Keukenhof, i tulipani, il sogno

Keukenhof, i tulipani, il sogno

Per appena otto settimane all’anno, a mezz’ora di auto da Amsterdam, il parco di tulipani di Keukenhof apre i suoi cancelli, consentendo ai comuni mortali di dare una sbirciatina ai colori del paradiso.

Keukenhof tulipani

Keukenhof si presenta come “il più bel giardino di primavera al mondo” e lo è davvero.

Keukenhof tulipani

Qui milioni e milioni di narcisi, giacinti, muscari e, soprattutto, tulipani inondano ettari di prati, materializzandosi in un caleidoscopio dallo splendore abbacinante, nonostante la pioggia imminente.

keukenhof

Keukenhof tulipani

Keukenhof tulipani

All’ingresso principale, tre sorridenti damigelle in costume secentesco olandese distribuiscono le cartine del parco.

Keukenhof tulipani

I padiglioni si fregiano dei nomi più blasonati dei Paesi Bassi: “Oranje Nassau”, “Willem-Alexander”, “Beatrix”, “Wilhelmina”, “Juliana”, “Irene”. C’è una mostra dedicata alla tulipomania. Non può mancare, naturalmente, “the Mill”, l’iconico mulino olandese, posto sulla linea del confine est del parco, al di là della quale si estendono, a perdita d’occhio, pianeggianti campi di tulipani, disposti in settori perfettamente rettangolari, in base al colore, a formare una immensa serie di strisce, come in una bandiera.

Keukenhof tulipani

Alla fine di aprile, quando vi giunge il blog-trotter di Curiosando in giardino, i settori a ridosso di Keukenhof (quest’anno, stando alle foto della guida, dovevano essere bianchi e azzurri) sono ormai spogli perché i tulipani che li occupavano sono stati raccolti.

Keukenhof tulipani

Dalla terrazza sul mulino, però, si possono ammirare le “strisce” più lontane dal parco ma egualmente meravigliose, nei loro rispettivi colori (giallo, rosso, rosa, arancione).

Keukenhof tulipani

All’interno del parco, le geometrie squadrate dei campi esterni lasciano il posto a coreografie morbide e avvolgenti.

Keukenhof tulipani Keukenhof tulipani Keukenhof tulipani

La fioritura dei tulipani è al suo culmine. Canali d’acqua trasparenti e fiumi di turgide e variopinte corolle scorrono avvinghiati in un abbraccio potente e dolcissimo, proiettando il visitatore in una dimensione onirica in cui si possono percepire la voce e il movimento dei fiori. Tutto il resto, attorno, tace e si ferma.

Keukenhof tulipani Keukenhof tulipani Keukenhof tulipani

Per un momento – lungo forse un secondo, forse un secolo – si è sbalzati nell’Iperuranio accanto a Gaiezza e a Bellezza, per sentirne il sussurro, per scoprirne i giocosi segreti, per imbibirsene l’anima.

Keukenhof tulipani

Solo otto settimane. Poi il parco di Keukenof chiude di nuovo al pubblico per le successive quarantaquattro, durante le quali le mani sapienti di decine di giardinieri preparano, ancora e ancora, il sogno che verrà.

Keukenhof tulipani

Keukenhof tulipani

Rio, Rio, Rio

img_20170809_122317

Nel nostro “girovagare” per il Brasile, abbiamo promesso al Blog-trotter di Curiosando in Giardino di scrivere un articolo sul giardino botanico di Rio de Janeiro. E allora eccoci qui, in questa città immensa, bellissima.

img_20170809_103603

Leggiamo che il Giardino botanico fu fondato il 13 giugno 1808 dal Re John (anche conosciuto come Dom João VI).

img_20170809_103545

Nel suoi 137 ettari, di cui 55 aperti al pubblico, ospita una grande collezione di piante brasiliane ed esotiche assieme ad una collezione di piante storiche. Nel 1992 l’UNESCO ha classificato l’area del giardino botanico di Rio come riserva della Biosfera.

img_20170809_105051 img_20170809_104251 img_20170809_103754

Ci addentriamo subito tra piante altissime e la prima cosa che vediamo è l’albero del pane che è una delle piante più antiche di tutto il giardino.

img_20170809_115715

Passiamo poi al giardino delle succulente e dei cactus: ce ne sono di tutti i tipi e di tutte le specie (Loris adora i cactus, il resto della famiglia un po’ meno).

img_20170809_104900 img_20170809_104914 img_20170809_104936 img_20170809_104957 img_20170809_105017

Incontriamo poi l’albero che è il simbolo del Brasile, il Brazil-wood Paubrasilia echinata e poco lontano da lì l’Imperial Palm.

 img_20170809_110258 img_20170809_110248

Intorno al lago Friar Leandro (dedicato appunto a Friar Leandro do Sacramento, prete naturalista che gestì il giardino dal 1824 al 1829), pieno di ninfee, enormi palmeti con foglie giganti e bambù altissimi fanno da cornice.

img_20170809_105216

img_20170809_115910
img_20170809_121148 img_20170809_121118 img_20170809_115918

Scopriamo anche che le grandi radici di alcune di queste piante imponenti venivano usate come strumenti di comunicazione: battendo con piedi o attrezzi nelle radici si passavano messaggi a suon di colpi. Sara e Irene non mancano di fare una prova.

img_20170809_122043

Entriamo poi nell’orchideario, costruito inizialmente in legno a forma ottagonale nel 1890 ma poi ricostruito nel 1930 in acciaio e vetro, come copia delle greenhouses inglesi.

img_20170809_113727 img_20170809_113718

E proseguiamo nel lungo e maestoso viale dei palmeti dedicato a Borbosa Rodrigues, direttore del Giardino dal 1890 al 1909.

 img_20170809_121249

Passeggiamo davanti alla Fontana delle Muse, costruita in Inghilterra e ispirata a varie figure allegoriche, e poi portata nel Giardino nel 1895.

img_20170809_112243

Arriviamo poi al Giardino giapponese passando per la zona amazzonica, dove i frutti dell’albero del cacao sono ben visibili.

img_20170809_123728

E infine la fontana Wallace dove possiamo rinfrescarci e riprenderci dalla lunga passeggiata.

img_20170809_110631

 

Il giardino in Champagne

Il giardino in Champagne

In questo primo weekend di autunno, sotto un cielo blu cobalto, Hautvillers è in uno stato di grazia. Dal belvedere situato a pochi passi dall’abbazia medievale, i pendii delle colline circostanti sembrano convergere verso l’osservatore, al passo di una danza ritmata dai milioni di filari di vite ordinatamente adagiati in un panorama campestre senza tempo.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Questo minuscolo villaggio nel cuore della Champagne è la culla delle bollicine più amate al mondo.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Proprio ad Hautvillers, nel Seicento, il monaco benedettino Dom Pierre Perignon, vivendo secondo il motto “ora et labora”, inventò il metodo champenois (méthode champenoise) per la produzione di un vino trasparente come la verità, frizzante come la gioia. Nella chiesa abbaziale di Hautvillers riposa da oltre trecento anni questo semplice lavoratore che, senza saperlo, aveva destinato alla gloria planetaria l’economia (ecosostenibile) della sua regione.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Appena sei chilometri più a sud, in pianura, c’è la cittadina di Épernay che, assieme a Reims, è considerata la capitale dello champagne.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Il blog-trotter di Curiosando in giardino ha fatto un giro d’obbligo tra bouteilles, magnum, jéroboam, mathusalem, salmanazar, balthazar e nabuchodonosor (a seconda della capienza della bottiglia di champagne).

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Poi, però, in cerca di una meta consona al proprio ruolo, ha visitato il parco dell’hotel de ville di Épernay, che può fregiarsi del titolo di “jardin remarquable”.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

In Francia, questo riconoscimento è conferito dal ministero della cultura in base a criteri ben precisi (quali, ad esempio, l’interesse botanico o l’interesse storico).

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Oltrepassata l’alta recinzione, si apre una vasta area verde con la struttura tipica del giardino romantico alla francese.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Una fontana costituisce il perno visivo dell’impianto geometrico ad aiuole di fronte alla facciata posteriore del grande edificio ottocentesco, un tempo casa privata della ricca famiglia Auban-Moët.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Ai lati del parco, alberi ad alto fusto sono disposti in modo apparentemente casuale, a formare un boschetto.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Una meravigliosa sofora ha l’aspetto rispettabile di un grande vecchio.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Arredano il parco statue, vasi monumentali, piccoli corsi d’acqua e grotte.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Il tempietto di Amore è prospiciente una delle più conosciute tra le maison dello champagne, la Moët & Chandon, produttrice dell’arcifamoso Dom Perignon.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

Quanto lusso, quanto sfarzo! Mi chiedo che cosa ne penserebbe il buon frate di Hautvillers.

Il monaco laborioso e il lussuoso giardino

 

BBG – Brooklyn Botanic Garden

BBG – Brooklyn Botanic Garden

Il BBG – Brooklyn Botanic Garden è facilmente raggiungibile da Manhattan con la subway (la linea Q è la più veloce): pertanto, durante un soggiorno a New York, il blog-trotter di Curiosando in Giardino non poteva non trascorrervi qualche ora.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Il BBG è il prolungamento ideale, verso sud, di Prospect Park. Fondata nel 1910, questa oasi di pace è un santuario che ospita più di 12 mila specie e cultivar di piante da tutto il mondo.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Entro dal lato est, arrivando dal monumentale edificio neorinascimentale che ospita il Brooklyn Museum, e mi ritrovo a passeggiare in Osborne Garden, un giardino all’italiana con un vasto prato di smeraldo bordato di azalee e rododendri e un camminamento laterale scandito da pergolati.

BBG - Brooklyn Botanic Garden
BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Di qui si accede al Native Flora Garden, che ricrea la flora tipica locale all’ombra di un antico bosco deciduo.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Il mese di maggio è ideale per una passeggiata nel Cranford Rose Garden sino al Rose Arc Pool.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden BBG - Brooklyn Botanic Garden

Posso ammirare qui una collezione di rose antiche e moderne che inondano di profumo le narici, di colore gli occhi e di gaiezza il cuore.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

La Cherry Esplanade alla fine di maggio è già sfiorita, purtroppo: si tratta, infatti, della più importante collezione di ciliegi da fiore situata fuori dal Giappone.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Accanto, il viale delle querce (Liberty Oaks), dedicato alla strage dell’11 settembre: una cicatrice che New York non potrà mai cancellare dalla propria pelle.

BBG - Brooklyn Botanic Garden BBG - Brooklyn Botanic Garden

Arrivo alla Lily Pool Terrace, dove luccicanti vasche e coreografiche fontane ospitano una magnifica collezione di fiori di loto e ninfee che fanno bella mostra di sé davanti alla serra vittoriana denominata Palm House.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Entro quindi nel complesso della Steinhardt Conservatory, al cui interno sono ricreati diversi habitat esotici: l’Aquatic House and Orchid collection, il Desert Pavilion, il Tropical Pavilion.

BBG - Brooklyn Botanic Garden BBG - Brooklyn Botanic Garden BBG - Brooklyn Botanic Garden

Mi attardo, in particolare, nel Bonsai Museum, dove rimango affascinato da ciò che resta di un grande bonsai, quasi millenario.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Riprendo il mio percorso attraversando il Fragrance Garden, dove i profumi della cucina mediterranea prendono vita dal terreno.

BBG - Brooklyn Botanic Garden BBG - Brooklyn Botanic Garden BBG - Brooklyn Botanic Garden

Giungo quindi sino allo Shakespeare Garden, esuberante angolo fiorito in perfetto stile cottage che mi riporta per un momento sulle sponde dell’Avon.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

img_7867
BBG - Brooklyn Botanic Garden

Da Statford-on-Avon passo direttamente a Kyoto, grazie alle coreografiche prospettive del Japanese Hill-and-Pond Garden, un giardino giapponese disegnato per ispirare tranquillità e per stimolare la riflessione.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Da ogni punto di questo giardino giapponese mi si offre lo scorcio suggestivo di una Natura tutta idealizzata.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Mi avvio all’uscita passando nello Steinberg Visitor Center, un edificio altamente innovativo costruito con i più moderni criteri di sostenibilità ambientale.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Ripiombo, in battito di ciglia, nel vortice chiassoso della City, ripensando alla meraviglia di tutti quei giardini che costituiscono l’anima di un solo giardino.

BBG - Brooklyn Botanic Garden

Mi dico che voglio ritornaci un giorno di fine marzo, per vedere fiorita Daffodil Hill, la collina dei narcisi.

I wandered lonely as a cloud

that floats on high o’er vales and hills,

when all at once I saw a crowd,

a host, of golden daffodils;

beside the lake, beneath the trees,

fluttering and dancing in the breeze.

Continuous as the stars that shine

and twinkle on the milky way,

they stretched in never-ending line

along the margin of a bay:

ten thousand saw I at a glance,

tossing their heads in sprightly dance.

The waves beside them danced; but they

out-did the sparkling waves in glee:

a poet could not but be gay,

in such a jocund company:

I gazed - and gazed – but little thought

what wealth the show to me had brought:

for oft, when on my couch I lie

in vacant or in pensive mood,

they flash upon that inward eye

which is the bliss of solitude;

and then my heart with pleasure fills,

and dances with the daffodils.

(William Wordsworth, 1770-1850)

L’ orto botanico dei Ragazzi della via Pal a Budapest

L’ orto botanico dei Ragazzi della via Pal a Budapest

Di orti botanici ce ne sono tanti: solo uno, però, è il vero orto botanico dei Ragazzi della via Pal, il romanzo capolavoro della letteratura ungherese divenuto un classico per l’infanzia, scritto nel 1906 da Ferenc Molnár.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

È la storia di un gruppo di ragazzi nella Budapest di fine Ottocento, divisi in due fazioni e disposti a tutto pur di conquistare uno spazio in cui poter giocare a calcio e svolgere attività all’aria aperta. I ragazzi dell’Orto botanico, cioè le “Camicie Rosse” capeggiate da Franco Ats, avevano un parco, un lago, un castello e una serra, ma non un campo, uno spiazzo, una spianata, per giocare a calcio, e quindi decisero di prendersi il grund (cioè il campo) della via Pal, dove giocavano tutti i pomeriggi i ragazzi del ginnasio, guidati da Boka, i Ragazzi della via Pal. A Budapest, nei pressi del museo di Arti applicate (uno strepitoso edificio art nouveau con un inconfondibile tetto verde), c’è questa famosa via Pal che diede il titolo al romanzo, con il monumento bronzeo dei cinque ragazzini protagonisti.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

A meno di mezz’ora di cammino dalla via Pal, si apre il cancello di Illès Utca 25, sede dell’orto botanico appartenente al centro di ricerche dell’Università di Buda.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal orto botanico dei Ragazzi della via Pal

Si tratta del misterioso ed affascinante luogo scelto da Franco Ats e dalle sue “Camicie Rosse” come quartier generale, dove l’avversaria banda dei Ragazzi della via Pal (il gracile Nemesceki, assieme a Csonakos e al loro capo, Boka) effettuavano temerarie incursioni di sfida (constatando, peraltro, che il loro compagno Gereb si era venduto alla fazione nemica).

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

In quest’orto botanico si può toccare il muraglione che i Ragazzi della via Pal dovettero scavalcare; si può entrare nella serra fitta di palme e piante esotiche in cui essi si nascosero per non essere trovati dalle Camicie Rosse; si può ammirare la vasca delle ninfee ove il piccolo Nemescek s’immerse per sfuggire agli inseguitori; si può passeggiare accanto al laghetto in cui, in una successiva occasione, lo stesso Nemescek fu gettato dai fratelli Pasztor e dal loro capo Franco Ats, con esiti rivelatisi, poi, fatali.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

L’ orto botanico dei Ragazzi della via Pal, a Budapest, il cui nome ufficiale è Orto Botanico (Füvészkert) di ELTE, fu fondato nel 1770 ed è il più antico orto botanico d’Ungheria, anche se oggi la sua struttura originale non esiste più, ad eccezione del villino di caccia al centro della proprietà (purtroppo, questo edificio versa in condizioni decisamente fatiscenti).

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

L’ orto botanico dei Ragazzi della via Pal attualmente occupa circa tre ettari e ospita circa settemila specie e varietà vegetali.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

Le aiuole di pensée fiorite danno un tocco di gaiezza all’ingresso.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal orto botanico dei Ragazzi della via Pal

La flora ungherese è rappresentata da oltre 400 specie raggruppate secondo la loro area geografica d’origine e la loro classificazione botanica.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

Particolarmente pregevole, nonostante le modeste dimensioni, è l’arboreto, che raccoglie circa ottocento specie arboree ed arbustive. Gli alberi più antichi dell’ orto botanico dei Ragazzi della via Pal sono le ginkgo biloba cinesi, risalenti alla seconda metà del Settecento.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

Accanto, si trovano verdeggianti bambù, un giardino asiatico con peonie in fiore e una collezione di bonsai posti su una struttura in ferro a gradoni.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

Sono particolarmente ricche le raccolte di cactus, bromelie, orchidee, palme e aracee tropicali e di arbusti provenienti dalle parti subtropicali d’Australia.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

La Victoria amazonica fiorisce nella serra chiamata Viktóriaház (Casa di Victoria) o serra delle Palme, costruita alla fine dell’Ottocento. Qui è custodita anche la raccolta delle piante carnivore.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

Le piante tropicali e subtropicali sono collocate sia nella serra nuova, la cui costruzione fu completata nel 1984, sia nell’ottocentesca serra delle palme.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

Osservo, quasi con stupore, una ciclopica alocasia, con foglie larghe come ombrelli.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

Non è grande, questo orto botanico dei Ragazzi della via Pal, ma possiede l’atmosfera di un luogo amato.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

E’ un giardino botanico universitario, con tanto di targhette descrittive ad ogni pianta, ma è soprattutto un luogo ove trascorrere ore liete.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

In questa domenica di Pasqua, nei suoi prati, ci sono famiglie con cestini da pic-nic, gruppi di allievi di scuole di tai-chi, turisti armati di smartphone e macchine fotografiche, bancarelle che vendono miele … E, dappertutto, si odono i gridolini di bimbi festanti che non hanno altro pensiero se non quello di giocare.

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

In fondo, è proprio di questo che parla il romanzo “I ragazzi della Via Pal”: del diritto dei bambini ad avere spazi liberi in cui giocare. “Perché lo so benissimo anch’io, come lo sai tu, che giocare è una cosa seria. La cosa più seria che esista al mondo…” (Lewis Carroll, “Alice nel Paese delle Meraviglie”).

orto botanico dei Ragazzi della via Pal

 

Il giardino botanico di Anversa e altro

Il giardino botanico di Anversa e altro

Come blog-trotter di Curiosando in giardino m’incammino verso il giardino botanico di Anversa ma prima m’imbatto nella casa-museo di Nicolaas Rockox, amico personale di Rubens e Van Dyck, che aveva trasformato la sua abitazione in luogo d’incontro dell’intellighenzia dell’epoca. Dopo avere ammirato la strabiliante collezione d’arte custodita all’interno di queste mura domestiche, accedo allo spazio esterno della casa e mi ritrovo in un modello di giardino cittadino dell’inizio del diciassettesimo secolo.

casa Rockox Anversa

Vi convivono piante ornamentali e piante officinali, molte delle quali riposte in vasi, tutte riparate dall’abbraccio rassicurante dell’edificio in mattoni e del suo arioso porticato.

Casa Rockox Anversa

Continuo la camminata fino a quando il giardino botanico di Anversa mi dà il benvenuto.

Giardino botanico di Anversa

Il terreno ove dimora “Den Botaniek” era dedicato, sin dal 1200, alla coltura delle piante medicinali per il vicino ospedale di Sainte-Elisabeth. Nella seconda metà del Sedicesimo secolo, Pieter Coudenbergh, celebre erborista, iniziò a coltivarvi non solo erbe medicinali ma anche piante decorative ed esotiche: il giardino botanico di Anversa nacque proprio allora. Dopo alterne fortune, il giardino botanico di Anversa ha ritrovato il suo antico splendore: sulla sua superficie di circa un ettaro si possono ammirare tremila varietà di piante e fiori, appartenenti a centoventi famiglie. Vi lavorano cinque giardinieri a tempo pieno. Le sementi di questo giardino vengono raccolte e spedite in tutto il mondo.

Giardino botanico di Anversa Giardino botanico di Anversa

All’arrivo si trova “la taverne”, antica casa del giardiniere capo, davanti alla quale troneggia, bianchissima, la statua di Coudenbergh.

Giardino botanico di Anversa

L’edificio in mattoncini è l’unico, blando segnale del fatto che siamo in una città del nord Europa: le piante tutt’attorno, invece, suggeriscono, incredibilmente, un parallelo ben più meridionale.

Giardino botanico di Anversa

Il giardino botanico di Anversa, grazie anche alle sue serre, ospita moltissime piante tropicali e subtropicali.

