senso lato.

Percorsero la regione in lungo e in largo trovando costantemente un atteggiamento ostile e scostante tranne che in casa di Filemone e Bauci.

Questi due coniugi erano già anziani, poveri e senza figli, ma accolsero con calore nella loro poverissima capanna i due ospiti sconosciuti.

Per ricompensarli Giove chiese loro cosa maggiormente desideravano ed essi risposero di poter morire assieme, quando fosse giunto il momento.

Giove li onorò in diversi modi come racconta la leggenda ed esaudì il loro unico desiderio espresso ed alla loro morte li trasformò in alberi: Filemone in quercia e Bauci in tiglio.

Questa leggenda è stata ripresa da Ovidio nelle sua opera intitolata “Le metamorfosi” e viene da sempre raccontata come luminoso esempio di amore coniugale.

Il mito non è andato perduto anche se non è più stato molto frequentato da altri scrittori.

Comunque l’immagine dell’albero del tiglio compare, sia pure raramente nell’araldica medievale, dove viene generalmente usato proprio come espressione dell’amore coniugale.

In tempi più recenti Rubens dipinse l’episodio nel quadro che descrive l’accoglienza fatta dai due anziani coniugi agli sconosciuti visitatori; la fotografia del quadro è sotto riportata.

Attualmente il tiglio è un albero abbastanza comune ed è usato nei parchi ed anche in viali alberati, come ad esempio Torino. Forse il più famoso viale di tigli è quello centrale di Berlino che fu sconvolto, suo malgrado, durante l’epilogo della seconda guerra mondiale

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Per quanto mi riguarda, ho spesso immaginato di fare un bonsai di tiglio, ma ho dovuto aspettare parecchio prima che si presentasse l’occasione propizia.

Una primavera ho notato un piccolissima pianta in un giardino privato ed ho aspettato che le foglie fossero ben aperte per indentificarla come un giovanissimo tiglio.

Ho seguito lo sviluppo di questa pianticella per tutta la primavera, l’estate fino all’autunno quando ha perso regolarmente le foglie. L’ho lasciata lì.

Nella primavera successiva sono andato a controllare come il piccolo tiglio aveva passato l’inverno. Mi sembrò in forma perfetta; quindi ho cavato la zolla che conteneva la pianticella e lo collocata in un vaso.

Ho cominciato, al momento opportuno, a ridurre l’estensione del fogliame che era effettivamente rigogliosa e ho seguito il suo comportamento per tutto il resto dell’anno, con gli interventi che via via si rendevano necessari.

Dopo un ulteriore inverno, questa volta trascorso in vaso, in primavera l’alberello ha messo puntualmente le sue gemme ed ha aperto le foglie.

La fotografia seguente risale al 13 aprile 2013 e mostra come all’epoca alcune gemme erano ancora chiuse, ma parecchie foglie si erano già aperte pur mantenendo ancora una estensione ridotta.

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Successivamente il tiglio ha continuato a crescere espandendo i rami e le foglie al punto di richiedere un severo intervento di potatura.

La foto successiva risale al 24 aprile dello stesso anno, e si può constatare quanto sia cresciuta rigogliosamente la vegetazione in solo una decina di giorni.

La fotografia illustra ampiamente il rigoglio delle foglie e dei rami nonostante la potatura eseguita.

Il tronco si presenta ancora piccolo ma ben tornito con i rami che si protendono saldamente verso l’alto.

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Il vaso è un piccolo vasetto giapponese di 11×15,5 cm di apertura e alto 6 cm.

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Bonsai umili

Bonsai

Chi non ha mai ammirato queste miniature di alberi in mostre, saloni o scuole “verdi”?

Ciascuno ha certamente gustato le forme accattivanti di questi vegetali, alle volte molto anziani come età. Le varie essenze in mostra inoltre conferiscono la sensazione che l’applicazione di questa tecnica sia estendibile a molte varietà di vegetali.

In realtà esistono varietà di alberi che sono più idonee di altre ad essere miniaturizzate. La riduzione delle dimensione dipende dalla scuola a cui si riferiscono i trattamenti degli alberi che si osservano.

Nelle mostre quindi vengono esposti esemplari delle varietà più facili da ridurre, indipendentemente dalla scuola secondo i cui dettami sono state realizzate le opere esposte.

Esiste anche un’altra considerazione che va tenuta in conto: generalmente nelle mostre e nei negozi vengono esposte le realizzazioni migliori.

Ma basta andare a visitare i vivai specialmente in oriente, Cina, Giappone e Vietnam in particolare, per rendersi conto che ci sono anche esemplari che non soddisfano appieno gli obbiettivi dei giardinieri e che pertanto non raggiungono il livello di perfezione atteso. Non si tratta di scarti ma certamente di esemplari di qualità ridotta in relazione agli esemplari considerati perfetti.

Ritengo che questa classificazione sia da vedere come esclusivamente commerciale in quanto ognuno di questi alberi ha subito praticamente gli stessi trattamenti e quindi sono tutti gustabili proprio come bonsai.

Fra queste realizzazioni minori, bonsai umili come li chiamo, si possono anche vedere tentativi realizzati su essenze diverse da quelle tradizionali, su cui le tecniche sono state messe a punto e successivamente perfezionate negli anni, o meglio nei secoli. Comunque si tratta sempre di verietà di vegetali diffuse nelle aree considerate.

Personalmente mi diletto da qualche anno, a farmi dei bonsai con una tecnica raffazzonata da libri, senza un maestro, e comunque rivolta all’utilizzo di varietà vegetali inconsuete ma comuni nel nostro territorio.

In particolare ho realizzato due tipi di bonsai partendo da una varietà di edera largamente diffusa da noi e senza fare selezioni apriori.

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Si tratta di due alberelli uguali in una coppia di vasi uguali.

Nel 2013 questi bonsai raggiungeranno l’ancora tenera età di 5 anni, e si presentano comunque in buona salute, facendo bene sperare per il futuro.

I vasi sono cinesi, uguali, sagomati, di 10 cm per 10 e profondi 8 cm.

Li tratto ad alberello, e dal momento che l’edera cresce sempre ( non d’inverno) e specialmente in primavera e in tarda estate, occorre intervenire spesse volte durante l’anno per ridurre le chiome che crescono in modo esuberante e tendenzialmente incontrollato.

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Questa varietà di edera è molto robusta e va tenuta all’aperto anche d’inverno, al più sotto una piccola serra, commerciale, di teli trasparenti.

Questo non toglie che in occasione di una visita di conoscenti, questi vasetti possano essere traferiti all’interno dell’alloggio ad allietare con la loro grazia un mobile o un tavolinetto. Personalmente li adopero abbastanza spesso per abbellire la tavola apparecchiata durante riunioni conviviali con amici.

Con la stessa varietà di edera ho realizzato anche un bonsai a cascata, che può essere trattato in vari modi a secondo del gusto personale.

Anche in questo caso il vaso è di origine cinese, ha il diametro di 8 cm ed è profondo 6.

bonsai di edera

bonsai di edera

 

Il fusto può essere tenuto appoggiato ad una superficie oppure può essere lasciato sospeso nel vuoto, magari tendendolo con un peso leggero, lasciadogli raggiungere la lunghezza desiderata.

In questo caso, una volta raggiunta la lunghezza desiderata, continuando a tenerlo teso col pesino, il bonsai continua a crescere ripiegandosi verso l’alto con un gomito curvo ottenendo un ulteriore effetto.

Una volta che la lunghezza del lato verticale ha raggiunto l’estensione opportuna si può togliere il pesino perchè l’alberello si è ormai stabilizzato in quella configurazione.

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Nel caso delle fotografie qui riportate l’estensione della parte ripiegata del tronco è di circa 25 cm e il tronco è lasciato libero di appoggiarsi ad un piano o a pendere liberamente nel vuoto. La sua età è di un anno inferiore a quella degli alberelli.

In entrambi i casi degli alberelli qui esposti, sono partito da punte di rami di edera già un po’ legnosi mentre nel caso della realizzazione a cascata ho tagliato un ramo più tenero.

Successivamente i rametti sono stati posti in acqua fino a quando la lunghezza delle radici è stata ritenuta idonea per il trapianto in terra.