Giardino botanico di Anversa

Giardino botanico di Anversa

Vi si può ammirare, inoltre, una notevole collezione di cactus.

Giardino botanico di Anversa

Una splendida araucaria sembra quasi indicare l’aiuola delle succulente, posta a pochi metri.

Giardino botanico di Anversa

Le piante sono accuratamente etichettate e così la passeggiata al giardino botanico di Anversa si trasforma anche in un’occasione di apprendimento e, quindi, di crescita.

Giardino botanico di Anversa Giardino botanico di Anversa

Forse proprio un messaggio di crescita attraverso l’amore per la terra è sotteso al curioso gruppo scultoreo che pare rappresentare l’emersione di un essere umano dal sottosuolo.

Giardino botanico di Anversa

Anversa e il giardino del pittore

Anversa e il giardino del pittore

Antwerpen in olandese, Anvers in francese: è sempre lei, Anversa, multiforme città delle Fiandre sulle rive della Schelda, che qui scorre placida e ampia. Anversa creativa, modaiola, golosa, ricca, insonne, colta e multiculturale pulsa tra la svettante guglia brabantina della cattedrale di Nostra Signora, gli edifici cuspidati di Grote Markt e l’avveniristico museo aan de Stroom, dietro al quale si apre l’enorme porto commerciale.

Anversa e il giardino del pittore

In un soleggiato fine settimana di settembre, il blog-trotter di Curiosando in giardino comincia, da buon turista, a mettersi fila per visitare la casa-studio del più illustre cittadino anversese di tutti i tempi: Peter Paul Rubens. Gli ambienti scuri avvolgono con sorprendente intensità la luminosità delle celebri tele divenute l’archetipo del barocco fiammingo. Alcune pareti rivestite di pannelli in cuoio istoriato di Castiglia sono lì a ricordare che sin dal Cinquecento la Spagna era arrivata nelle Fiandre. L’incanto è totale, il silenzio religioso, nonostante la folla. Da alcuni particolari pittorici traspare l’amore di Rubens per i dettagli bucolici.

Anversa e il giardino del pittore

Apro una porta di legno scuro intagliato e mi ritrovo nel giardino della casa, con il suo paesaggio quasi campestre e con le piante di vite serpeggianti ovunque, cui fa da contrappunto la solenne architettura dell’edificio principale.

Anversa e il giardino del pittore

Non si sa con certezza quale aspetto avesse questo giardino al tempo di Rubens. In parte esso è stato ricostruito sulla base dei suoi dipinti autobiografici, come quello conservato nella Alte Pinakothek di Monaco, raffigurante il pittore e sua moglie nel loro giardino di Anversa.

Anversa e il giardino del pittore

Anversa e il giardino del pittore

Rubens e Helene Fourment nel Giardino – Alte Pinakothek, Monaco

Anversa e il giardino del pittore

Ciò che è sicuro è che questo spazio aperto, così come la fontana, furono realizzati su istruzioni del Maestro.

Anversa e il giardino del pittore

Rubens era un uomo curioso, mondano, coltissimo: quasi certamente egli piantò nel suo giardino fiori di recente scoperta, come i girasoli, alberi esotici, come gli aranci e i fichi, e piante del Nuovo Mondo, come le patate. Di sicuro, orto e giardino convivevano. Di sicuro, questo era un luogo riposante e protetto.

Anversa e il giardino del pittore

Ancora oggi, se si socchiudono gli occhi e si entra in contatto con il Tempo, si sente l’eco dei figli di Rubens che giocano mentre il loro padre passeggia, filosofeggiando con gli amici, o, da solo, traendo ispirazione da questo microcosmo per un nuovo, immortale dipinto.

Anversa e il giardino del pittore Anversa e il giardino del pittore

God save the Garlic – L’ aglio sull’isola di Wight

God save the Garlic – L’ aglio sull’isola di Wight

Nelle campagne verdissime attorno alla piccola città di Newchurch, sull’isola di Wight, gli amanti della floricoltura e della cucina possono trovare un luogo davvero unico, dove l’aglio è celebrato in tutte le sue forme.

aglio

Il blog-trotter di Curiosando in giardino è stato guidato in questo luogo da intensi stimoli olfattivi che si percepiscono a chilometri di distanza, anche nel bel mezzo di una zona boschiva.

aglio aglio

Sarebbe riduttivo definire la Garlic Farm come una semplice fattoria.

aglio

Certo, ci si trova indiscutibilmente in una fattoria, dando un’occhiata agli ospiti piumati o pelosi.

aglio

aglio

Diciamo, però, che questa fattoria è una vera e propria monografia dedicata all’aglio – anzi, agli … agli, visto che ce ne sono di moltissime specie, coltivate in bell’ordine e indicate con utili cartelli esplicativi.

aglio aglio aglio

Non manca neppure una sala didattica completa di grafici e disegni che illustrano le nozioni botaniche di base su questa diffusissima pianta.

aglio

Le varie specie di aglio (nome latino Allium) fanno parte della famiglia delle Liliaceae: come dire, in pratica, che l’aglio e il giglio sono cugini (sarà proprio casuale la comunanza di fonema?). Sì, il giglio, quel così nobile fiore eletto a simbolo dei casati più blasonati, ha un parente di campagna, altrettanto famoso ma assai meno pretenzioso. Se si osserva, tra maggio e luglio, la lunga e spettacolare fioritura dell’aglio, la parentela non stupisce.

aglio

L’aglio si presta bene a decorare aiuole e vasi.

aglio

I bulbi d’aglio, si sa, oltre che organi propagatori della pianta, sono una presenza indispensabile in tutte le cucine del mondo.

aglio aglio

Vi sono, poi, riviste, libri e blog interamente dedicati alle molteplici e miracolose proprietà curative dell’aglio, antibatterico, antipertensivo, antimicotico. I giardinieri sanno che i bulbi di aglio sotterrati nei pressi dell’apparato radicale delle piante di rosa tengono lontani gli afidi dalla regina dei fiori.

Insomma, aglio nobile, benefico e persino bello. Allora: Dio salvi l’aglio!

L’isola di Wight e Osborne House

L’isola di Wight e Osborne House

Per raggiungere l’ isola di Wight, il blog-trotter di Curiosando in Giardino deve attraversare due volte la Manica: una per raggiungere il Sussex e l’Hampshire e l’altra per traghettarsi da Southampton sino a East Cowes, il porto più a nord dell’isola. A ben pensarci, ciò che per gli abitanti dell’ isola di Wight è “terraferma”, è a sua volta un’isola. La fatica del viaggio per raggiungere “l’isola dell’isola” è subito ben ripagata.

isola di Wight

Una vegetazione folta e selvaggia di faggi, querce e conifere, con il suo colore verde cupo, incornicia sapientemente le ariose distese di campi coltivati, accese di giallo paglierino o di verde brillante, spesso puntinate da miriadi di morbide pecore e placide vacche, fissate lì, sui dolci pendii delle colline, dal pennello di un pittore che, con minuziosa ricerca estetica, non ha lasciato nulla al caso.

isola di Wight

Molte cose stupiscono di quest’isola, che sembra essere stata plasmata da una poesia di Wordsworth. Innanzitutto balza all’occhio la commistione tra la campagna e il mare, tra il mondo dei pescatori e quello degli agricoltori. Il verde intenso dei prati arriva a toccare il mare e si confonde con esso.

isola di Wight

E sembra pure incredibile il fatto che, nonostante il clima molto “britannico” (le nuvole non mancano mai!), certe piante, che noi consideriamo stagionali (soprattutto nel nord Italia), siano invece perenni: prova ne sia che ci si può imbattere in vere e proprie pareti di Pelargonium Peltatum (il classico geranio rampicante), che evidentemente non sono cresciute nel giro di una sola estate.

isola di Wight

Dietro una quinta di bosco si apre il cancello di Osborne House: un sontuoso castello nel quale la regina Vittoria e il suo amatissimo marito Albert amavano trascorrere le estati con i loro nove figli.

isola di Wight

La grande proprietà, oggi pubblica, digrada per oltre un chilometro sino a bordo mare.

isola di Wight

Giardini all’italiana con fiori, statue e fontane descrivono il gusto dei nobili precedenti proprietari.

isola di Wight

A sorpresa, si trovano molte piante mediterranee, come la salvia splendente che decora le aiuole della terrazza alta.

Isola di Wight

Il mirto (Myrtus communis) è un’altra delle piante mediterranee che si trovano a Osborne House: si narra che la nonna del principe Albert ne diede un mazzolino alla regina Vittoria e che lei lo piantò a Osborne House: da allora, un rametto di mirto viene sempre inviato da questo giardino alle spose reali (per scoprire alcuni deliziosi aneddoti sulle piante di Osborne House, oltre che per approfondire le conoscenze scientifico-botaniche su questo meraviglioso e complesso giardino, consiglio di leggere “Horticultural Diary on Osborne House” di Giulio Veronese).

isola di Wight

Il cammino sino alla spiaggia è scandito da numerosissimi esemplari di alberi pluricentenari, ciascuno dei quali è un monumento a sé stante.

isola di Wight isola di Wight

Querce, sequoie, platani, tigli, cedri, carpini, faggi raccontano con poderosa autorevolezza la storia affascinante di un intero habitat.

isola di Wight isola di Wight

Accanto allo “chalet svizzero” (la “casetta dei giochi” della prole reale), un orto in piena regola – con fagiolini, zucchine, peperoni, lattuga e pomodori – assume esso stesso un’allure da “giardino all’italiana”.

isola di Wight isola di Wight isola di Wight

Un impertinente e vezzoso scoiattolo rosso, approfittando della condiscedenza dei clienti del delizioso cake shop nascosto tra le piante, reclama un po’ di cibo, nonostante l’aspetto di chi è satollo.

isola di Wight

Il rodhodendron walk riesce ad essere spettacolare anche in estate, quando ormai la fioritura dei rododendri è un ricordo. Gli arbusti creano dei veri e propri muri di lucido fogliame alti anche più di tre metri.

isola di Wight

La spiaggia è un sottile labbro di sabbia che si è creato faticosamente uno spazio tra le fredde acque della Manica e il bosco lussureggiante di Osborne House.

isola di Wight

Il viale che collega la spiaggia al castello ospita, in due file parallele, grandi vasi lignei a pianta quadrata con arbusti modellati in forme geometriche che offrono un curioso ma elegante contrasto con la vegetazione spontanea circostante.

isola di Wight

Quando arrivo al Walled Garden mi rendo conto che si tratta di un’area circondata da alte mura in mattoncini che ospita un rigoglioso orto.

isola di Wight

Su un lato della recinzione poggia una serra, la Iron House, dedicata alla coltivazione di piante dal Sud America e dall’Africa.

isola di Wight

Armoniose strutture in ferro, che fungono da spalliera per rampicanti decorative o alberi da frutto, delineano le iniziali dei nomi di Victoria e Albert.

isola di Wight

Questo dettaglio ci ricorda che un tempo questa fu la casa di una famiglia felice, dove alcuni bambini giocavano spensieratamente godendo appieno della loro infanzia, mentre le brutture del mondo restavano confinate fuori dalla magica isola di Wight.

isola di Wight

Giardini con il potere di cambiare il mondo (orti urbani comunitari ovvero il giardinaggio condiviso)

Giardini con il potere di cambiare il mondo (orti urbani comunitari ovvero il giardinaggio condiviso)

Immaginiamo che qualcuno – non importa se sia un ente o un singolo – metta a disposizione della collettività un po’ di terreno in mezzo alla città. Immaginiamo, poi, che gruppi di cittadini, insieme, scelgano le specie da piantare, condividano il lavoro di orticoltura e decidano la destinazione del raccolto: da questa idea sono sorti ovunque – dal Canada, agli Stati Uniti d’America, all’Europa – i giardini e gli orti urbani comunitari (“community gardens”), nei quali migliaia di persone esercitano, perlopiù nel tempo libero, l’attività del giardinaggio condiviso (o collettivo).

orti urbani condivisi

Il giardinaggio condiviso permette l’incontro tra residenti nello stesso quartiere, favorisce lo sviluppo di una coscienza ecologica, contribuisce concretamente alla manutenzione e alla cura del territorio, consente di ricavare cibi freschi e di qualità, essendo gli orti urbani comunitari coltivati, di norma, in base ai principii dell’agricoltura biologica.

orti urbani condivisi

Il “Blog-trotter” di Curiosando in Giardino è stato a Lussemburgo, piccola e fiorente (è il caso di dirlo!) capitale europea, dove i giardini e gli orti urbani comunitari sono oggi considerati una salda, benché recente, istituzione.

orti urbani condivisi

orti urbani condivisi

Andrea e Alina, da molti anni residenti a Lussemburgo, sgranando i loro occhioni trasparenti pieni di entusiasmo, mi spiegano come funziona questo sistema, che conoscono per diretta esperienza.

IMG_3167 CAMPANILE1

Gli appezzamenti messi a disposizione dalla Città di Lussemburgo sono suddivisi in particelle individuali e in particelle comuni. Ogni “giardiniere”, dopo avere fatto domanda ed essere stato selezionato tra i residenti del quartiere, riceve in affidamento (per un canone assolutamente modesto) una particella di circa 4 metri per 2, dove può coltivare frutta, verdura, erbe aromatiche e fiori. Il resto del terreno viene coltivato e gestito da tutti i “giardinieri” insieme, secondo un progetto discusso, stabilito e aggiornato nel corso di riunioni periodiche. Il primo anno, tali riunioni si svolgono alla presenza di un esperto incaricato dal Comune. La Città di Lussemburgo offre, comunque, ai “giardinieri” la possibilità di partecipare costantemente a corsi di formazione in giardinaggio ecologico.

orti urbani condivisi

L’attribuzione dei terreni da coltivare avviene in modo da creare un’equilibrata eterogeneità non solo in base all’età, alle competenze nell’ambito del giardinaggio e alla composizione del nucleo famigliare ma anche in base alla nazionalità: questo perché Lussemburgo, com’è noto, possiede una spiccata vocazione internazionale, avendo qui sede molti uffici dell’Unione europea. Risultato: molte famiglie straniere si sono sentite veramente integrate nella comunità cittadina proprio grazie al giardinaggio collettivo negli orti urbani. E l’esperienza continua a evolversi: per esempio, di recente sono state allestite delle aree specificamente destinate al giardinaggio collettivo dei bambini.

orti urbani condivisi

Dopo il successo ottenuto da un progetto pilota nel quartiere Bonnevoie, nel maggio 2014 sono stati aperti nuovi giardini e orti urbani comunitari nei quartieri Limpertsberg e Gare/Ville Haute: qui, in particolare, sono state ricavate piccole aree coltivabili nella splendida valle della Petrusse, una spettacolare arteria boschiva che irrora il cuore antico della città.

orti urbani condivisi

Seduti su panche attorno a un tavolo in legno, i componenti del gruppo dell’orto-giardino della Petrusse discutono i progetti di coltivazione, sullo sfondo dei verdeggianti pendii della valle. Una signora attempata offre agli astanti delle tartine al formaggio mentre un gaio gruppetto di ragazzini cerca di avvistare qualche timido animale del bosco. Una gigantesca pianta di noce abbraccia tutta la scena.

orti urbani condivisi

Attraverso il giardinaggio collettivo, famiglie provenienti da ogni angolo d’Europa intrecciano relazioni umane, s’invitano reciprocamente a pranzo, osservano i loro figli giocare insieme: una semplice, immediata, tangibile manifestazione di Pace.

orti urbani condivisi

Robert Schuman (che a Lussemburgo era nato), nel suo celebre discorso del 1950, disse: “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Forse, quindi, come me, Schuman gioirebbe profondamente nel contemplare gli orti urbani della Petrusse, in questo anno 2016, un pomeriggio di giugno.

orti urbani condivisi

Un giardino nel cuore

Un giardino nel cuore

Conosco un giardino che è un luogo del cuore: un luogo, chiuso da una recinzione e da un cancello in ferro battuto, in cui si affastellano, anno dopo anno, decennio dopo decennio, i ricordi di una vita, di una numerosa famiglia, di una interminabile amicizia.

Un giardino nel cuore

Ritrovarsi in questo giardino dei ricordi è sempre un’esperienza che restituisce la forza di guardare al futuro in modo positivo.

Questa volta l’occasione per varcare quel cancello è la festa per il nuovo nato, ma qualsiasi occasione va colta se si tratta di trascorrere un’intera giornata con persone care, semplicemente godendo della loro presenza.

Un giardino nel cuore

Il prato è colorato da aiuole di rose e di spettacolari peonie, alcune delle quali recise ed elegantemente raccolte in vasi sparsi qua e là all’interno della casa.

Un giardino nel cuore

Un giardino nel cuore

Il viale dei tigli, quest’anno un po’ sottotono per via della drastica potatura, ha sempre la sua allure solenne e un po’ blasé.

Un giardino nel cuore

Sin dal viale di tigli si sentono i passi briosi di torme di bambini che si rincorrono armati di “pericolosissimi” fucili ad acqua, ricaricati alla provvidenziale fontanella ad ogni giro del giardino: l’aura di solennità è già allegramente sparita.

Un giardino nel cuore

L’aria è tiepida e il cielo è appena velato, a tratti, da sottilissime nuvole quasi estive. L’antica casa, affettuosa, ci accoglie.

Un giardino nel cuore

 Nel prato, un gruppo di bambini si cimenta in coreografiche acrobazie.

 Un giardino nel cuore

Qualcuno osserva i giochi esuberanti dei compagni da una postazione panoramica senza voler essere visto.

Un giardino nel cuore

Un vecchio albero di ciliegio grondante di frutti nettarini si presta, paziente, a far asciugare i panni dei “soldati” colpiti dai getti d’acqua delle pistole.

Un giardino nel cuore

Vasi di petunie e di bulbi fanno capolino nei sentieri attorno alla villa.

Un giardino nel cuore

Un giardino nel cuore

Un gufo di resina a grandezza naturale, posizionato a mo’ di vedetta, tiene distanti – così si racconta, ma pare sia vero – i molesti piccioni.

Un giardino nel cuore

Poco lontano dal gufo guardiano, un uccellino in ferro spunta da una grondaia ed è così realistico che quasi sembra cantare.

Un giardino nel cuore

Una composizione dall’aspetto esotico con piante succulente e pietre di montagna adagiate in un piatto di terracotta sta lì, sulla balaustra della terrazza, a rammentare l’amore dei padroni di casa per i lunghi viaggi.

Un giardino nel cuore

In ogni angolo del giardino sono collocati, in modo discreto, tavoli carichi di prelibatezze, cosicché, passeggiando e ciarlando, ciascuno può assecondare la propria golosità e rinfrescarsi all’ombra di querce e frassini.

Un giardino nel cuore

La torta arriva facendo un ingresso trionfale per la gioia di grandi e piccini.

Un giardino nel cuore

Un giardino nel cuore

Il tempo scorre pigro e felice, scandito dalle gioiose grida dei bimbi, dalle risate dei ragazzi più grandi, dal chiacchiericcio degli adulti.

Un giardino nel cuore

L’antica casa osserva, ormai, benevola, la terza generazione di amici. E tutti loro hanno il suo giardino nel cuore.

Un giardino nel cuore

Tre giorni, tre giardini: terza tappa: i giardini dell’ Isola Bella

Tre giorni, tre giardini: terza tappa: i giardini dell’ Isola Bella

Appena fuori dal cancello di Villa Taranto, sulle tranquille sponde del lago Maggiore, c’imbarchiamo su un traghetto e navighiamo fino all’ Isola Bella, dove ci attende il terzo e più sontuoso giardino visitato in questo “ponte” del Primo Maggio: il giardino del palazzo Borromeo o, più semplicemente, il giardino dell’ Isola Bella.

Isola Bella Isola Bella

Si tratta di un giardino realizzato tra il 1631 e il 1671 che costituisce uno degli esempi meglio conservati al mondo di giardino barocco all’italiana.

Isola Bella

Il nucleo di questo complesso impianto scenografico è rappresentato da dieci terrazze sovrapposte collegate da scalinate. Tra esse è collocato l’Anfiteatro, il monumento più importante del giardino: un eclatante trionfo di statue inframezzate da conchiglie, nicchie, mosaici bicolori di lisci, lucidi e rotondi ciottoli di lago naturali.

Isola Bella


Isola Bella

Ai lati delle esedre svettano quattro obelischi con altrettante statue che simboleggiano i quattro elementi naturali. Di fronte al monumento si estendono due parterre dove vivono in libertà alcuni pavoni bianchi.

Isola Bella

Isola Bella

Isola Bella

Saliamo due rampe di scale adornate con grandi vasi di Buxus Sempervirens di forma sferica.

Isola Bella

Sulla Terrazza, un altro parterre ci accoglie, con i suoi alberi plurisecolari, il prato all’inglese e la sua vista mozzafiato sul Lago Maggiore.

Isola Bella


Isola Bella

Isola Bella

Discesi dalla Terrazza, giungiamo ad un altro parterre che termina verso sud con un’aiuola triangolare non accessibile al pubblico: è il giardino dei fiori.

 Isola Bella

Isola Bella

Proseguendo il cammino, arriviamo al parterre delle Azalee, un’esplosione di colore e gioia, nella quale sono collocate due voliere che ospitano rutilanti pappagallini.

Isola Bella

Il Giardino d’amore si affaccia sul lago. Si tratta di un’area impostata secondo i più classici criteri del giardino barocco all’italiana: le siepi di bosso, magistralmente potate, creano un ricamo verde visibile dall’alto delle terrazze, scandito da quattro imponenti alberi di tasso dalla forma conica.

Isola Bella
Spalliere e grandi vasi di agrumi completano il decoro di questa zona.

Isola Bella

Isola Bella

Il viale di Ponente è incorniciato da un filare di melograni cui fa da contrappunto, dalla parte opposta, il giardino delle palme. A metà del percorso, sbuca la scalinata che conduce ai parterre situati più in alto.

Isola Bella

Semplice, ma di sicuro effetto decorativo, il bordo di pietre grezze utilizzato per delimitare alcune aiuole.

Isola Bella

Il viale sfocia nella serra Elisa, la più grande serra dell’Isola Bella, nata all’inizio dell’Ottocento come giardino d’inverno per permettere, anche nei periodi più freddi, di ammirare piante esotiche e rarità botaniche, come si conviene ad un vero giardino di delizie.

Isola Bella

Con gli occhi pieni di tanta armonia, rifletto sul fatto che la parola “paradiso”, attraverso il latino (paradisus) e il greco (paradeisos), ha origine dal persiano pairidaez, che significa giardino.

Tre giorni, tre giardini: seconda tappa: Villa Taranto

Tre giorni, tre giardini: seconda tappa: Villa Taranto

Sotto i buoni auspici di un sole quasi estivo, si aprono le porte di Villa Taranto, a Verbania, sul lago Maggiore. L’ultima volta che mia moglie ed io vi siamo stati, eravamo di un paio d’anni più vecchi di nostro figlio oggi.

Villa Taranto

I giardini che ci ospitano sono nati grazie alla passione di un botanico, il Capitano scozzese Neil Mc Eachern che, appena acquistata la villa, nel 1931, cominciò immediatamente a realizzare quello che oggi noi possiamo ammirare come uno dei più completi giardini botanici al mondo, che copre una superficie di circa venti ettari con la presenza di oltre ventimila specie diverse.

Villa Taranto

La villa prende il nome da un antenato del Capitano, il Maresciallo Mc Donald, che Napoleone insignì del titolo di Duca di Taranto. Il Capitano Mc Eachern donò la proprietà della villa e dei giardini allo Stato Italiano, esprimendo il desiderio che la sua opera avesse continuità nel futuro. 

Un caleidoscopio di colori sbuca, scoppiettante, dalle azalee e dai rododendri che ci danno il benvenuto.

Villa Taranto

Dopo la biglietteria, alla cui destra campeggia una grande quercia del 1938, si snoda il Viale delle Conifere. A sinistra, il viale è contornato da coloratissime aiuole con prato all’inglese e con fioriture stagionali a basso portamento (le c.d. bordure miste). Più avanti, troviamo la Metasequoia proveniente dalla Cina e che gli studiosi ritenevano solo un fossile di circa 200 milioni di anni fa non più riproducibile.

Villa Taranto

Proseguendo, troviamo numerose conifere giapponesi, una Cryptomeria Japonica Globosa e circa una cinquantina di felci arboree australiane denominate Dicksonia Antarctica.

Villa Taranto

Ora svoltiamo a destra e, davanti a noi, scorgiamo una delle zone più affascinanti del giardino in rigoroso stile geometrico all’italiana. In primo piano, fa bella mostra di sé la c.d. fontana dei putti e, sullo sfondo, la sagoma poligonale del Mausoleo dedicato al fondatore dei giardini.

Villa TarantoVilla Taranto

Circondati da alberi di prunus e da splendide aiuole fiorite, entriamo nel c.d. “labirinto”, dove, tra la fine di aprile ed i primi giorni di maggio, dimora la gran parte delle migliaia di bulbi di tulipano messi a dimora ogni anno nel parco.

Villa Taranto

Al termine del percorso, giungiamo alla serra della Viktoria Cruziana, splendido ed enorme ninfeo equatoriale proveniente dal Sud America.

Vicino al mausoleo in cui è sepolto il Capitano Mc. Eachern, si trova l’area più importante per i rododendri presenti nei giardini: alcuni di essi raggiungono i quindici metri di altezza.

Villa Taranto

Di fronte al mausoleo, un elegante parterre con prato all’inglese.

Villa Taranto

Ai bordi delle umide scarpate tutt’attorno, felci e hoste.

Villa Taranto

Continuando la passeggiata, troviamo davanti a noi un imponente castagno del 1600, probabilmente la più vecchia pianta ancora presente nel parco.

Villa Taranto

Una gradinata conduce al grande prato posto di fronte alla Villa ottocentesca.

Lasciata la villa, percorriamo il ponticello in pietra e cotto che sovrasta la valletta.

Villa Taranto

Attraversiamo un pergolato con traversine in legno tek sormontato da uno splendido glicine giapponese.

Villa Taranto

Ad un certo punto, si spalanca la meravigliosa vista sulle terrazze del giardino in stile all’italiana, ricche di aiuole fiorite con pianticelle stagionali e solcate nel mezzo da una serie di cascatelle.

Villa Taranto Villa Taranto

Giungiamo infine all’inizio di un viale che viene denominato il Viale delle personalità, poiché ogni personaggio importante che ha visitato il parco ha lasciato una memoria di sé piantando un albero. Il più bello, ancora oggi, è una enorme Davidia involucrata o albero dei fazzoletti, piantato da un infante di Spagna nel 1938.

Villa Taranto Villa Taranto

Ogni angolo di questo giardino, anche il più umile e nascosto, è amato. D’altronde “un bel giardino non ha bisogno di essere grande, ma deve essere la realizzazione del vostro sogno anche se è largo un paio di metri quadrati e si trova su un balcone”. Così spiegava il Capitano Neil.

Villa Taranto

Tre giorni, tre giardini: prima tappa: Villa Panza

Tre giorni, tre giardini: prima tappa: Villa Panza

Che cosa può fare il blog-trotter di Curiosando in Giardino in tre giorni di vacanza (tanti erano i giorni del ponte del primo maggio)? Tre giorni, tre giardini: non v’è nulla di meglio che dedicarsi alla contemplazione di alcuni dei più bei giardini tra il Piemonte e la Lombardia. In un paio d’ore arrivo, con tutta la famiglia, nel Varesotto. Le sale eleganti e l’ottimo ristorante di Villa Borghi, edificio barocco situato, con il suo ampio parco, nel piccolo paese di Varano Borghi, sono la base ideale per le escursioni del weekend.

Villa Panza, Varese

Villa Borghi

Comincia a piovere. Ma intanto un giretto per Varese lo voglio fare. E, con intrepido slancio, decido di visitare una delle mete più raffinate e “colte” della città: la settecentesca Villa Menafoglio Litta Panza, patrimonio del FAI e sede di una pregevole mostra permanente di arte contemporanea dove fanno sfoggio di sé psichedeliche installazioni al neon.

Villa Panza, Varese

Villa Panza, Varese

Villa Panza, Varese

Il giardino risponde in maniera adeguata alla sontuosità della dimora.

Villa Panza, Varese

Pur suddiviso in diversi settori, l’effetto d’insieme del parco è assolutamente armonico: vi si trovano una zona adibita a bosco all’inglese, caratterizzata da alberi ad alto fusto e da un laghetto ornamentale, nonché vari parterre con statue e fontane. In particolare, uno di questi, composto da aiuole destinate alle fioriture stagionali, è terminato da una grande esedra di lecci.

Villa Panza, VareseVilla Panza, VareseVilla Panza, Varese

Non manca neppure il tempietto neoclassico.

Villa Panza, Varese

Sontuosa è la carpinata che delimita il giardino geometrico all’italiana davanti alla dimora: un “corridoio verde” utilizzato dai signori come passeggiata rinfrescante soprattutto nella stagione estiva. Oggi ripara me dalla fitta pioggerella.

Villa Panza, Varese

Villa Panza, Varese

Posso anche trovare riparo nella deliziosa serra, ingentilita da sedie e tavolini color pastello.

Villa Panza, Varese

Il panorama abbraccia la sottostante città di Varese. Nel prato, spicca “The Slope”, la ruota di oltre sei metri di diametro realizzata interamente con rami di castagno e robinia intrecciati senza l’aiuto di corde o collanti.

Villa Panza, Varese

Rapito da tanta bellezza, mi accorgo che è smesso di piovere.

Il giardino di rose, Napoleone e il pittore

Il giardino di rose, Napoleone e il pittore

Nei primi dell’Ottocento, i Francesi e, soprattutto, l’imperatrice Josephine, moglie di Napoleone, hanno dato forte impulso al giardino di rose. L’imperatrice Josephine ha collezionato rose per i suoi giardini al Castello della Malmaison dal 1805 al 1810. Questa collezione ha fatto sì che i Francesi, e in particolar modo i Parigini, sviluppassero una vera e propria cultura per le rose che ha condotto ad alcuni dei lavori più importanti in materia di ibridazione della rosa proprio durante i primi anni del diciannovesimo secolo.

Giardino di rose

Lo scrittore francese, De Pronville, ha affermato che nel 1814 c’erano solo circa 182 varietà di rose, ma entro la metà del secolo, grazie al grande interesse per la rosa e all’ampio utilizzo delle tecniche di ibridazione, le varietà sono divenute oltre seimila.

Giardino di rose

Il giardiniere dell’imperatrice Giuseppina era un francese di nome Dupont ed egli, assieme a Vilmorin e Descement, fu tra i primi coltivatori di rose da seme.

Giardino di rose Giardino di rose

L’imperatrice Josephine aveva nella sua collezione oltre 150 cultivar diverse di rosa Gallica e la Gallica era considerata un “tesoro” dai vicini Inglesi, nel periodo della Reggenza.

Giardino di rose Giardino di rose

Quando gli eserciti antinapoleonici entrarono a Parigi nel 1815, il giardino di Descement conteneva 10.000 piantine di rose che il grande orticoltore Jean-Pierre  Vibert riuscì a salvare e a portare nel proprio giardino sulla Marna nella campagna francese.

L’obiettivo dell’imperatrice Josephine era quello di collezionare nei giardini della Malmaison, con rigore scientifico, oltre che con passione estetica, ogni specie di rosa conosciuta. Napoleone aveva quindi incaricato la Marina Francese di raccogliere tutte le piante e i semi di rose in quasiasi parte del mondo. In un solo anno, Josephine spese anche una somma astronomica presso vivaisti inglesi, benché la Francia fosse in guerra contro la Gran Bretagna. Nonostante il blocco navale, l’Ammiragliato britannico concesse un salvacondotto ad alcuni florovivaisti per consegnare nuovi esemplari di Rose Cinesi alla Malmaison. I famosi vivaisti inglesi Lee & Kennedy vennero assunti dall’imperatrice per assisterla nella piantumazione di nuove aree del suo giardino di rose.

Giardino di rose

La moda del giardino di rose ben presto esplose presso le fasce più alte della società francese: la più temibile rivale dell’imperatrice in questo campo era la contessa di Bougainville. Ma il culto del giardino di rose non si fermò in Francia e oltrepassò la Manica. Ben presto in Europa il commercio di rose ebbe un ruolo economico rilevantissimo anche se, probabilmente a causa dei conflitti in corso, non si ripeté il fenomeno Seicentesco della tulipomania (vedasi su questo blog l’articolo Buon Compleanno, Signor Tulipano!).

Dupont trasmise questa preziosa eredità ad Alexandre Hardy, che ha operato presso i Giardini del Lussemburgo.

Giardino di rose

Per tutto il diciannovesimo secolo furono coltivate molte varietà di meravigliose, sontuose, resistenti rose antiche con nomi evocativi come Madame Hardy, Felicite Parmentier, Cardinal Richelieu, La Ville de Bruxelles, Tour de Malakoff.

Giardino di rose

Ma la ragione della popolarità del giardino di rose della Malmaison deve anche ricercarsi nell’opera del pittore Pierre-Joseph Redouté, pittore belga, di Saint-Hubert (nel cuore delle Ardenne), che illustrò i capolavori floreali dell’imperatrice offrendoli, nel loro splendore, a tutte le generazioni future. Il lavoro di Redouté, Les Roses, è stato completato dopo la morte di Josephine: i tre volumi di illustrazioni a stampa, realizzati tra il 1817 e il 1824, costituiscono una delle più belle e importanti opere librarie mai pubblicate sulle rose e, con il commento del botanico Claude-Antoine Thory, sono divenuti il testo di riferimento per le rose per molti decenni. Ancora oggi, i volumi del Redouté sono utilizzati per catalogare le varietà di rose antiche.

Giardino di rose

Anche dopo l’esilio e la morte di Napoleone, Redouté ha continuato a dipingere per Louise-Philippe, il nuovo re Borbone, nel 1830. Redouté è morto nel 1840 a ottantuno anni mentre stava dipingendo un giglio. Molte delle “sue” rose vivono ancora oggi nei nostri giardini.

Giardino di rose

Chagall e i fiori

Chagall e i fiori

Oggi il “blog-trotter” di Curiosando in Giardino è l’Ingegnere-Giardiniere.

Ispirato da una sognante mostra a Milano dedicata a Marc Chagall, desidero sottoporvi alcune brevi, e inutili, considerazioni che mi sono venute in mente a proposito dei fiori. Quello tra Chagall e i fiori è un collegamento spontaneo.

I fiori svolgono un ruolo fondamentale nella natura in quanto sono il preludio dei semi che a loro volta garantiscono la sopravvivenza delle varietà vegetali.

Ma i fiori, al di là dello scopo riproduttivo, sono anche belli, anzi alle volte sono bellissimi!

Non è chiaro perchè i fiori debbano essere belli, non sarebbe bastato che fossero solamente funzionali? Invece presentano in più questo fatto estetico che interessa e rallegra coloro che li osservano. Occorre notare che anche il fiore della patata è bello, anche se, a secondo dei gusti di ciascuno, se ne possono trovare di più belli.

Tutto ciò che ha a che fare con l’agricoltura e con il giardinaggio finisce con l’occuparsi di fiori.

In un giardino o in un campo i fiori diventano visibili non appena le rispettive piante sono state messe in loco o son state seminate proprio per lo scopo di vedere fiori, o per avere un prodotto vegetale.

Mentre però il giardino o un campo sono oggetti inventati da una persona per un suo diletto o per suo tornaconto, i fiori sono una espressione spontanea della natura: i fiori non richiedono sempre un interessamento umano.

In ogni momento, anche in questo momento, in natura esistono miliardi di fiori che nessuno vede perchè sono sbocciati in luoghi non frequentati o addirittura irraggiungibili. Nascono orchidee su alberi tropicali a 30 metri dal suolo ed espongono i loro magnifici fiori..a chi? Lo stesso vale per stelle alpine e praticamente per la maggior parte dei fiori selvatici.

Si tratta di una magnifica inutilità o c’è dell’altro; non è molto chiaro, però ritengo che la bellezza esista in quanto tale anche se non serve a niente (apparentemente).

I fiori sono sempre stati oggetto di attenzione anche dei pittori che li hanno ritratti o come dettagli di opere complesse oppure proprio come oggetti specifici di quadri dedicati solo a loro. In particolare in tempi recenti si sono distinti in ciò gli impressionisti francesi in precedenza anticipati da pittori di “nature morte” orientate a rappresentare lussureggianti vasi di fiori.

Anche Chagall si è occupato di fiori ma in modo molto più complesso.

chagall e i fioriInnanzitutto Chagall è un poeta; non è solo stato un poeta, continua ad esserlo e lo sarà sempre.

La sua poesia consiste nel suo modo di vedere la realtà del mondo in cui è via via vissuto.

Egli afferma che ogni arte è il risultato della ”osservazione della natura”, e nella natura esistono alberi, cieli, nuvole, corvi magri che volano in cerca di cibo, ma sopratutto fiori.

chagall e i fiori

Chagall ha sempre visto il mondo in modo molto colorato e si rammarica  laddove “non vedevo l’incantesimo dei colori” come afferma in un passaggio delle sue “Memorie”.

Chagall ricerca durante un sofferto soggiorno in Lituania di recuperare le sua serenità ricordando la sua vita nel “buco di Vitebsk,….” dove “..gli alberi sono diventati da tempo miei amici”.

Durante un suo soggiorno a Nizza Chagall si è trovato finalmente immerso nei fiori: “A Nizza si potevano preparare centinaia di mazzolini da sposa e presentarli alle mie spose di fantasia in tutto il mondo”.

chagall e i fioriQuando osserva l’evolversi dei vari stili della pittura sua contemporanea viene preso dallo scoramento scorgendo la mancanza in molti pittori suoi contemporanei di “osservare l’eleganza dei fiori”.

Per Chagall nella sua pittura i fiori si identificano con i colori come dice quando parla della pittura di altri artisti in cui “ i loro colori (fiori) non sono affatto colori (fiori). In questa affermazione esiste anche il fatto che in russo fiori e colori sono espressi dalla stessa parola.

A New York, non si trova bene nella città in quanto “non c’erano fiori (colori), mentre la mia anima e il mio corpo erano come corrosi dai colori (fiori)”.

Tuttavia nella campagna americana ritrova momenti di pace: “ mi piaceva… stare a guardare le nuvole e gli alberi verdi, alla ricerca di nuove tinte, alla ricerca di qualcosa.”

Quando è incaricato di decorare il soffitto del Teatro dell’Opera di Parigi pensa ai fiori. “Il mio soffitto era il mazzo di fiori, il mio mazzo di fiori, il nostro mazzo di fiori,..”

chagall e i fiori

Anche in luoghi modesti l’attenzione è per i fiori : “A Tolone, nell’albergo modesto dove ci fermammo qualche tempo, c’erano fiori, quei fiori che ben presto sarebbero sbocciati fra le mani di una sposa”.

chagall e i fiori

I fiori dovrebbero interessare a tutti ed in realtà interessano a molti come si può dedurre dal commercio dei loro semi e bulbi e alle varie gare estive in molte località che premiano ad esempio il balcone più fiorito.

In definitiva la bellezza dei fiori non costituisce una splendida inutilità ma fa parte della esistenza umana e va colta anche spiritualmente e conservata nell’anima.  A parte il fatto che anche l’inutilità può avere il suo fascino.

Non lasciamo trascurati i fiori selvatici e immaginiamo di spostarci almeno col pensiero in qualsiasi parte del mondo che presenti in quel momento la stagione opportuna: saremo accolti da fiori splendidi e spesso numerosissimi.

I giardini del Museo Sorolla di Madrid

I giardini del Museo Sorolla di Madrid

Quando attraverso la recinzione dei giardini del museo Sorolla mi sento proiettato, come d’incanto, dalle caotiche strade del centro di Madrid ad un giardino senza tempo, ammantato di quiete e di bellezza.

Museo Sorolla di MadridMuseo Sorolla di Madrid

Museo Sorolla di Madrid

Panche di pietra e scale decorate con i tipici azulejos (coloratissime piastrelle di ceramica smaltata), piccole fontane con canali attraverso i quali scorre l’acqua, statue classiche, vasi e alberi frondosi sono alcuni degli elementi che compongono i giardini del Museo Sorolla.

Museo Sorolla di MadridMuseo Sorolla di MadridMuseo Sorolla di Madrid

La casa (un edificio in stile eclettico) fu fatta costruire tra il 1910 e il 1911 dal pittore Joaquín Sorolla y Bastida (alcune delle cui opere si possono ammirare al Prado) che la scelse come propria residenza e come proprio laboratorio artistico negli ultimi dieci anni della sua vita e, alla sua morte, la volle donare allo Stato spagnolo.

Museo Sorolla di Madrid

L’esterno della proprietà fu meticolosamente progettato e realizzato dallo stesso Sorolla con colti richiami sia alla classicità romana sia alla cultura andalusa.

Museo Sorolla di Madrid

Gli spazi, riccamente decorati con sculture, fontane e colonne, sono scanditi da siepi di bosso che, unitamente alle bordure di azulejos, conferiscono all’insieme una certa allure “salottiera” ma nel contempo distesa e distensiva.

Museo Sorolla di Madrid

Il giardino si snoda in tre settori che formano una “L”. Sorolla tracciò il primo giardino ispirandosi al Labirinto dell’Alcazar di Siviglia, da cui trasse il disegno della fontana centrale. Egli  decorò la zona con una panca di azulejos e  colonne sormontate da sculture.

Museo Sorolla di Madrid

Nel loggiato, riparato parzialmente da un frondoso albero di mandarino carico di frutti color del sole, sono riposti, per la stagione invernale, i vasi di gerani ancora verdissimi, nonostante sia la fine di dicembre.

Museo Sorolla di Madrid

Museo Sorolla di Madrid

Una palma secolare è vigile sentinella assieme alla bandiera spagnola.

Museo Sorolla di Madrid

Il secondo spazio, realizzato tra il 1915 e il 1916, è ispirato al sontuoso giardino della Villa Generalife di Granada e reinterpretato con elementi del giardino all’italiana.

Museo Sorolla di MadridMuseo Sorolla di Madrid

Nel terzo spazio, realizzato tra il 1913 e il 1917, si trovano una scala di azulejos (che accede al grande salone di esposizione), un pergolato e una fontana a piscina con figure allegoriche, la Fonte delle Confidenze, dietro la quale si staglia un maestoso bovindo a semicerchio.

Museo Sorolla di Madrid

Durante la visita al museo, trovo, all’interno dell’edificio, un ulteriore spazio verde: il patio andaluso, che regala un’avvolgente luce naturale a tutto il pianterreno della casa.

Museo Sorolla di Madrid

Dalla veranda della sala principale della vecchia casa di Sorolla si può godere di nuovo della vista sul giardino e percepire ancor meglio come, nel cuore della Madrid più contemporanea, il Tempo si sia fermato in un angolo di Natura edonista, intimo e segreto.

Museo Sorolla di Madrid

Flor de Barcelona

Flor de Barcelona

Se andate a Barcelona, cercate i fiori … anzi, cercate la Flor de Barcelona.

Negli ultimi anni, i cittadini di Barcelona e i numerosi turisti che la visitano, oltre che con il naso per aria, camminano guardando anche per terra. Proprio qui, sui marciapiedi, si nasconde quello che, negli ultimi anni, è divenuto uno dei simboli della capitale catalana: un fiore stilizzato, infatti, ingentilisce qua e là tratti di marciapiedi.

flor de Barcelona

La mattonella in cemento denominata Flor de Barcelona o panot de la Flor, como si chiama in catalano, nasce da un disegno dell’architetto modernista Josep Puig i Cadafalch, che realizzò con questo splendido fiore le mattonelle della pavimentazione posta nell’ingresso carraio della deliziosa Casa Amatller (quella che, sul Paseo de Gracia, si trova proprio al lato della più famosa Casa Battlò di Antoni Gaudì). Con ogni probabilità l’architetto trasse ispirazione dal fiore del mandorlo, poiché il committente portava un cognome (Amatller) che coincideva foneticamente con la parola mandorlo in catalano (ametller).

flor de Barcelona

La Flor è il modello più rappresentativo dei marciapiedi di Barcelona. Le sue linee semplici disegnano un fiore minimalista, simbolo di un’epoca in cui, a Barcelona, il Modernismo cambiò volto alla città. Con l’espansione del quartiere dell´Eixample, il Municipio di Barcelona decise di iniziare la pavimentazione delle nuove strade cittadine. All’uopo indisse, nel 1916, un concorso pubblico con vari modelli di piastrella in cemento, tutti con disegni geometrici, tuttora esistenti e visibili: le tablettes di cioccolato, i cerchi, il rombo con cerchi e, infine, il fiore (la flor). Il concorso fu vinto dall’impresa Escofet Tejera y Cia che aveva importato, alla fine del XIX secolo, la tecnica di fabbricazione dei pavimenti c.d. idraulici, fatti con cemento, sabbia e acqua. Con questa tecnica si potevano costruire piastrelle in serie, limitando enormemente i costi rispetto alla produzione manuale.

Il successo della piastrella di cemento idraulico o panot si deve al fatto che si tratta di un elemento economico e resistente, di piccole dimensioni (20cmx20cm e 4cm di spessore), maneggevole, facile da sostituire e adattabile a qualsiasi irregolarità del terreno. In più, è antiscivolo e facile da pulire.

Flor de Barcelona

Marciapiede di Plaza Urquinaona

Curiosamente il panot Flor uscì di produzione diversi decenni fa. Tuttavia, a furor di popolo, a partire dagli anni Novanta, non solo tornò in commercio ma divenne simbolo di Barcelona.

Il suo disegno moderno e semplicemente bello ha reso breve il passo dal suolo ai souvenirs: oggi si trova su tazze, magliette, portavasi, gioielli, borse. Addirittura a Barcelona ci sono negozi (per lo più librerie) che (ovviamente a prezzo esorbitante) vendono la singola piastrella Flor in cemento allegandovi un pamphlet con la sua storia. Vi sono anche numerose pasticcerie che creano torte dolci e salate a forma di panot Flor.

flor de Barcelona

E – Barcelona a parte – il fiore stilizzato, da oltre un secolo, è anche icona di eleganza: Louis Vuitton docet.

flor de Barcelona

La famosa Toile Monogram di Louis Vuitton

 

Il vischio, generoso parassita

Il vischio, generoso parassita

Ventuno dicembre, data del solstizio d’inverno. Proprio in questo giorno, il più corto dell’anno, il sole ricomincia a crescere e la luce che irraggia la terra, fecondandola di vita, aumenta gradualmente fino a rinnovare il risveglio primaverile. Dal solstizio invernale in poi, le giornate si allungano.

vischio

Il Sole qui, nel solstizio, ha il suo natale. Il solstizio d’inverno ha, nella pianta del Vischio, sin dai tempi dei Celti, il suo antico simbolo.

vischio

I Celti consideravano il vischio un prezioso dono degli dei in quanto privo di  radici e destinato a crescere, come parassita, sul ramo di un’altra pianta. L’immaginario collettivo celtico riteneva che il vischio nascesse là dove era caduta la folgore: simbolo di una discesa della divinità e, dunque, di immortalità e rigenerazione. Ma che questa leggenda celi una realtà è comprovato da un interessante esperimento. Se in primavera si tagliano, una ad una, tutte le foglie di un albero, questo muore; ma se lo stesso albero ospita un vischio, anche ripetendo l’operazione per più anni di seguito, resta sempre in vita: segno che il vischio lo nutre, svolgendo la fotosintesi per lui. E dal parassitismo si passa allora alla collaborazione e alla simbiosi. Non a caso i Celti attribuivano al vischio numerose proprietà curative, immergendolo nell’acqua destinata a chi volesse guarire o preservarsi da qualche malattia o sortilegio. In effetti il vischio è stato ampiamente utilizzato dalle tecniche erboristiche tradizionali come forma di rimedio naturale per emicrania e crisi epilettiche. Ma uno degli aspetti più utili del Viscum Album (questo il nome scientifico della magica pianta) è la sua favolosa capacità di contribuire a stimolare il sistema immunitario. Questa sua caratteristica rende il vischio come una pianta naturalmente inibitrice della formazione di cellule cancerose.

vischio

Bruxelles, fiori e cioccolato

Bruxelles, fiori e cioccolato

Giungo a Bruxelles come un vero turista, in cerca, innanzitutto, della famosa fontanella con il putto.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Bruxelles: fiori e cioccolato

Bruxelles mi piace: ha un’allure vagamente démodé, con le sue tipiche casette a due o tre piani a motivi liberty, con i suoi tram sferraglianti, con i suoi mercatini diurni e serali, con i suoi rinomati negozi di cioccolato dalle vetrine traboccanti di golosità.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Ad un certo punto mi rendo conto che, la mattina del mio arrivo, a far pulsare la vita tra i palazzi gotici e rinascimentali della Grand Place, è un mercatino di fiori e sementi dal mood molto olandese: ecco – penso – un primo indizio “verde”.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Il colorato furgone del fioraio riesce a regalare un tocco di effervescenza persino all’austera Maison du Roi.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Chi si definisce “giardiniere nell’anima” (questo si legge sul vivace furgone) non può che coltivare … una passione!

Bruxelles: fiori e cioccolato

Bruxelles, fiori e cioccolato? Forse è proprio così.

Mi addentro nel cortile dell’Hotel de Ville e apprezzo la cura delle aiuole attorno alle fontane settecentesche: secondo indizio “verde”.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Apro gli occhi da “blog-trotter” di Curiosando in Giardino e mi rendo conto che negozi, decori, dettagli sparsi per tutta Bruxelles stanno lì a testimoniare come in questa città l’amore per il verde sia diffuso e sentito.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Bruxelles: fiori e cioccolato

Così, mentre all’ombra gotica brabantina di Notre Dame du Sablon si svolge il mercato domenicale di brocantes, con le bancarelle a strisce verdi e bordeaux (i colori ufficiali della città), mi concedo una passeggiata tra il Jardin du Petit Sablon, circondato da decine di colonne sormontate da statue bronzee che rappresentano le corporazioni di Bruxelles, e il Parc d’Egmont, elegante esempio di giardino all’inglese, con i suoi alberi plurisecolari e la sua orangerie, sede di incontri modaioli.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Bruxelles: fiori e cioccolato

Bruxelles: fiori e cioccolato

E’ ora di pranzo. Un’amica, che vive a Bruxelles da molti anni in una casa che sembra quella delle bambole, ha preparato dell’ottimo sushi vegetariano. Per andare da lei, passo nel Bois de la Cambre, dove il caos cittadino si stempera nel percorso ciclabile tra laghetti e alberi frondosi, sotto lo sguardo indifferente dei cigni e delle anatre.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Dopo una breve pausa postprandiale, con il tram 94 arrivo al Jardin Botanique: qui la monumentale orangerie ottocentesca domina, dall’alto, il parco del giardino botanico e le sue statue di animali esotici poste a presidio delle gradinate, delle fontane, delle siepi di bosso.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Bruxelles: fiori e cioccolato

Tutt’attorno all’antico parco, come sentinelle cibernetiche, premono prepotentemente i grattacieli della Bruxelles più contemporanea. Ma io, che sono démodé, continuo a preferire la gentilezza di fiori e cioccolato.

Bruxelles: fiori e cioccolato

Incrostazioni di Natura in San Salvario

Incrostazioni di Natura in San Salvario

Abito il quartiere trendy e sgangherato di San Salvario a Torino, dove immigrazione e business si fondono in oscuri mercimoni e ristoranti carini, dove bici riciclate da irregolari sbandano lungo le viette dell’800 calpestando perfidi porfidi, dove il parcheggio è selvaggio per i troppi dehors che fioriscono d’estate e marciscono d’autunno, dove le meraviglie architettoniche sono nascoste da indecorosi abitanti e dove i troppo furbi coabitano con i grandi lavoratori di tutte le nazioni che sudando e…altro…fertilizzano il suolo. Qui, dove tutto è il contrario di tutto ma il tutto è lo specchio perfetto dell’Italia che arranca, anche qui, ma anche qui, come in tutti gli angoli della penisola, basta cercare, e la natura domina incontrastata sull’inutilità dell’uomo che vive il presente e lascia tracce per il futuro.

fiori a san salvario

Certo, la Natura! tra l’asfalto e le pietre la natura si muove negli spazi umani, dove nicchie di tropico si lanciano al cielo in cerca di luce, dove l’uomo ricopia natura e la natura ricopre l’uomo, dove l’uomo ha creato natura per vivere a contatto con essa, dove la natura ricambia con eterna gratitudine, dove la natura è di pietra ma non nella freddezza marmorea defunta ma nel movimento plastico di chi l’ha ricopiata sulle pareti.

fiori a san salvario

Dove la natura è colorata e si scolora per il tempo, dove la natura è copia del reale in un immaginario pannello sul portone, dove la natura cerca la sua via incrostandosi sui muri, incorniciando finestre e gettandosi a capofitto dalle pareti dei condomini. Anche questa è natura, natura non vivente ma viva per il gesto umano di farla vivere, natura molto umana per la necessità dell’uomo di affiancarsi ad essa e unirsi nel respiro terreno di una città di mattoni e cemento, una natura senza linfa, ma con tanta vitalità generata dal genio dell’uomo di farla apparire.

fiori a san salvario

Bisogna però allenare un po’ l’occhio per vedersi ricoperti di questa natura, è necessario selezionare, guardare con angolature differenti i palazzi, cercare nei pavimenti, negli androni e nei negozi, nelle insegne e nei vari scorci che ci vengono regalati. Poi tutto diventa natura. A questa natura non interessa sei sei spacciatore o ammiratore, questa natura non ti chiede niente in cambio anche se la guardi attratto, questa natura non ha bisogno di seguirti perché sei tu che cerchi lei. Questa natura c’è per tutti perché è la bellezza della natura che si è incastrata nella città e noi possiamo goderne senza chiedere niente a nessuno.

Ispirazione d’Artemisia

Ispirazione d’Artemisia

Artemisia: nel linguaggio dei fiori simboleggia la beatitudine. Nella storia dell’arte è la tormentata e carnale pittrice caravaggesca. “Artemisia Gentileschi, dal nome favoloso e serico come le pitture del padre, ci pare l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità; da non confondere adunque con la serie sbiadita delle celebri pittrici italiane” (da “Padre e figlia” di Roberto Longhi, 1916).

Artemisia Gentileschi

Ricetteconlerbette del vostro Vittorio Fiorucci trae spunto dal nome della grande pittrice seicentesca per parlarvi dell’artemisia.

Al genere dell’artemisia appartengono un gran numero di piante (oltre duecento specie), tra le quali vanno ricordate l’assenzio (“wermut” in tedesco, da cui deriverà poi il nome vermouth/vermut per i preparati a base di assenzio) e il genepy (erba alpina distillata in un ottimo liquore digestivo). 
Nelle rive della pianura piemontese, ma in generale, in tutto il territorio italiano, si possono trovare numerose variazioni di questa specie, cresciute spontanee e riconoscibili per il caratteristico odore di vermuth sprigionato dalle foglie. L’artemisia o assenzio o erba madre o erba amara è una pianta erbacea aromatica perenne, d’altezza molto variabile, da 20 a 150 cm, a seconda del tipo di terreno, presenta una colorazione della lamina fogliare differente nelle due pagine: verde quella superiore, grigio biancastra quella inferiore. Le foglie sono picciolate, lobate, e di consistenza setosa per la fitta peluria che le ricopre. Quelle basali sono più grandi e molto frastagliate. I fiori gialli e tubolari sono riuniti in grappoli. Il frutto è un achenio liscio privo di pappo. La radice è un rizoma duro e ramificato. Il portamento è cespuglioso con steli eretti, molto ramosi nella parte terminale. L’odore forte e molto aromatico è d’aiuto nel riconoscimento.

artemisia artemisia artemisia

Fioritura: dalla primavera all’autunno.

Habitat: cresce, infestante, su suoli preferibilmente umidi, presso ruderi, incolti, scarpate e bordi di strade, indifferente al substrato.

Parti da utilizzare: le foglie e le infiorescenze. Possiamo raccogliere l’assenzio due volte l’anno: al termine della primavera ed in autunno. Spiccheremo le cime fiorite che emanano un aroma chiaramente percepibile. Le metteremo a seccare legate in mazzi all’ombra di un portico, oppure se la stagione non è adatta in forno appena tiepido. In mazzi freschi o seccati possono essere usati anche come valido repellente per allontanare le zanzare dalle finestre.

Proprietà: aromatiche, digestive, balsamiche, cicatrizzanti, stimolanti, antisettiche, antispasmodiche, espettoranti e neurotoniche.
Ippocrate la consigliava per far espellere la placenta e Dioscoride per accelerare il parto. Nell´immaginario antico rientrava tra quelle piante adatte a combattere l´epilessia.

Uso popolare: È la base aromatica principale nella preparazione del vermouth (che è il nome tedesco dell’Artemisia maggiore). L’assenzio fu il simbolo del modo di vivere bohemienne ed era la bevanda preferita di artisti famosi come ad esempio Vincent Van Gogh, Toulouse Lautrec ed Ernest Hemingway, che bevevano l’estratto d’assenzio per favorire l’ispirazione artistica. Hemingway dichiarava di amare tale bevanda per i suoi effetti di far cambiare le idee. La bevanda liquorosa fu messa al bando nel periodo della monarchia italiana e rimane tuttora illegale in paesi come gli USA.

Coltivazione: pianta originaria dell’Europa e del Nord Africa, l’assenzio sembra essersi giovato della vicinanza dell’uomo più di altre piante spontanee, infatti in natura non è semplice reperirlo, ma abbellisce non pochi giardini. Non è difficile trovarlo in vivaio dove si è in vendita in barbatelle per nuovi impianti. Ama il terreno ricco, capace di sostenere l’abbondante vegetazione, senza ristagni d’acqua, predilige gli incolti o, meglio, i terreni abbandonati, anche ricchi di scheletro o sassosi, sa adattarsi passando dal suolo argilloso a quello siliceo, ma riesce meglio in terreno leggero. L’esposizione ideale è in pieno sole. La propagazione dell’assenzio può avvenire per semina, in aprile, da effettuarsi in semenzaio con un letto di semina formato da terreno ricco e leggero. Dopo due mesi si trapiantano i giovani soggetti a debita distanza tenendo conto dello sviluppo che avranno, è importante scegliere soltanto quelli più vigorosi. Si può ricorrere anche alla propagazione per via vegetativa ricorrendo alla divisione dei cespi in autunno. L’assenzio non richiede concimazioni se il terreno è adatto e si accontenta dell’acqua meteoriche.

artemisia

In cucina, le foglioline dell’artemisia comune, ancora fresche e succose hanno in primavera un aroma fresco e delicato, si possono aggiungere alle insalate oppure si possono tritare e mescolate a uova e formaggi per una torta salata. L’artemisia viene utilizzata anche aggiunta al condimento di carni più grasse come anatra, oca o maiale.

TORTA con l’ARTEMISIA TIPICA VERONESE.

Ingredienti

150 gr zucchero

4 uova intere

1 tazzina di olio d’oliva

scorza grattugiata e succo di mezzo limone

200 gr farina

½ bustina di lievito per dolci

Artemisia tritata (circa 100 gr)

Zucchero a velo per decorare

Preparazione

Montare le uova con lo zucchero. Unire l’olio e mescolare delicatamente facendo attenzione a non  smontare il composto. Aggiungere poi il sale, la buccia e il succo del limone, la farina setacciata, l’erba madre tritata e il lievito unito con un po’ di latte. Imburrare e infarinare uno stampo e versare il composto ottenuto. Cuocere a 180° per circa 30 minuti.

artemisia

Borragine tra poesia, giardinaggio e cucina

Borragine tra poesia, giardinaggio e cucina

Pòrto d’erbe

Ò misso e reixe attorno à ste muagge, 
- comme a lélloa – à sti seggi, à sti cianelli; 
frusto guanti, stivæ, sappe, rastelli, 
inte ‘nna tæra tutta tarso e scagge;

ligo a-e carasse, con bäseu e piccagge, 
faxeu, tomate, erbeggia;

pe-i öxelli 
in sce laituga, baxaicò, merelli 
metto rê, spaghi, speggi e ätre bagagge.

Vaddo p’erbe, talegue, radiccion, 
crescion, bonòmmi, sciscèrboe, boraxi; 
scerbo gramigna, leuggio, scioùa d’òrto;

çenn-o con ‘n euvo e ‘n pò de preboggion: 
scòrdo do mondo coæ, bæghe, ravaxi 
into refugio e a paxe do mæ pòrto.

Porto d’erbe – Misi le radici attorno a questi muri – come l’edera – a questi rialzi di terreno, a questi pianori, consumo guanti, stivali, zappe, rastrelli, in una terra tutta terreno friabile e scaglie; lego ai pali, con rami di salice e fettucce, fagioli, pomodori, piselli; per gli uccelli, su lattuga, basilico, fragole, metto reti, spaghi, specchi e altri arnesi. 
Vado in cerca d’erbe, radicella, radicchio, crescione, cicerbite, borragine; estirpo gramigna, loglio, fioritura d’orto; ceno con un uovo e un po’ di verdura bollita: dimentico lo voglie le beghe, i trambusti del mondo nel rifugio e nella pace del mio porto.

(Carlo Costa, poeta chiavarese – 1919-2000)

Dopo la pausa estiva, la rubrica di Curiosando in Giardino “Ricetteconlerbette” del vostro Chef Vittorio Fiorucci vi propone qualche riflessione (poetica, botanica e culinaria) sulla borragine.

La borragine (o borago officinalis) è una pianta annuale, con radice a fittone e ramificata; il fusto, eretto, carnoso, è rivestito di peli bianchi e rigidi. Le foglie basali sono di forma ovale-allungata mentre quelle del fusto sono più strette e appuntite. I fiori, dotati di lungo peduncolo, sono a forma di stella e di colore azzurro intenso.

Borragine o borago officinalisFioritura: pressoché tutto l’anno.

Habitat: terreni incolti, zone ruderali e lungo le strade.

Parti da utilizzare: le foglie e i fiori.

Proprietà: diuretiche, depurative, sudorifere, espettoranti, antinfiammatorie.

Uso popolare: le foglie giovani vengono usate in cucina sia crude sia cotte; quelle tenerissime sono perfette per le insalate. Quelle più adulte per minestre, risotti, frittate e frittelle. I fiori, molto buoni, si possono consumare crudi, da soli o in insalate miste.

Coltivazione: la borragine è una pianta rustica, capace di allietare un angolo del giardino o del balcone con una miriade di fiorellini di un bell’azzurro intenso. Non necessita di particolari cure (e, anzi, è un’infestante), se non regolari annaffiature nei periodi pù caldi. Sopporta male il trapianto e quindi è meglio seminarla scegliendo in primavera un luogo assolato (o, al più, mezz’ombra). Il terreno deve essere ben drenato, fertile e soffice. A sole otto settimane dalla semina si può già iniziare la raccolta delle foglie. Se coltivata in vaso, il contenitore deve essere capiente con un drenaggio molto curato. All’arrivo dei primi freddi la pianta seccherà: quindi  si possono raccogliere i semi per riseminarla in primavera.

Borragine o borago officinalis

Frittelle di Borragine

Fate scottare in acqua bollente salata, per poco tempo, foglie grandi di borragine. Fatele asciugare bene sopra un panno pulito, avendo l’accortezza di setnderle bene. Farcitele con un listello di formaggio fresco, meglio se di pecora, ed un filetto di alice salata. Avvolgete la foglia in modo da formare un involtino che chiuderete con uno stuzzicadenti. Immergete gli involtini in una pastella precedentemente preparata con acqua e farina e friggeteli. Consumateli caldi dopo avere fatto asciugare l’olio di cottura.

Cappellacci con Borragine, Burro e Salvia

Ingredienti per la pasta: 225 gr. di farina 0; 75 gr. di farina di grano duro; 3 uova; sale.

Ingredienti per il ripieno: 1 kg. circa di borragine; 2 salsicce; 3 hg. di ricotta; 1 cipolla; parmigiano grattugiato; olio extra vergine di oliva; sale e pepe.

Ingredienti per il condimento: 1 hg. di burro; foglie di salvia; noci tritate a piacere.

Scottate la borragine in poca acqua bollente e poi strizzatela bene. Fate appassire in poco olio la cipolla tritata finemente, unire la salsiccia spezzettata e fate insaporire alcuni minuti. Aggiungete la borragine tritata. Fate asciugare, salate e pepate.

Amalgamate la borragine, la ricotta e abbondante parmigiano grattugiato. Preparate e stendete la pasta in due sfoglie rettangolari. Disponete a distanza regolare il ripieno a mucchietti, sovrapponete l’altra sfoglia e ritagliate con l’apposito attrezzo i cappellacci. Lessateli in abbondante acqua salata, scolateli al dente e conditeli con burro fuso insaporito alla salvia. Spolverate, infine, con parmigiano, aggiungendo a piacere le noci tritate.

Buona raccolta e … buon appetito!

Borragine o borago officinalis

Orchidee truciolate in offerta

Che il mondo sia sottosopra si è ormai capito e siamo rassegnati, ma che ora si comprino orchidee e fiori vari dal truciolatore svedese dei mobili sembrava impossibile fino a qualche anno fa. Invece ormai ci si ritrova dal fioraio Carrefour per i bouquet, compriamo le composizioni ikebana discount alla Lidl, facciamo raduni scientifici florovivaistici da Crai e visitiamo i giardini fioriti di Leroymerlin. E anche io sto giocando ai quattro cantoni per aggiudicarmi la migliore offerta in posti inaspettati: al Despar di Roma ho trovato un ottimo ciclamino a 1 Euro con fioritura sublime e colore intenso; al Carrefour di Torino ho preso a 0.98€ un vasetto di infinite piantine di basilico, che oggi sono una foresta profumata sul balcone; da Ikea ho comprato per qualche euro una Phalenopsis nana che ha regalato tre mesi di incredibile fioritura ed è ormai al suo secondo anno e su internet ho preso tre vasetti magnetici con cactus incorporato, ma io volevo i vasetti e basta e mi sono pure ritrovato tre cactus vivi! E quindi? E quindi ormai dobbiamo abituarci a questo mondo, e quindi prepariamoci che alla Posta compreremo i fiori e ai bancomat ci saranno i distributori di fertilizzante, e quindi approfittiamone che le offerte ci sono per balconi fioriti e per varietà nuove.

Buon acquisto.

orchidee  truciolate in offerta

Il castello di Monterado e il suo parco

Il castello di Monterado e il suo parco

Il castello di Monterado veglia, con il suo parco di sette ettari, su un panorama dalla bellezza inusitata che spazia dalle dolci colline marchigiane sino al mare.

Castello di Monterado

castello di monterado

Si tratta di una dimora privata, appartenente alla stessa famiglia da quasi un secolo, le cui porte sono state aperte al pubblico grazie alla coraggiosa sfida di Orlando e di Kira, che, non cedendo alle lusinghe di aspiranti acquirenti stranieri, hanno deciso di mettersi in gioco e di dedicare le loro energie a restituire all’antico palazzo una nuova vita, nel rispetto della sua illustre Storia, iniziata nel lontano anno Mille.

castello di monterado

Oggi il castello è in parte adibito ad albergo e ad ambientazione per ricevimenti e feste e in parte a residenza privata della famiglia dei proprietari. La ristrutturazione e l’arredamento sono stati curati con passione filologica, senza minimamente snaturare l’anima di quella che fu l’abitazione di Massimiliano Beauharnais, nipote di Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone Bonaparte.

castello di monterado

La fascia del parco più esterna è un bosco di pini e querce secolari, allori e viburni. Accanto al castello, invece, è collocato un tipico giardino all’italiana, ombreggiato da giganteschi cedri del Libano. La punta mozzata del cedro davanti all’ingresso principale del castello ricorda che anche qui le bombe della seconda guerra mondiale fecero risuonare la loro lugubre eco.

castello di monterado

Tre gelsi statuari osservano la piscina, a cui si accede tramite una scalinata costeggiata da profumatissimo rosmarino.

Fitte siepi di bosso scandiscono aree coltivate a bulbi, ortensie, salvia splendente.

Castello di Monterado

Il borgo di Monterado si trova proprio al di là della cancellata, certo del fatto che nulla turberà la sua quiete, appena increspata dai rintocchi vespertini della campana parrocchiale e dal frinire delle pigre cicale.

Castello di Monterado

Giardini di Firenze: villa della Gheradesca

Giardini di Firenze: villa della Gheradesca

A pochi metri dal Giardino dei Semplici, in via Capponi, la curiosità m’induce a bussare alla porta dell’hotel Four Seasons, dove scopro un’altra meta imperdibile per chi vuole conoscere i giardini di Firenze: il giardino della Gherardesca. Una sorridente funzionaria dell’elegantissimo albergo mi accompagna, con spontanea cortesia, sino al parco, uno dei più grandi e più belli del centro storico fiorentino.

Giardini di Firenze: villa della Gherardesca

E’ un’oasi di circa quattro ettari e mezzo disseminata di alberi monumentali, di aiuole fiorite, di antichi elementi architettonici e sede, sino a dicembre, della prestigiosa collettiva di arte contemporanea “Dialogue”, curata dallo scultore Ugo Riva. Il “dialogo” è ricercato tra l’opera contemporanea e altra opera dell’antichità, cui la prima è ispirata. Particolarmente rappresentativo di tale impostazione della mostra è il confronto tra la Cyber-Chimera dell’artista Dario Tironi (realizzata con vari oggetti di uso quotidiano, dal phon all’aspirapolvere, dal lettore cd ai pezzi degli scacchi), e la replica bronzea (fornita dalla Galleria Frilli di Firenze) della Chimera etrusca ospitata nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Giardini di Firenze: villa della Gherardesca

Lascia senza fiato la sorpresa di vedere la cupola di Santa Maria del Fiore oltre il poderoso recinto di mura, in mezzo a una incontenibile fioritura di viburni bianchi, in una prospettiva che dà l’impressione di poter quasi toccare il capolavoro del Brunelleschi.

Giardini di Firenze: villa della Gherardesca

La passeggiata nel parco consente di assaporarne non solo la struttura “all’inglese” (con viali, cespugli, alberi messi a dimora in gruppi senza schema) ma anche la perfetta cura di ogni dettaglio e l’inedita fusione tra elementi naturali e antropici, antichi e contemporanei.

Giardini di Firenze: Villa della GherardescaGiardini di Firenze: Villa della Gherardesca

Giardini di Firenze: villa della Gherardesca Firenze 14 lug giard Four Seasons (28) Firenze 14 lug giard Four Seasons (50)

Nelle recensioni del giardino si legge che “l’antico giardino Pinti, già Scala, annesso al palazzo quattrocentesco di Giuliano da Sangallo, è citato dalle fonti come uno dei più belli di Firenze. Il conte Guido Alberto della Gherardesca agli inizi dell’800 trasformò il giardino all’inglese con viali, un laghetto artificiale e una piantagione di alberi d’alto fusto; l’architetto Giuseppe Cacialli progettò un tempietto ionico, con la volta decorata da Antonio Marini, e vi trovarono posto anche un kaffeehaus e un casino corinzio. Antonio Targioni Tozzetti ricorda che verso il 1844 arrivò da Napoli una pianta di mandarino. Nel 1857, il giardino ospitò la quarta Esposizione della Società Toscana di Orticoltura”.

Giardini di Firenze: Villa della GherardescaGiardini di Firenze: Villa della GherardescaGiardini di Firenze: Villa della Gherardesca

Ovunque, nel parco, sono collocate le opere scultoree dei Maestri Ugo Riva, Sergio Capellini, Giovanni Balderi e Dario Tironi. Nella maggior parte dei casi, l’opera d’arte è, nel contesto del giardino, una presenza discreta che si lascia scoprire dal visitatore.

Giardini di Firenze: Villa della Gherardesca

Talora, invece, l’opera cattura prepotentemente lo sguardo del passante, come avviene per le tre grandi maschere che, con il loro colore bianchissimo, spiccano sfacciatamente in mezzo al verde intenso del prato (si tratta dell’opera denominata “The Ancient Plastic Society”, realizzata dall’artista Dario Tironi in ferro, paraurti di automobile, giocattoli).

Giardini di Firenze: Villa della Gherardesca

In ogni caso, l’effetto scenografico è assicurato e l’antica bellezza del luogo rispettata.

Davanti alla limonaia neoclassica, si erge, maestoso, un plurisecolare e gigantesco cedro del Libano.

Giardini di Firenze: Villa della GherardescaGiardini di Firenze: Villa della Gherardesca

Non lontano dalla piscina, proietta la sua ombra un monumentale faggio pendulo.

Giardini di Firenze: Villa della Gherardesca

Dietro la cancellata monumentale del Poggi, tra due corpi di edifici, si apre una graziosa fontana con putto.

Giardini di Firenze: Villa della Gherardesca

Sono oltre centoquaranta gli enormi patriarchi verdi che popolano il giardino della Gherardesca (alberi di taxhus baccata, tuia, olea fragrans, ginkgo biloba, sequoia, tiglio) e che protraggono, con paziente saggezza, il dialogo tra la storia dell’uomo e la storia del pianeta che benevolmente lo ospita.

Giardini di Firenze: Villa della Gherardesca

Così, con il profumo delle siepi di bosso nelle narici, mi viene da pensare che il moderno Bellerofonte non debba affatto uccidere la Chimera ma semplicemente trovare con lei un punto di equilibrio. Perché, d’altra parte, chimera è sogno e i sogni vanno preservati.

Giardini di Firenze: Villa della Gherardesca

Giardini di Firenze: il “Giardino dei Semplici”

Giardini di Firenze: il “Giardino dei Semplici”

Chi vuol scoprire i giardini di Firenze non può non visitare il Giardino dei Semplici, situato nel centro storico della città.  Si tratta di uno dei più antichi orti botanici al mondo, istituito nel 1545 da Cosimo Medici e oggi facente parte del museo di storia Naturale dell’Università di Firenze. Come ricorda la guida distribuita all’ingresso, “questo non è un normale giardino, bensì e soprattutto un Museo Scientifico che custodisce preziose collezioni botaniche”.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

“Semplici” erano dette le piante officinali, che, all’epoca di Cosimo Medici, erano ad uso degli studenti della Facoltà di Medicina.

Ai lati dell’ingresso da via Micheli, sono poste le due grandi serre (calda – per piante tropicali e subtropicali – e fredda – per piante che possono acclimatarsi anche alle nostre latitudini).

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Nella stagione estiva, tuttavia, le serre vengono pressoché svuotate e le piante trasportate, in vasi, nelle aiuole.

Giardini di Firenze: il giardino dei Semplici

Restano nelle serre, comunque, alcuni esemplari davvero prodigiosi, come la Monstera Deliciosa, di  provenienza messicana, a grandi foglie, che arriva ad un’altezza di oltre una decina di metri.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Il visitatore è immediatamente posto a proprio agio da alcune panchine in ferro battuto coperte da un pergolato. Nel parco, qua e là, alcune panche in pietra protraggono una dolce sensazione di accoglienza e antiche vasche in marmo ricordano l’illustre passato.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Di fronte all’ingresso e alle serre, si apre un’estensione di oltre due ettari di parco, la cui struttura è segnata da immensi e rari alberi, così antichi che possono annoverarsi tra i monumenti di Firenze.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Il tronco della quercia da sughero, ad esempio, racconta, da solo, una storia di secoli.

Giardini di Firenze: il Giardino dei SempliciGiardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Al centro del parco, riposa tranquilla la fontana con vezzose ninfee.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

In un’aiuola è riprodotto il “giardino all’italiana”, con le sue geometrie di bossi che spandono nell’aria un profumo di antica e nobile dimora. Qui, d’estate, il prato ospita i vasi di agrumi che d’inverno sono collocati nella serra fredda.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

In altra aiuola è stato ricostruito il “giardino segreto”, con vecchie cultivar di piante da frutto, ortensie e rose antiche.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

I quadri vicini alla fontana centrale sono dedicati alle piante alimentari, alle insalate spontanee e agli ortaggi insoliti.

L’ombra dei giganti verdi regala frescura e un sottofondo musicale di fronde in movimento.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Vi è persino l’angolo dedicato all’Oriente, che comprende un giardino “secco”, formato da rocce (suiseki).

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Ovunque sono collocati vasi di argilla nei quali sono state messe a dimora giovani plantule, segno della vera destinazione a studio di questa prestigiosa struttura universitaria, dove la coltivazione ha ad oggetto, al contempo, le piante e la conoscenza scientifica.

Giardini di Firenze: il Giardino dei Semplici

Giardini di Firenze: Villa Bardini

Giardini di Firenze: Villa Bardini

Il “blog-trotter” di Curiosando in Giardino è stato in gita a Firenze, in un luglio gradevolmente – ed eccezionalmente – ventilato. Il centro della città, con i suoi monumenti di eclatante bellezza, era gremito di turisti. Stessa sorte toccava all’arcinoto giardino di Boboli. Ho deciso, allora, di scovare alcuni luoghi verdi molto speciali, perché sufficientemente “segreti” da preservare, anche nell’affollato mese di luglio, una rilassante quiete meditativa. Insomma, i giardini di Firenze più sorprendenti.

giardini di Firenze

Lungo il muraglione medievale di via dei Bardi, Oltrarno, grazie alla folta ed alta vegetazione che vi fa capolino, si percepisce la presenza di un hortus conclusus: in effetti, una porticina consente l’accesso al maestoso parco monumentale di villa Bardini che occupa gran parte della collina posta tra il fiume e la porta San Giorgio.

giardini di Firenze

Con lo stesso biglietto d’ingresso, il visitatore può spingersi oltre la Costa San Giorgio, fiancheggiare il forte di Belvedere ed entrare, da un ingresso inconsueto, nel giardino di Boboli.

Dopo un breve percorso tra le rose, ecco, maestosa, la scalinata barocca che porta in cima alla proprietà, attraversando un giardino a terrazzamenti nel quale fiori, erbacee perenni, fontane e mosaici si fondono armonicamente in una composizione indiscutibilmente raffinata.

giardini di Firenze

Alla prima rampa, sono adagiate le statue in muratura di Vertumno e Pomona, figure assai care a Curiosando in Giardino in quanto divinità tutelari di orti e giardini.

giardini di Firenze

Sulla sommità della scalinata, segnano il termine della lunga salita e l’arrivo al belvedere altre due statue con figure maschile e femminile.

giardini di Firenze

Da lassù, sullo sfondo, in tutta la sua magnificenza, appare Firenze, con la cupola del Brunelleschi, il campanile di Giotto e Palazzo Vecchio.

giardini di Firenze

Urne e canestri di frutta in pietra scandiscono il parapetto del belvedere con un clamoroso effetto scenografico.

Il terrazzamento panoramico è delimitato da una loggia settecentesca nella quale è rimasta, come in origine, la kaffehaus.

Sorseggiare qui una bevanda è un’esperienza indimenticabile.

giardini di Firenzegiardini di Firenze

La passeggiata prosegue tra alberi secolari, collezioni di fiori (azalee, ortensie, rose, viburni, camelie), di frutti antichi (tra cui le mele “Francesca”, “Annurca”, “Zucchina” e le pere “Bella di Giugno”, “Madernassa” e “Campana”) e sculture monumentali. Figure leonine, fontane, vasi medicei, vasche e tavoli in marmo allietano in modo discreto ma costante tutto il percorso.

Giardini di Firenze Firenze 15 lug giard villa Bardini (48) Giardini di Firenze

Attraverso il balconcino posto sulla grotta del belvedere, si accede al canale del Drago, che, tra il bosco e il prato, bordato da felci, ellebori e liriopi, regala un’incomparabile frescura e costeggia il gruppo scultoreo raffigurante Cerere e Bacco.

Firenze 15 lug giard villa Bardini (57)Firenze 15 lug giard villa Bardini (59)

Persino le bordure delle aiuole realizzate con foglie di terracotta contribuiscono all’incanto.

Firenze 15 lug giard villa Bardini (65) Firenze 15 lug (462)

La villa seicentesca ospita mostre di pittura e di scultura contemporanea nonché il museo dei caleidoscopici abiti di Roberto Capucci. Dalle terrazze della villa, la veduta di Firenze toglie il fiato.

Giardini di FirenzeAncora la magnifica vista sulla città fa da sfondo al viale coperto dal pergolato di glicine che conduce all’uscita su via Bardi.

Giardini di FirenzeSaluto la Villa con un arrivederci, serbando la piacevole sensazione che, nel suo scrigno, sette secoli di Storia siano stati conservati, almeno un pochino, anche per me.

Giardini di Firenze

Il parco di villa Doria, le sue ortensie, le sue magie.

Il parco di villa Doria, le sue ortensie, le sue magie.

Le ortensie di Villa Doria pennellano di luce una giornata di luglio alquanto grigia.

DSCN0519

Maria Iosé e Fabrizio, a sorpresa, mi invitano a Pinerolo, dove mi attende l’incanto ottocentesco del parco di villa Doria, detta “il Torrione”. E’ un tuffo inaspettato nell’Inghilterra di Jane Austen, forse anche per la leggera foschia che appena inumidisce l’aria.

DSCN0533

Un’eclatante varietà di antichi alberi dalla disposizione apparentemente casuale (ma in realtà sapientemente progettata) avvolge la maestosa architettura della dimora padronale, la dolce distesa del prato verdissimo e la liquida estensione verdeazzurra del laghetto.

Paola Gullino, agronoma paesaggista e nostra guida d’eccezione, ci conduce, paziente, colta ed affabile, in un percorso emozionante.

ortensie

DSCN0526

Imponenti tigli, ippocastani, magnolie, cipressi, frassini, tuie, Gingko biloba, Diospyros virginiana (kaki americani alti oltre venti metri), pioppi, carpini, cedri del Libano fanno da sfondo ora ad un leggiadro stormo di cigni, così altezzosi che sembrano concedersi graziosamente all’obbiettivo del fotografo, ora ad un placido gregge di pecore, intente a brucare l’erba, totalmente inconsapevoli della struggente Bellezza che le circonda.

ortensie, lago e cigni

Tutto il parco è curato con evidente dedizione e maestria. La perfezione delle potature, la pulizia del terreno, il vigore di ogni pianta lasciano trapelare l’amore con cui è quotidianamente profuso lo sforzo di preservare dagli sfregi del tempo la sacralità del luogo.

ortensie

La passeggiata è scandita da una prorompente sequela di ortensie che, con i loro fiori sontuosi, conferiscono al contesto romantico un tocco di effervescente gaiezza. Qui si possono ammirare le ortensie americane, tra cui la rusticissima Hydrangea harborescens e l’Hydrangea quercifolia; le ortensie di montagna, tra cui l’hydrangea paniculata; le ortensie a fiore globoso, tra cui l’hydrangea macrophylla, con i suoi ibridi coloratissimi in tutte le sfumature che vanno dal blu al rosso; le ortensie a fiore piatto, come l’hydrangea serrata, originaria del Giappone; le ortensie vellutate, quali l’hydrangea aspera, l’hydrangea villosa, l’hydrangea sargentiana e l’hydrangea involucrata, originarie dell’Asia e caratterizzate da steli, foglie e infiorescenze molto pelose.

ortensieortensieortensie

L’ortensia, a dispetto della sembianza delicata delle infiorescenze, è una pianta robusta, dalla coltivazione mediamente facile (richiede un terreno acido e umido e una posizione ombreggiata). Questa dualità si riflette nel nome: Ortensia, infatti, era la gentile principessa di cui si invaghì perdutamente il francese “cacciatore di piante” Philibert de Commerson, che nel 1771 così battezzò alcuni esemplari da lui introdotti in Europa dalla Cina e dal Giappone, in onore della donna che mai avrebbe potuto essere sua, perché moglie di un amico. Hydrangea – il nome botanico – richiama invece la terrificante figura mitologica di Hydra, serpente a tre teste, nella cui uccisione consistette una delle dodici fatiche di Ercole.

ortensie

La Storia annovera varie donne con il nome di Ortensia.

Nell’antica Roma, Ortensia fu probabilmente la prima donna avvocato, famosa per la sua retorica grazie all’orazione da lei pronunciata davanti ai triumviri nel 42 a.C. contro l’imposizione fiscale alle donne. Ortensia Bonaparte, nata de Beauharnais, figliastra di Napoleone I, fu regina d’Olanda. Ortensia di Piossasco, moglie del conte Carlo Rivara, Governatore di Pinerolo, personalmente sventò, nel 1592, un assalto ai bastioni della città da parte delle truppe francesi, dando subito l’allarme ed accendendo, secondo la tradizione, ella stessa i cannoni: un vero “fiore d’acciaio”!

ortensie

Ma – ancor più della distesa di ortensie – vi è un angolo particolarmente evocativo nel parco di Villa Doria: accanto al laghetto, avvolte nella penombra del bosco, le radici degli alberi di Taxodium spuntano dal terreno, assumendo, ognuna, la foggia di un piccolo elfo che scruta curioso il luogo, in cerca dell’immanente Bellezza: e questo buffo, misterioso e magico esercito lascia la netta percezione che qui, davvero, esista un Genius loci.

DSCN0560 Radici di taxodium

ortensie

L’arancio selvatico detto anche melangolo o merangola

L’arancio selvatico detto anche melangolo o merangola

Nell’alba triste s’affacciano dai loro
 sportelli tagliati negli usci i molli soriani 
e un cane lionato s’allunga nell’umido orto
 tra i frutti caduti all’ombra del melangolo (Eugenio Montale, Elegia di Pico Farnese).

Arancio amaro o melangolo o merangola

La pianta della merangola (o citrus aurantium o arancio amaro o melangolo) è un arbusto o piccolo albero, molto ramificato, con chioma rotondeggiante. Le foglie, di colore verde chiaro, hanno la forma ellittica e si divaricano, in prossimità dell’intersezione con il picciolo, in due ali opposte rispetto alla nervatura centrale. I fiori, bianchi, sono molto profumati. I frutti, di colore giallo-arancio vivo, rotondeggianti, hanno la buccia rugosa. Il succo è molto acre e leggermente amarognolo.

Arancio amaro o melangolo o merangola

Fioritura: da aprile a settembre.

Habitat: è specie sempreverde che cresce, anche selvatica, in terreni soleggiati e zone con clima mite in inverno.

Parti da utilizzare: il succo dei frutti, la buccia.

Proprietà: digestive, aromatiche, antispasmodiche, dimagranti.

Uso popolare: il succo è molto apprezzato per aromatizzare bruschette e altre specialità gastronomiche. Con le bucce si preparano marmellate e liquori. Il frutto è coadiuvante nel dimagrimento.

Note: nella zona di Terni molte famiglie coltivavano la merangola nell’orto solo ed esclusivamente per condire i fagioli. I fiori sono utilizzati nel tè, mentre l’olio essenziale ricavato dai fiori viene utilizzato nella preparazione di profumi, liquori e acqua ai fiori d’arancio, utilizzato come aroma per dolci. Nell’aromaterapia, l’olio essenziale viene inoltre applicato sulla pelle oppure inalato per i suoi effetti stimolanti. Sempre l’olio essenziale ottenuto dalla buccia secca viene impiegato come aromatizzante e nei liquori quali il Grand Marnier.

Arancio amaro o melangolo o merangola 

Bruschetta al succo di merangola

Abbrustolite alla brace una fetta di pane casareccio, mettetelo in un piatto, salatelo, aggiungendo poi alcune gocce di succo di merangola e abbondante olio extra vergine di oliva nuovo di frantoio. Volendo, il pane così condito si può rimettere sulla brace in modo da far diventare la bruschetta più croccante. In passato la bruschetta alla merangola veniva offerta nei frantoi oleari ai vari clienti che non la gradivano aromatizzata con l’aglio. Infatti questa pianta, sempre più rara, la troviamo più frequentemente in prossimità dei frantoi oleari della Valnerina ternana.

Arancio amaro o melangolo o merangola

Liquore di Merangola

Mettete in un capiente vaso a chiusura ermetica la buccia di otto merangole avendo cura di togliere la parte bianca e di tagliarle a piccole fettine, assieme a cinque foglie, pulite e lavate. Aggiungete un litro di alcol puro a 95 gradi e 1.200 cl. di acqua. Lasciate macerare per dodici giorni.

Preparare uno sciroppo facendo sciogliere in poca acqua 800 gr. di zucchero aggiungendo 400 gr. di miele d’acacia precedentemente intiepidito in acqua calda.

Quando lo sciroppo è pronto, aggiungetelo al vaso che contiene le merangole e lasciate macerare per altri dodici-quindici giorni. Poi filtrate e chiudete il vaso ermeticamente.

Consumate solo dopo due o tre mesi.

E’ un liquore aromatico e digestivo.

La quantità di zucchero si può aumentare o diminuire, a seconda che il liquore piaccia più o meno dolce.

Arancio amaro o melangolo o merangola

Curiosando in Giardino, Torino-Barcelona

Curiosando in Giardino, Torino-Barcelona

Curiosando in Giardino è ancora stato ospite di Design Gang nella sfavillante notte bianca di borgata Vanchiglia, sotto la Mole Antonelliana.

Curiosando in Giardino sotto la Mole

L’atmosfera era quella festosa e rumorosa delle più vivaci capitali europee.

Musiche, luci e tanta gente per le strade, nei cortili delle vecchie case, nei locali aperti fino a notte fonda.

Curiosando in Giardino sotto la Mole

Design Gang ha riservato un angolino delizioso del cortile di via Buniva agli attrezzi da giardino di Curiosando.

Curiosando in Giardino sotto la Mole

Ma c’erano anche i mobili, pezzi unici, realizzati con inserti di tronchi naturali.

Curiosando in Giardino sotto la Mole

Tra i vari concept proposti, ogni avventore poteva indicare quello preferito inserendo, nell’apposito box, una moneta in cambio di una birra fresca, davvero ristoratrice nel caldo estivo cittadino.

Curiosando in Giardino sotto la Mole

Attraverso questa speciale atmosfera, anche Barcelona sembrava più vicina: là, nel Paseo de Gracia, dove Curiosando in Giardino è da poco sbarcato!

Vincon

Strigoli

Strigoli

Vellutata di Strigoli

Rosolate mezza cipolla bianca tritata con circa 60 grammi di burro. Unite gli strigoli lessati (mezzo chilo) e fate cuocere per qualche minuto. Unite 50 grammi di farina bianca e amalgamate bene tenendo il recipiente sul fuoco. Aggiungete piano piano il brodo vegetale (circa un litro) e continuate a mescolare. Fate quindi cuocere per 20 minuti circa. Quindi passate il tutto con il mixer ad immersione. Unite sale e una noce di burro crudo (circa 40 grammi) mescolando bene. Unite poi uno o due tuorli d’uovo diluiti con panna da cucina (q.b.). Non fate ribollire di nuovo, altrimenti si formeranno grumi. Servite con crostini di pane passati al forno.

Strigoli

Frittelle con gli Strigoli

In una padella, dopo avere fatto rosolare uno spicchio di aglio in olio extravergine di oliva, cuocete due manciate di strigoli freschi e ben puliti. Nel frattempo, in una ciotola preparate una pastella con farina 00, acqua gassata molto fredda e un pizzico di sale, aggiungendo alla fine del formaggio grattugiato (meglio se di pecora o di capra) e gli strigoli. In una padella antiaderente dove è stato riscaldato un po’ d’olio extravergine di oliva, versate qualche cucchiaio dell’impasto e fate cuocere.

Le frittelle così preparate sono ottime come antipasto.

Strigoli

Gli Strigoli o silene vulgaris sono una pianta erbacea perenne, con fusto eretto alto 50-80 cm. Le foglie, opposte a due a due, sono di forma oblunga, appuntite all’apice, lisce e di colore verde-azzurrognolo. I fiori, di colore bianco o leggermente rosei, hanno il calice rigonfio che a maturazione si apre in sei valve.

Fioritura: marzo-agosto.

Habitat: terreni pietrosi e campi incolti.

Parti da utilizzare: i giovani germogli.

Proprietà: antinfiammatorie e antireumatiche.

Uso popolare: pianta molto ricercata per preparare verdure cotte, frittate, risotti, zuppe e molte altre specialità gastronomiche.

Note: gli Strigoli sono legati ai ricordi infantili di molte persone, specialmente quelle vissute in campagna. Si chiude con le dita l’apertura del calice vescicoloso che, quindi, si schiaccia sul dorso della mano o sulla fronte, producendo un sonoro scoppio, da cui i nomi volgari di Schioppettini e Schioppetti. Il genere Silene comprende numerose specie erbacee spesso coltivate nei giardini come ornamento; alcune di queste non mancano mai nei giardini rocciosi.

Strigoli

Piante alimurgiche

Alimurgiche: piante selvatiche commestibili – edible wild greens – usate in epoca di carestia o di scarsa disponibilità alimentare.

Catalogna, radicchio, indivia, girasoli, topinambur, asparagi selvatici, ortica, pilosella, cicoria o tarassaco, borragine, rucola selvatica ... Chi le conosce, si aggira nei prati con sacchetti e taglierino, per raccogliere e poi cucinare queste piante spontanee a cui un tempo si ricorreva per integrare l’alimentazione quando l’orto, il campo, il mercato o il portafogli non garantivano cibo a sufficienza.

Cappero

Si tratta, in genere, di piante molto ricche di fibre, con un buon contributo in zuccheri a lenta assimilazione, in grado quindi di tenere sotto controllo la glicemia, il colesterolo e i trigliceridi ematici, ma soprattutto incredibilmente ricche di sostanze antiossidanti. E’ utile saper riconoscere le specie commestibili e distinguerle da quelle tossiche, informarsi su dove e quando cercarle e come utilizzarle nella preparazione di antiche specialità gastronomiche.  

Quale maestro di cucina natio delle Terre d’Umbria, spero che i suggerimenti, le indicazioni e i consigli di questa rubrica – Ricette con le Erbette – possano rappresentare uno stimolo per introdurre i meno esperti nel fantastico mondo delle piante e delle erbe spontanee, in modo da conservare quel grande patrimonio storico culturale legato alle tradizioni popolari e, nel contempo, in modo da trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza che lo straordinario ambiente naturale dell’Umbria e del nostro Paese è la più importante risorsa di cui disponiamo. La collaborazione con Curiosando in Giardino è sorta proprio sulla scia di questo amore per l’ambiente e per il verde (e peraltro alcune piante alimurgiche possono essere coltivate in giardino).  

Cominciamo con una ricetta facile facile.

Capperi Salati Sott’Aceto

Raccogliete alcuni boccioli florali di cappero, disponendoli in un piatto e ricoprendoli di sale grosso. Lasciateli quindi macerare per un paio di giorni, quindi poneteli in un vaso dopo avere accuratamente tolto il sale. Nel frattempo avrete fatto bollire a parte, per circa cinque minuti, del buon aceto di vino assieme a qualche foglia di alloro, chiodi di garofano e – se piace – aglio. Quando l’aceto è tiepido, aggiungetelo ai capperi sino a coprirli completamente. La chiusura del vasetto va effettuata solo quando l’aceto è completamente raffreddato. Prima di consumare i capperi, è bene sciacquarli in acqua corrente in modo da smorzare il sapore dell’aceto.  

Cappero

Il Cappero o capparis spinosa è una pianta perenne, con foglie alterne, sub-rotonde od ovali, di consistenza carnosa e di colore verde-azzurrognolo. I fiori sono inseriti all’ascella delle foglie superiori ed hanno quattro grandi petali bianchi con numerosi stami di colore violaceo: il frutto è una bacca ovala o piriforme. Fioritura: maggio-giugno. Habitat: su vecchi muri e in luoghi pietrosi. Parti da utilizzare: i bottoni florali, il frutto. Proprietà: digestive e diuretiche. Uso popolare: i bottoni florali (capperi) sono impiegati per aromatizzare tante preparazioni. I frutti, non maturi, cotti e conservati sott’aceto vengono serviti negli aperitivi. Note: i boccioli, per essere usati, vanno raccolti prima della loro fioritura.

Il cappero si può coltivare in vaso (terriccio universale 33%, terra di campo e sabbia 33% materiale drenante 33%) o in terra piena. Richiede annaffiature abbondanti e lente, a più riprese, e concimazione con pochi (10-15) pellets o granuli di concime (N, K, P) solido o con pochi cl di soluzione liquida appositamente preparata. Posizione: sole o mezzo sole. Potare il cappero in inverno appena perde tutte le foglie, accorciando i rametti (4-5 cm) fin quasi alla base del fusto. Teme la siccità, i ristagni d’acqua e il gelo.  

Bonsai: Piccoli Microcosmici Arborei

Bonsai: Piccoli Microcosmici Arborei

Bonsai. E’ un piccolo mondo di fate, di gnomi, di personaggi in miniatura, di micro muschi, di micro erbette, di sassolini, di nuvolette e di piccoli scorci di natura incontaminata. Il tutto dentro un piccolo vaso, naturalmente elegante e raffinato, delicato, con spigoli o con arrotondature, che trattiene un pugno di terra o solamente un velo di soffice muschio.

BonsaiEd eccolo lì, il piccolo gnomo arruffato e lentigginoso che esce dall’acero rosso. lo vedo con il suo cesto di legna, all’opera nel suo micro giardino, mentre prepara una fascina. Lo gnomo non si accorge, sono troppo grande, io lo osservo come si fa per una meravigliosa coccinella, che ci si avvicina piano piano e si guarda con meraviglia il dettaglio dei puntini sul dorso. Lo gnomo guarda in su, verso le fronde del suo albero-abitazione. Qui ci trova un pensiero, un errore, un rimedio da riporre. Entra nella sua dimora e se ne esce con una piccola sega e si arrampica sulla chioma: cade per terra un minuscolo tralcio, una gemma, una fogliolina, ed ecco che l’acero assume la forma perfetta. la sua simbiosi con lo gnomo si vede subito: ordine, rigore, perfezione e tanta disponibilità per tenere tutto pulito.

Vado un po’ più in là e…

Bonsai

…Qui invece vedo uno scorbutico e rugoso personaggio, sempre piccolissimo ma tarchiato, abita le radici di questo magnifico esemplare di corteccioso ulivo nostrano. Lui si sta addormentando, nella luce delle sei, nell’ultimo tepore della giornata. Lo vedo adagiato ad una vigorosa radice che si ripiega nella poca terra. Lui ha la faccia serena, anche se il volto è una ragnatela di fatica, di rughe che forse ha visto anche un brutto tempo. Certo, per tenere a bada il suo solido ulivo ci vuole tutta l’energia disponibile e quindi ha lavorato tutta la giornata per domare il suo mondo. Ora lui aspetta di essere ripagato con la succulenta bacca, con l’oleoso contenuto. Adesso dorme. Lo lascio in pace e vado oltre.

Bonsai

Qui nel boschetto folto di aceri ci abita un’intera famiglia di fatine svolazzanti. Le ali scartocciano suoni di fogli, un frigolio scricchiolante di rapidità. Papà, mamma e i tre piccolini si muovono veloci su e giù per i rametti, sempre nell’ombra, sempre impalpabili, leggeri aloni di vita.  Quando ripartono si intravvede una sbuffo di foglia, niente più. Non si sente quasi nulla, solo il crepitare delle alucce. I bambini si rincorrono, con sibili e microscopici suoni che rallegrano i rami. Quando si poggiano si avverte una leggera scossa nella chioma, e il boschetto si chiude per un istinto di protezione. Sotto è buio, il papà sta districando del muschio, ne muove i fili con uno stelo, come se stesse cercando qualcosa. Le sue ali sulla schiena lo tengono a viso in giù, cammina ma non tocca, si muove a scatti nel muschio, sposta una sassolino, sembra che sussurri al prato, poi guizza in su, verso le fronde del boschetto. Ha preso qualcosa? Ha solo sibilato la sua serenità al suolo? Forse. Ora è sparito, tutto tace, il boschetto si richiude, nulla si muove.

Bonsai

Io invece mi muovo con gli occhi nella contorsione delle radici di questo pino che sfida la gravità. Venti e siccità hanno lavorato per disarcionare questo albero, ma il suo energetico gnomo tiene duro, armato di tutti gli strumenti metallici necessari, lo gnomo difende con ogni mezzo la sua dimora, il suo pezzo di vita, il suo microcosmo. Seguo con gli occhi l’intrico radicoso della base e lui è lì, sprofondato nelle vene legnose che si incastrano nel terreno. Ha un martello in mano, un chiodo,  un legaccio vegetale, una corda attorno alla spalla. Lo gnomo è sempre in movimento, cerca di fissare la radice, cerca di bloccare la gravità, cerca di sfidare il vento, lui che ha costruito la sua dimora dove la natura gli ha ancora lasciato un angolo, ma un angolo che richiede cure costanti, attenzioni materne, sfide paterne. Eppure lo gnomo non si scoraggia, anzi incita il suo amico radicato a stare con lui, a offrirgli la sua corteccia per ricavarsi il nettare, a offrirgli i suoi aghi per prepararsi gli intrugli mistici. E lo gnomo lo ripaga con le cure delle radici, del tronco, della forma per sfidare una natura difficile. Ma non si avverte criticità e disagio, ma solo una grande amicizia che lega indissolubile la vita al suolo. 

Bonsai

Sfilo via via sugli altri vasi, dopo aver visto microcosmi, microscopiche vite, connubi, simbiosi, unioni, simpatie, gocce di sudore e di rugiada, sorrisi e brezze. in ogni alberello un piccolo mondo, in ogni radice una goccia di vita, in ogni zolla un nutrimento.

Lascio ai microscopici abitanti la loro serata, la loro notte che inizia a stellarsi dietro quel denso nuvolone. Il cielo si scolora del tramonto e si riveste di scuro riposo (viaggio fantasioso sognificante grazie alla fiera Bonsai di Torino di Aprile 2014).

Bonsai

Che spavento, il bonsai di robinia (prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi)

Che spavento, il bonsai di robinia (prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi)

A Marzo tutte le pianticelle del mio parco bonsai, che avevano perso le foglie nell’autunno precedente, cominciarono a ingrossare le gemme latenti della nuova vegetazione.

Chi più rapidamente chi meno rapidamente resero sempre più visibili le future foglie. Proprio tutte le pianticelle? Sì, almeno così mi sembrava. Invece, prestando maggior attenzione, mi accorsi che la “celebre” robinia non dava segni di risveglio. Ad un certo punto, visto che tutte le altre piante erano decisamente entrate nelle primavera, avevo un termine di paragone per constatare che la robinia era, almeno apparentemente, morta. Il fatto diventava ogni giorno sempre più preoccupante, perché, ad una attenta osservazione, i rametti della robinia erano secchi e striminziti. Ciononostante, forte della mia convinzione che prima di dichiarare morta una pianta occorre aspettare sei mesi, ho continuato ad accudirla.

Infatti, dopo un altro mesetto, sono cominciate a comparire microscopiche gemme che col passare del tempo si sono rinforzate  e si sono allargate.

Adesso, a maggio, la pianticella si presenta in buone condizioni ed è apparentemente normale ed ho tirato un respiro di sollievo per lo scampato pericolo. Però mi sono permesso di fare alcune considerazioni sui vegetali con cui sembra molto difficile entrare in comunicazione.

Riferendomi alla mia robinia che ormai ha 5 anni, ho constatato che la pianta, ora, è ricca di fogliame ed è circondata da una letteratura che ne ha descritto le caratteristiche in modo di cui comincio a dubitare.

Negli anni passati mi aveva generato problemi che mi avevano convinto che la pianta non era così disinvolta nell’affrontare situazioni anche solo un poco fuori dal normale.

Robinia bonsai

Infatti, anche in questo frangente, questa pianta di cui si legge che è robusta e di poche pretese si è rivelata invece delicata e capricciosa; o è solo la mia a comportarsi così?

Ad ogni buon conto, nel mio “parco” è la pianta che mi ha sempre dato più preoccupazioni. Non sopporta l’asciutto, non tollera il terreno troppo umido e adesso fa anche la schizzinosa a risvegliarsi!

Prendiamola così come è e vediamo di convivere in pace. Anche perché nell’autunno scorso, in campagna, mi sono imbattuto in un alberello di robinia nato nell’anno e che era stato malamente calpestato  e si trovava in pessime condizioni. Comunque lo spirito caritatevole si è chinato verso questo sfortunato vegetale, lo ha raccolto e lo ha trapiantato in un vaso, che è stato lasciato in campagna. La situazione “medica” secondo me era di “prognosi riservata” , per cui non mi sono fatto soverchie illusioni per il futuro.

In questa primavera alla mia prima visita in campagna ti trovo l’alberello, che era stato quasi morente, in splendide condizioni con un bel fogliame sia pure su una struttura del tronco irregolare e che aveva palesemente  sofferto. A questo punto però mi sono chiesto: chi crede di essere questa mia robinia casalinga che mi genera tutti questi grattacapi a fronte di un rustico alberello malamente curato che si è passato tutto l’inverno alle intemperie senza fiatare e che è germogliato senza problemi?

Misteri della natura; evidentemente  anche le piante hanno un carattere.

Robinia bonsai

Villa della Regina

Villa della Regina

La villa della Regina è una raffinata sorpresa nel cuore di Torino, seminascosta nel verde del suo parco e delle sue vigne. A due minuti dal lungo Po, la Mole sembra una miniatura e la città un plastico.

Villa della Regina

Tra le vestigia sabaude, il 14 maggio 2014 e la domenica successiva, i visitatori sono accolti da un gruppo di ragazzini di terza media della “Italo Calvino” che, come esperte guide turistiche, si cimentano nella descrizione dei vari ambienti della villa e si districano in modo naturale e professionale al tempo stesso tra panoplie, sovrapporta e chinoserie.

Villa della Regina

La vera sorpresa, però, è sapere che le vigne annesse al monumentale edificio, adagiate, sornione, sul crinale meridionale della collina, dopo tre secoli, continuano a essere curate da mani esperte per produrre un delizioso Freisa.

Villa della Regina

Allora: cin cin Torino!

Villa della ReginaVilla della Regina

Il bosco dei rododendri

Non tutti sanno che un inusitato bosco di rododendri schiude in primavera le sue corolle di colori sulle pendici della collina torinese.

Rododendri

Nel mese di maggio, basta avventurarsi nel Parco della Rimembranza, sotto il colle della Maddalena, per scoprire la Valle dei Rododendri: un universo fiorito all’ombra umida dei grandi aceri, dei faggi e dei tigli, cullato dall’incessante cinguettio di mille cincie, passeri, cardellini, usignoli, pettirossi.

Rododendro DSCN0408

Rododendro o albero delle rose: come le rose, i rododendri possono essere davvero spettacolari per dimensioni e fioritura.

Rododendri

Rododendri bianchi, fuchsia, scarlatti, gialli. Tanto rustica la pianta quanto fragile il fiore, ispiratore di un grande Poeta.

RododendriRododendro

Andavo per il bosco

Così per mio conto,

non cercar nulla

era il mio intento.

Quando vidi nell’ombra

Un piccolo fiore,

lucente come stella,

bello come gli occhi.

Volevo coglierlo,

e lui con grazia,

disse: per appassire

devo essere colto?

Lo divelsi con tutte

le tenere radici;

lo portai nel giardino

della bella casetta.

Lo trapiantai di nuovo

in un posto tranquillo:

ora fa sempre foglie

e continua a fiorire.

(Il Rododendro – Johann Wolfgang Goethe)

Rododendro

Tutta questa poesia si può trovare a pochi minuti dal centro di Torino, lungo un percorso ideale per chi pratica il jogging o anche soltanto per chi vuole ritrovare – sneakers ai piedi – la quiete giusta per dedicarsi a qualche momento di meditazione al riparo dal caos cittadino.

Rododendri 

La dolce ripresa della Stevia

E’morta. E chi la conosceva. Una piantina comprata dal fioraio, senza etichette, solo il nome ‘Stevia’, nessun segno particolare. Comprata perché ondate new age la santificano come il dolcificante naturale che deve contrastare le lobby dello zucchero.

Stevia rebaudiana

Allora eccola qui, in estate, tutta verde, lancia rami e foglie, boh, si fermeranno, farà un cespuglio, un arbusto, si clona, si mangia, sì, almeno quello lo sappiamo e l’abbiamo offerta agli amici con le fogliette dolci. Poi l’autunno coi fiorellini bianchi, tantissimi, in cima ai rami nuovi, qualche ape viene a visitarla. Ecco l’inverno che magari non esiste là dove vive. Rinsecca, passano i giorni, io indaffarato in altri problemi, lei sul terrazzo a perdere vigore, fiori, foglie, tutto marroncino. Cade la prima neve, rimangono gli stecchi come frasche sul ciglio della strada. Ora tutto tace nel freddo e buio. Arriva l’anno nuovo, che fare? il vasetto è nero di terra, nemmeno i muschi l’hanno coperto, tiro via i rami secchi, si sfilano senza nemmeno un’esitazione vitale, senza una speranza radicata. Solo terra. Niente altro. Tutto morto. Ma era una perenne o una annuale? boh, forse bisogna leggere prima di comprare, però qualcosa ho letto, semi-perenne, ma quindi la mia è ‘semi’ o ‘perenne’, chissà, però è solo un vasetto, certo trascurato, lì, al fondo della scaletta. Ma ora posso prendere la terra, era terriccio buono, o devo aspettare. Tanto, uno nella giornata è indaffarato in altre cose, e il sole tarda a scaldare. Nelle bancarelle si iniziano a vendere le prime primule mentre i ciclamini sono ormai in offerta. Allora che fare? Si smonta tutto? Ma sì, teniamo ancora un po’ sto vasetto, tanto ho altra terriccio. Ogni tanto sbircio nella terra, rinasce di tutto, infestanti rapidissime, foglioline conosciute, minuscoli segni di altre forme di vita e anche visitatori inopportuni dei vasetti curati.

Poi un giorno…aspetta un po’…guardiamo meglio…ma ste due minuscole foglioline…mai viste fatte così…un po’ carnose e tonde… una lieve bordatura di rosso…proprio al centro del vasetto…sai fosse di lato allora…ma qui è il centro centrissimo… no no no…mai viste prima…aspetta…aspetta, eh sì, eppure…veramente al centro…domani ripasso…sono sempre lì…un po’ dure…non certo le solite infestanti…

Stevia 

Passano i giorni, certo, la riconosco, ora sì, ho fatto bene, è proprio la dolce Stevia, si è ripresa il suo vasetto, evviva. Ecco le foglie che si ingrossano, di quel verde di vita, di quella linfa dolcissima. Allora bisogna volerle bene subito, eccoti l’acqua, la vuoi zuccherata? Ah no, non creiamo conflitti d’interessi. Eccoti i tuoi nutrimenti, eccoti la luce, cosa preferisci il sole? La mezz’ombra? vuoi una coperta di sera? ti canto la ninna-nanna? Fa ancora freddo la notte, ti trovi bene? Vuoi un angolo diverso, vuoi degli amici vicini? Ti piace il verde?  Preferisci dei fiori? Vuoi delle api questo autunno? Dimmi dimmi…

Stevia

Ed ecco passato un altro mese. Le tue foglie sono ormai carnose e verdissime. Dalla base partono rami, diventerai un cespuglietto: allora ti preparo un vaso più decoroso, ti metto il terriccio come piace a te, ti rendo l’angolo dolce del terrazzo, ti ricavo uno spazio più degno. Speriamo di passare tanto tempo insieme…

Orto urbano

Orto urbano

L’orto urbano risponde a diverse esigenze dell’uomo contemporaneo: regala momenti di rilassamento durante la coltivazione, favorisce un’alimentazione sana, evita le code al supermercato e consente anche un certo risparmio di denaro.

Orto urbano

Prima di mettersi all’opera, occorre pensare alla posizione del futuro orto e al tipo di recipienti che saranno utilizzati.

Possiamo creare un orto urbano praticamente in qualsiasi posto: un piccolo giardino, un patio, una terrazza, un balcone. L’importante è disporre di un luogo con  luce diretta. Quasi tutte le piante da orto saranno tanto più rigogliose quanto più saranno in posizione luminosa. Nel mio piccolo giardino di città ho poche ore di sole (quelle mattutine) e molta ombra, anche a causa degli alberi ad alto fusto che lo popolano e per questo motivo rinnovo le piante da orto ogni due anni o anche di stagione in stagione.

Orto urbano

Ogni contenitore è potenzialmente adatto a realizzare un orto urbano.

Oltre ai tavoli da coltivazione, alle classiche fioriere e ai vasi di ogni tipo e stile, modernissimi o elegantemente vintage, si possono usare i manufatti di recupero più vari.

Orto urbano Schermata 2014-04-28 alle 18.19.05 Schermata 2014-04-28 alle 22.47.17

Cestini in legno, cassette della frutta, bottiglie, sacchetti di tela o di plastica, scatole di latta e persino vecchie vasche da bagno, cassetti di antichi comò, canoe dismesse possono ospitare ordinati filari di ortaggi e di piante da frutto: tutto dipende dallo spazio disponibile e dalla fantasia dell’ortolano urbano.

Orto urbanoOrto urbanoOrto urbano

 

Nel concepire un orto, è importante un corretto abbinamento delle piante affinché le diverse varietà che condividono lo spazio non si pongano tra loro in competizione a caccia di luce e di sostanze nutritive. L’ideale è combinare delle radici – come ravanello, cipolla o carota – con piante da foglia – come lattuga o bietola. Dietro le stesse, si potranno collocare poi coltivazioni verticali, come pomodoro, fragola o mais.

Orto urbanoOrto urbano

Nell’orto urbano consiglio di collocare anche alcuni fiori.

La calendula, per esempio, produce fiori commestibili e, cosa assai interessante, attrae gli eventuali parassiti dell’orto, permettendo alle altre piante di crescere tranquille senza l’ausilio di antiparassitari, molto spesso tossici per il consumo alimentare umano.

Il nasturzio, detto anche capucine, produce dei bellissimi fiori, ottimi nell’insalata e forieri di vitalità e ottimismo.

Forse, però, dimenticavo l’ingrediente più importante per ottenere, nell’orto urbano come in ogni attività della vita, i risultati migliori: l’amore.

E come l’amo il mio cantuccio d’orto,
 

col suo radicchio che convien ch’io tagli 
via via; che appena morto, ecco è risorto:

o primavera! con quel verde d’agli,
 coi papaveri rossi, la cui testa
 suona coi chicchi, simile a sonagli;

con le cipolle di cui fo la resta
 per San Giovanni;

con lo spigo buono,
 che sa di bianco e rende odor di festa;

coi riccioluti càvoli, che sono 
neri, ma buoni;

e quelle mie viole 
gialle, ch’hanno un odore… come il suono

dei vespri, dopo mezzogiorno, al sole 
nuovo d’aprile;

ed alto, co’ suoi capi
 rotondi, d’oro, il grande girasole

ch’è sempre pieno del ronzìo dell’api!

(da “L’ oliveta e l’ orto” di Giovanni Pascoli)

Orto urbano

I tulipani di Messer Tulipano

E’ meraviglioso fuggire dalla città per qualche ora un venerdì mattina di aprile, quando tutto il resto del mondo è al lavoro o a scuola, e arrivare a Pralormo, nell’antico parco del castello medievale, dove, come ogni anno, si svolge “Messer Tulipano”, l’evento più colorato della primavera piemontese: una fioritura di decine di migliaia di tulipani e di narcisi, suddivisi per sfumature cromatiche in enormi, caleidoscopiche macchie che fluiscono sensuali, con le loro morbide curve, tra querce, cedri, tigli e aceri secolari, nell’immenso prato, come un inesauribile fiume di gaiezza, senza sorgente e senza foce.

I tulipani di messer tulipanoI tulipani di messer tulipanoI tulipani di messer tulipano

“Lustrati gli occhi anche per me”, mi scrive un’amica. E’ vero: lo sguardo resta abbacinato di fronte a una simile esplosione di fioritura, che si svela d’improvviso al visitatore poco oltre il muro di cinta della proprietà. E’ una sorprendente tavolozza di colori, alla cui intensità gli occhi non sono preparati, soprattutto se si proviene dal breve camminamento immerso nel verde cupo e ombroso del bosco selvatico che circonda la recinzione.

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

Alla vista di questo prodigio della Natura, non stupisce che da quattrocentoventi anni gli Europei non abbiano mai smesso di amare i tulipani (il primo tulipano in Europa fu piantato nei giardini botanici di Leiden nell’autunno del 1593 e fiorì, esattamente 420 anni fa, nella primavera del 1594: si veda l’articolo pubblicato nel settembre 2013 su questo blog “Buon compleanno, signor Tulipano”).

I tulipani di messer tulipano

Il percorso prosegue nell’orangerie del castello, dove è allestita una mostra di giardini in miniatura, vero e proprio esercizio di fantasia artistica coniugata all’amore per il verde.

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

 

I tulipani di messer tulipano

I tulipani di messer tulipano

L’interno dell’edificio ospita una pregevole esposizione di “giardini da tavola”, tanto in voga nel Settecento. Si tratta di composizioni di piccoli contenitori e statuine, normalmente in vetro o in ceramica, destinati a decorare un desco particolarmente raffinato.

I tulipani di messer tulipano

Tornato nel parco, incontro un’oca che passeggia indisturbata, inconsapevole della bellezza circostante e della propria stessa bellezza e forse per tale ragione così serenamente indifferente alla fugacità di questo momento, che io cerco, quasi con cupidigia, di immortalare nella mente e nelle fotografie.

I tulipani di messer tulipano

Perché “fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale” (Henri Cartier-Bresson).

I tulipani di messer tulipano

Piante grasse – Una gita in Liguria.

Mostruosità o meraviglia: un mondo spinoso tutto da scoprire. Le piante succulente (cosiddette “piante grasse”) sono veramente incredibili e seducenti sotto vari aspetti: possono vivere in condizioni estreme, talora producono fiori coloratissimi, spesso presentano sul fusto spine, uncini o aculei talmente fitti o lunghi da nascondere il colore dello stesso fusto, hanno forme regolari (rotonde, cilindriche, ovali) o stravaganti (a onde, a fasci, a goccia), comunque sempre coreografiche.

piante grasse

Alcune sono profumatissime per attirare gli insetti impollinatori, altre emanano odori sgradevoli per difendersi dagli attacchi esterni. Addirittura, a scopo di difesa, alcune piante succulente sono assolutamente mimetiche rispetto al mondo minerale, avendo la forma e il colore delle … pietre!

piante grasse

L’assenza di foglie nelle piante grasse o la presenza di foglie “succulente” (cladodi) risponde all’esigenza di adattamento ad ambienti aridi. Il fusto è verde perché svolge autonomamente (cioè a prescindere dalle foglie) il compito della fotosintesi clorofilliana. Ogni parte delle piante grasse è in grado di svolgere attività di fotosintesi.

piante grasse

Le piante grasse costituiscono un genere molto adatto al collezionismo ma, a differenza dei francobolli o dei profumi, si tratta di creature vive che sanno crescere, modificarsi, riprodursi.

piante grasse

La loro modestia è sorprendente: non richiedono altro che molta luce e riparo dal gelo. Il terriccio deve essere non torboso, povero di sostanze organiche, ricco di sabbia e di ghiaino. Sono consigliabili vasi in terracotta o comunque di materiale poroso, per evitare le stagnazioni d’acqua, che potrebbero risultare addirittura letali alla pianta grassa.

IMG_5520

In inverno le piante grasse non richiedono praticamente annaffiature (al massimo, un’annaffiatura al mese). D’estate, se la pianta grassa è in vaso, è sufficiente un’annaffiatura alla settimana. La concimazione va effettuata dalla tarda primavera a metà estate con concime liquido o in granuli disciolti in acqua decantata per un paio di giorni (onde privarla di eventuali residui di cloro). La proporzione ideale per concimare le piante grasse è una parte di azoto, due parti di fosforo e quattro parti di potassio.

piante grasse

Nelle mie passeggiate torinesi, forse anche perché a Torino d’inverno fa piuttosto freddo, raramente mi è capitato di vedere giardini o terrazzi popolati di piante grasse. Ai torinesi appassionati di cactacee e di piante succulente in genere, però, consiglio di mettersi in auto per un paio d’ore e andare a visitare un vivaio che ho scoperto a Ventimiglia. Si chiama CactusMania e sembra un museo botanico a cielo aperto: sono stato per ore a girare le serre, restando ammirato dalla varietà e dalla bellezza delle piante succulente che qui sono ospitate come in un museo sono ospitate le opere d’arte. Ho visto esemplari di queste bizzarre piante che mai avevo visto da altre parti, sia per le forme inusitate sia per le dimensioni stupefacenti (considerato che molte di queste piante sono a crescita lenta o addirittura lentissima).

piante grasse

Allora … buona gita a tutti e buona Primavera da Curiosando in Giardino!

piante grasse - portavasi Chehoma

Attrezzi da giardino

Attrezzi da giardino

Secondo un vecchio adagio, “i buoni attrezzi fanno il buon giardiniere”: tridente, pala, zappa, rastrello, forbici sono alcuni dei numerosi attrezzi da giardino senza i quali i giardinieri sarebbero in grave difficoltà.

attrezzi da giardinoGli uomini utilizzano gli attrezzi per coltivare la terra sin dalla preistoria. I primi agricoltori utilizzavano attrezzi in legno e in pietra dei quali sono state trovate, in alcune grotte, rappresentazioni di epoca paleolitica, risalente, cioè, a circa quarantamila anni prima di Cristo.

Durante i secoli, l’uomo non ha mai smesso di migliorare i propri utensili e le proprie tecniche di coltura. La pala, la vanga, la zappa hanno fatto fare enormi passi in avanti alla società agricola. Questi attrezzi, utilizzati dalle legioni romane per costruire i loro campi militari, vennero adottati rapidamente dai coltivatori per lavorare la terra a scopi agricoli.

A partire dal Rinascimento, la moda dei  giardini ornamentali  favorì la comparsa di nuovi attrezzi da giardino, come le cesoie e il coltello da potatura, indispensabili per l’ars topiaria, tanto in voga nei giardini di Corte.

Soltanto il XX secolo vide la democratizzazione del giardino ornamentale, il quale, da luogo tradizionalmente riservato alle classi privilegiate, divenne accessibile a tutte le fasce della popolazione, per lo più dedite alla coltivazione di piccoli spazi. Gli attrezzi da giardino, pertanto, vennero declinati in dimensioni ridotte.

attrezzi da giardino

Oggi la nuova frontiera del giardinaggio è l’ortoterapia (Horticultural Therapy: “mi curo nel giardino e con il giardino. Io curo le piante, loro aiutano me”), valido ausilio alle cure farmacologiche e psicoterapeutiche per molte forme di disagio psichico, come ormai riconosciuto dalla moderna scienza psichiatrica. Guidare l’evoluzione di un angolo verde – giardino, terrazzo, veranda – è, infatti, una delle più efficaci vie di rilassamento mentale. Toccare la terra, lavorarla, sentirne il profumo, assecondare i ritmi di crescita delle piante sono attività che costituiscono un potente alleato contro lo stress perché, fondamentalmente, insegnano a trovare un equilibrio tra timori e speranze.

Il terreno (inteso, in senso ampio, come substrato di coltura, e quindi come terra da giardino o terriccio da vaso) ha bisogno di essere pulito, drenato e arieggiato per assicurare che alberi, arbusti e prato abbiano acqua, ossigeno e nutrimento a sufficienza. Le attività volte ad ottenere tali risultati, se effettuate con l’attrezzo giusto, saranno facili e divertenti.

Nella scelta degli attrezzi da giardino bisogna cercare innanzitutto caratteristiche di robustezza e maneggevolezza.

Sicuramente il metallo più adeguato a soddisfare tali esigenze è l’acciaio inox per le sue eccezionali caratteristiche di indeformabilità e di inattaccabilità dalla ruggine. Quanto ai manici, il legno è certamente il materiale da privilegiare sia per la sua maneggevolezza sia per la sua robustezza.

Il kit essenziale per l’amante del verde è costituito da paletta, zappa, rastrello e tridente.

attrezzi da giardinoLa pala (paletta se di piccole dimensioni) è particolarmente adatta alla lavorazione di terreni compatti e argillosi e serve a rivoltare le zolle, a romperle e a preparare il terreno per la semina. Se la forma della lama è sufficientemente rastremata e la struttura dell’attrezzo è sufficientemente ricurva, la paletta può essere utilizzata anche come piantabulbi.

attrezzi da giardino - pala o palettaLa zappa, soprattutto se con lama trapezoidale, viene utilizzata sia per la rottura delle zolle superficiali del terreno in occasione delle concimazioni periodiche sia per la sarchiatura, una lavorazione che consente di estirpare le erbacce e le radici in eccesso e quindi di ripulire e ossigenare il terreno. La forma quadrata della zappa consente anche di delimitare il perimetro delle aiuole.

attrezzi da giardino - zappa o zappettaIl rastrello presenta dei rebbi corti, che servono a livellare il terreno prima della semina, sbriciolare le zolle, coprire le sementi, ripulire la superficie del terreno dalle foglie secche. Se i rebbi sono sufficientemente appuntiti e rigidi, il rastrello può anche essere utilizzato per sarchiature superficiali.

attrezzi da giardino - rastrello o rastrellinoIl tridente o sarchiello è utile – soprattutto se ha rebbi piatti – per dissotterrare bulbi e tuberi. Consente, poi, di effettuare la sarchiatura e di forare periodicamente il terreno in modo da favorire l’aerazione e il drenaggio. Se di grandi dimensioni, il tridente assume il nome di “forcone” e viene anche utilizzato per spostare i materiali organici di risulta (erbe falciate, piccoli rami recisi) e lo stallatico.

attrezzi da giardino - tridente o forconeUn cultore di giardinaggio deve anche avere un bel paio di forbici da giardino. Ve ne sono di vari tipi (per fiori, per siepi, da vigna, per erba). Per recidere fiori e piccoli rami di arbusti, sono consigliabili forbici con le punte sottili. Nel caso si debbano effettuare lavorazioni su siepi, è bene utilizzare forbici abbastanza grandi, con lame o manico piuttosto lunghi

attrezzi da giardino - forbici da giardino felco Per chi pratica il giardinaggio, anche soltanto a livello amatoriale, l’importante, comunque, è possedere forbici di buona qualità, dotate di lame resistenti e ben affilate.

attrezzi da giardino - forbici da giardino felco La manutenzione degli attrezzi da giardino richiede essenzialmente la loro attenta pulizia al termine delle lavorazioni. Le lame vanno lavate e asciugate accuratamente e, nel caso, può essere utile lubrificare le parti mobili e affilare le lame. Gli attrezzi non vanno mai lasciati sparsi per il giardino, ma vanno riposti in un luogo pulito e al riparo dalla pioggia. Con questi piccoli accorgimenti, gli utensili da giardinaggio avranno una lunga durata e manterranno inalterata nel tempo la loro efficacia.

Se, poi, si tratta di attrezzi di design, gli stessi potranno essere collocati ben in vista e così fungere anche da originale elemento decorativo per la casa.

Attrezzi da giardino di design

Una pianta tubulare: l’euphorbia tirucalli

Oggi voglio parlarvi dell’euphorbia tirucalli, una pianta che considero intrigante, non foss’altro che per i tanti nomi con i quali è conosciuta. L’euphorbia tirucalli è nota infatti come pianta del latte per il liquido biancastro che sgorga dall’incisione praticata in ogni sua parte ma è anche detta pianta della gomma o del caucciù per il prodotto che si potrebbe ricavare da questo lattice.

Euphorbia tirucalli

Nelle sue terre d’origine (Indie orientali e Sud Africa) è un albero dall’aspetto decisamente fuori dal comune che arriva sino ai 10 m d’altezza. Un ampio mazzo di rami brillanti, articolati in tanti piccoli segmenti di forma cilindrica. Un albero così strano è coltivabile, in formato ridotto, anche nei nostri climi, come pianta d’appartamento.

Euphorbia tirucalli

Chi la vende la considera un articolo per amatori o adatta ad una clientela giovane o comunque a chi ne sappia apprezzare una certa essenzialità di linee. Chi la sceglie è colpito dalla linearità e dalla pulizia delle sue forme. In un’apparente assenza di foglie, massa e volume sono determinati da rami e fusti verdissimi e lisci. È una pianta resistente, tutto sommato facile da coltivare in casa, a patto che si riproducano le condizioni climatiche d’origine e si abbia sempre presente la sua natura succulenta. Perché stia bene, sono in pratica da evitare umidità in eccesso, ombra e temperature sotto i 12°. In appartamento cresce rapidamente e può raggiungere quasi i due metri d’altezza ma è indispensabile collocare la pianta in un ambiente molto soleggiato – possibilmente tutto l’anno: diversamente diventa una pianta lunga e striminzita con un aspetto decisamente sgraziato.

Euphorbia tirucalli

Si tratta di una pianta relativamente semplice da coltivare: terriccio sabbioso e povero, poca acqua e nessuna particolare esigenza di potatura.

La vecchia thuya e il suo disco di radici: una storia di libertà.

Per dodici anni una grande thuya orientalis ha decorato il mio terrazzo in un altrettanto grande vaso di terracotta. Bella, fiera e verdissima, la scorsa primavera aveva dato alcuni segni di cedimento: la chioma si era diradata e il colore appariva come sbiadito. In autunno la decisione: via dal vaso e giù nella terra piena.

Thuya orientalis

Appena estratta la thuya, alla base rotonda nella parte interna del vaso, c’era una matassa ordinata di radici cresciute in una forma a spirale e stratificatesi a formare un disco, drammatica e viva testimonianza della ricerca incessante, caparbia, orgogliosa della libertà compiuta nell’arco di lustri da questa mite creatura.

Thuya, radici

La thuya è rinata in un angolo del giardino. Il suo vecchio disco di radici è finito sotto vetro in una cornice, con questa dedica: “ora sei nel mio giardino, nella terra senza pareti, ora so che potrai vedere mio figlio crescere e forse anche i suoi figli. Ed io ti stimo per la tua capacità di lottare e di soffrire in silenzio, con la chioma protesa verso il cielo come la punta di una freccia, o Essere dalla sovrumana dignità”.

Gaudì e il giardino modernista (quasi) perduto

Se Barcellona è la culla del Modernismo, Antonio Gaudì ne è il padre indiscusso. Davanti alle sue opere più note – la Sagrada Familia, casa Milà, casa Batllò, il parco Guell e le sue ville – si accalcano ogni giorno dell’anno frotte di turisti di tutte le nazionalità, estasiati dalla bellezza di quelle stravaganti forme architettoniche: ma c’è un luogo, nel quartiere di Gracia, fuori dai percorsi di massa, in cui, in una via stretta e popolata di anonimi edifici, è incastonata la prima gemma che Gaudì regalò a Barcellona e al mondo intero: casa Vicens, un incredibile tripudio di azulejos, di colori e di forme che riecheggiano lo stile mudéjar tipico della Spagna meridionale.

Gaudì: Casa Vicens e giardino

Gaudì: Casa Vicens e giardino

Quando lo sguardo si abbassa, lasciando sullo sfondo quelle movimentate pareti, non può non rimanere abbagliato dalla splendida cancellata in ferro fuso a motivi fitomorfi: le foglie delle palme del giardino attorno alla palazzina sono state per sempre sublimate in quella prodigiosa recinzione, che racchiude, ormai, soltanto ciò che resta dell’originario parco, in cui Gaudì aveva costruito una grande e spettacolare fontana, demolita in nome di un’ignoranza supina ed affarista.

Gaudì: Casa Vicens e giardino

IMG_5016 Gaudì: recinzione a palme di Casa Vicens

Casa Vicens non è aperta al pubblico, ma, durante le feste di Natale, Marina e Anna, colte e sorridenti animatrici dell’associazione culturale Artjust, allestiscono per grandi e piccini, nel seminterrato dell’edificio, uno spettacolo musicale pregevole e sorprendente, accogliendo gli ospiti con l’antico suono del psalterium ed accompagnandoli nel piccolo giardino, ancora oggi, nonostante le mutilazioni, scrigno di silenzio, di arte e di frescura nel cuore della movida cittadina.

Gaudì: Casa Vicens e giardino

Gaudì: Casa Vicens e giardino

Gaudì: Casa Vicens e giardino

Il sonno d’inverno

Lo sanno tutti: nei climi temperati, alcune piante, durante l’inverno, perdono le foglie e le rimettono nella primavera successiva; se va tutto bene.

Infatti mi è capitato di trovare piante morte all’inizio della primavera dopo un inverno rigidissimo. In un caso particolare, si trattò di un mandorlo e la cosa curiosa consisteva nel fatto che il tronco si era spaccato, probabilmente per il freddo, lungo la sua lunghezza presentando una vistosa fessura. Sembrava una morte improvvisa.

Ma parliamo di bonsai che, come sapete, tengo sempre all’esterno, protetti nei mesi invernali da una modesta piccola serra costituita da un telo trasparente sorretto da un telaio metallico.

Anche questo autunno il tiglio, la robinia e l’acero giapponese hanno perso regolarmente le foglie assumendo il loro aspetto invernale. Ci sono ragioni scientifiche che spiegano questo fenomeno che non si applica alle piante tropicali ambientate nei loro climi e alle piante nostrane che non perdono le foglie; occorrerebbe però capire le ragioni per cui da noi alcune piante perdono le foglie e altre no.

Inoltre le piante tropicali mantengono le stesse abitudini anche quando sono trasferite nei nostri climi. Infatti i miei bonsai di Ficus non perdono le foglie, che rimangono lucenti e carnose anche durante i mesi invernali. Occorre solo stare attenti ai periodi di prolungate temperature sotto zero, anche durante in giorno. In questo caso bisogna proteggere queste piante nel modo adeguato.

D’inverno, le piante cedue entrano quindi in uno stato vegetativo come di sopore, durante il quale la crescita è fortemente rallentata in attesa della prossima bella stagione.

Gli antichi avevano già osservato il fenomeno e lo avevano attribuito a interventi degli Dei. Si narra infatti di Proserpina rapita dal Plutone, dio degli inferi, e rilasciata per sei mesi all’anno per le insistenze della sua madre Cerere. In mancanza di Proserpina, la Natura si addormenta ad attende il suo ritorno per risvegliarsi.

Anche noi mammiferi umani subiamo questo sonno con cadenza giornaliera, senza perdere le foglie ma comunque cambiando gli indumenti! Affrontiamo inoltre, a livello esistenziale, un sonno molto più lungo il cui risveglio può essere gioioso per alcuni e realmente tragico per altri. Ma, al di là dei fatti scientifici, mi sorprende questo spogliarsi delle piante che mettono in mostra le loro nudità senza compromessi.

Bonsai d'inverno Schermata 2014-01-14 alle 17.24.53 Schermata 2014-01-14 alle 17.25.07Durante l’inverno si possono quindi osservare ed anche ammirare le intime giunzioni di rami, curve generalmente celate di altri rami, piccole cavità nella corteccia e tanti dettagli altrimenti invisibili.

Cosa significa tutto ciò: questo denudarsi? Non è per niente chiaro; e non ho trovato risposte.

Anche Nietzsche che amava passeggiare lungamente nei boschi in ogni stagione (anche in Italia) e conosceva perfettamente il comportamento di certi alberi, non si è posto il problema. Parlo di questo filosofo impazzito proprio perché, in quanto pazzo, avrebbe potuto avere la facoltà di spiegare aspetti particolari di cose altrimenti largamente conosciute sotto altre ottiche. O sono più pazzo io?

Nelle foto sopra vediamo la robinia, l’acero giapponese e il tiglio nella loro nudità invernale.

Comunque anche nei boschi e nelle campagne, le piante cedue si mostrano nude senza nessun pudore e con accattivante malizia mostrano dove metteranno le foglie nella prossima stagione, come dicendo guardami bene adesso, ché dopo mi coprirò.

Infatti sui rami sono già presenti le gemme delle foglie future che torneranno a nascondere le intimità delle piante per tutta la stagione di crescita.

Le gemme sono più o meno grandi a seconda del tipo di piante. Esili nell’acero e nella robinia ma turgide e ben marcate nel tiglio.

A questo punto, non ci rimane che aspettare la prossima primavera.

Buon Natale

Cari amici,

basta così poco per essere felici:

godetevi un po’ di tempo con le vostre

famiglie,

decorate la casa con pigne, luci e biglie.

Sappiate che non è mai banale

dire a chi si ama “buon Natale”

buon Natale

Una villa tra Storia e Natura

La mattina del primo giorno di dicembre, villa Tornaforte-Toselli è in uno stato di grazia: la neve caduta il giorno precedente si presenta ancora intatta e il cielo è di un azzurro quasi surreale.

villa Tornaforte dal parcoL’immenso parco ottocentesco all’inglese si apre alla villa come un abbraccio e dall’algido manto, come un miracolo, porgono il loro timido saluto alcune roselline.

roselline nella neve a villa Tornaforte

Un prodigioso albero di cachi lascia pendere, benevolo, una cascata di frutti color del sole dai suoi rami secolari che sembrano le mani nodose di un vecchio.

Il secolare albero di cachi a villa Tornaforte

Una guizzante siepe di iucche, come un verde gioco pirotecnico, festeggia il primo accenno d’inverno.

Le iucche di villa TornaforteDappertutto antiche vestigia in pietra scandiscono l’apparentemente casuale geometria dei luoghi, così evidente attorno al romantico laghetto, da cui si aprono profonde prospettive dietro quinte di boschetti e di architetture vegetali.

il laghetto nel parco della villa

E, come efficacemente espresso da Annamaria e dalle sue sorelle, che in questa magione alle porte di Cuneo hanno trascorso i momenti più belli dell’infanzia, “oggi tutti riconoscono che Tornaforte è uno dei giardini più desiderabili per la sensazione di naturalezza data dalla fusione fra i segni del passato e i bisogni del presente, fra una memoria colta ma viva e una natura vitale e godibile. Infatti si tratta del luogo più aperto che si possa immaginare, ma è anche il più misterioso: come se la delicata trama della luce tra il fogliame dei diversi alberi fosse lì, da sempre, ad impedire ogni possibile contaminazione del “sacro verde”. Qui il segreto sta nel silenzio senza tempo, che domina sull’insieme, sulla continuità tra giardino e paesaggio, che va oltre il chiuso dell’animo umano per aprirsi allo spirito del mondo. In questo “unicum” chiunque può trovare una sua dimensione esclusiva vista come metafora della sua esistenza … ”.

villa Tornaforte

villa Tornaforte

Così, in questa atmosfera unica, una casa, scrigno di storia e di ricordi familiari, riprende vita, anche soltanto per qualche fuggente attimo.

villa Tornaforte

villa Tornaforte

Giardino d’inverno

Conosco un giardino la cui magia si esprime d’inverno come d’estate.

Giardino d'inverno

Conosco una meravigliosa famiglia, unita come poche altre, che ha fatto della propria casa un luogo di felicità anche per gli amici.

Il cuore di questa specialissima casa è un piccolo, antico cortile di ciottoli sovrastato da un terrazzo e circondato dalle ariose finestre dell’edificio settecentesco, le quali, come benevole sentinelle, ne scandiscono i tre lati a ferro di cavallo.

 Giardino e fontana

Al centro, una fontana a coppa, con il suo lieve zampillo d’acqua, allieta giorno e notte la silenziosa quiete sorprendentemente custodita tra quelle mura cittadine.

 Una campana in giardino

Una piccola campana fa capolino sotto i modiglioni in pietra di uno dei balconi e il suo suono argentino annuncia, spesso, l’arrivo improvviso di ospiti a cui le porte sono sempre aperte.

La prima neve accarezza le antiche forme delle ringhiere, delle panche, dei vasi e sussurra all’osservatore che, anche sotto la sua algida coltre, permane il calore pulsante degli abitanti di questa casa che, anno dopo anno, hanno scelto con cura e passione filologica ogni arredo, ogni pianta, ogni dettaglio.

Giardino innevatoL’ars topiaria plasma i bossi, posti nei vasi accanto agli ingressi, talora in una voluttuosa spirale talaltra in una classica forma sferica. Siepi squadrate di cipressacee sembrano accennare un composto girotondo attorno alla fontana. Un gelsomino sul terrazzo ricorda, con le sue foglie sempreverdi, che ogni primavera questo luogo sarà pervaso da un inebriante profumo.

Cane in giardino

Tobi dà il benvenuto agli amici

Curiosità sulla talea.

La tecnica della talea (la parola è un sostantivo latino con lo stesso significato), è a tutti nota ed utilizzata largamente per la sua “facilità d’uso” allo scopo di riprodurre certi tipi di vegetali.

Anche solo nei siti internet si trovano spiegazioni e metodi anche complicati e finalizzati ad ottenere il massimo successo nella sopravvivenza del rametto usato per ottenere una nuova pianta.

La natura però è più “sprecona” e presenta una grande varietà di casi in cui genera “naturalmente” talee anche quando si è in presenza di una scarsa probabilità di sopravvivenza.

Nella mia limitatissima esperienza mi sono imbattuto in casi, probabilmente estremi, che sono particolarmente curiosi e che desidero condividere con voi.

Ricordo una talea involontaria che ha la seguente storia.

Dopo la costruzione di un muro di cinta di un giardino su un ondulato terreno collinare, si presentò il problema di colmare un buco, abbastanza profondo,  che era rimasto aperto alla fine dei lavori.

All’inizio fu riempito di quanto era disponibile al momento cioè calcinacci, bottiglie rotte e altri residui finalizzati anche a costituire uno strato drenante. Alla fine fu aggiunto anche un fascio di rami di vite di “Moscato d’Amburgo”, ottenuto dalla potatura primaverile di una vite, e che fu poi ricoperto da un congruo spessore di terra.

Il tutto finì lì, col terreno livellato, l’erbetta in crescita, senza ulteriori avvenimenti fino alla primavera successiva. A questo punto fu evidente che stava succedendo qualcosa di inaspettato: infatti durante quel periodo comparvero germogli di vite fuoriuscenti dal terreno; ci si domandò da dove venissero finché fu chiaro che si trattava dei germogli di quella ramaglia di “Moscato d’Amburgo” che era stata interrata.

Rimasi incuriosito dal fenomeno ed attesi la sua evoluzione aspettandomi il rapido appassimento dei germogli stante sopratutto l’infelice strato di materiale in cui si erano sviluppate le radici.

Fui oltremodo sorpreso nel constatare che i germogli continuarono a svilupparsi in modo normale secondo quanto previsto dalla natura.

Attualmente questa pianta di vite è normalmente produttiva e mi sconcerta il pensare che le sue radici affondano in un misto di terra ma anche di calcinacci e vetri rotti.

Si deduce che quella talea involontaria ha radicato in condizioni che nei manuali non sono neanche prese in considerazione anche solo da un punto di vista teorico. Ritengo tuttavia che non sia certamente consigliabile di fare attecchire talee sui vetri rotti ma evidentemente la natura manifesta della capacità di adattamento inaspettate.

Altro caso.

Quando sfoltisco i bonsai in genere tengo i rametti migliori per farne talee.

La mia tecnica è del tutto elementare  e consiste nel porre i rametti in un vasetto pieno d’acqua senza nessun altro additivo, aspettando che mettano radici.

Faccio questo indipendentemente dalla stagione, quindi affrontando maggiori rischi di insuccesso nella stagione autunnale, tenendo conto del fatto che tengo generalmente i vasetti all’esterno.

In genere i rametti che metto nell’acqua si comportano in modi diversi che consistono essenzialmente in due casi: morire entro pochi giorni o sopravvivere mantenendo le foglie vive e lucide.

Quando sopravvivono, si entra in un campo in cui il tempo di emissione delle radici diventa quanto mai incerto. In genere in un paio di settimane compaiono sulla parte inferiore del rametto delle escrescenze bianche che successivamente danno origine alle radici, come è ben visibile nella fotografia seguente.

Talea

Però succedono anche casi, tutt’altro che rari, in cui il tempo diventa molto lungo, intendo parlare di settimane, prima che compaiano radici. Comunque non ho mai buttato via una talea “lenta” e sono sempre stato a guardare come sarebbe andata a finire.

In un tardo autunno un rametto indiscutibilmente vivo e con le foglie carnose e lucide si mantenne vivo a lungo senza mettere radici, ma si mantenne vivo anche quando l’acqua gelò.

Anche questa volta sono stato a vedere come sarebbe andata a finire.

Ho seguito il fatto con molta attenzione in quanto secondo me ci si era introdotti in un campo del tutto inesplorato. Comunque, per farla breve, non sono intervenuto sul fenomeno e l’ho lasciato evolvere naturalmente. Quando il tempo cambiò e sopravvenne la primavera, quindi dopo qualche mese (!!!) il rametto generò la radici ed oggi è un alberello come gli altri.

Non mi risulta dalla letteratura di un caso del genere che comunque a me è capitato.

Un altro caso curioso consiste nel fatto che una volta ho tenuto un rametto bruttissimo costituito da un nodo di più rametti diritti e disposti senza un ordine apparente ed in modo sgradevole. L’ho tenuto proprio come sfida per vedere cosa sarei riuscito a fare.

Anche questo rametto generò le radici e lo posi a dimora in un normale vasetto pieno di terra, come negli altri casi.

Dopo qualche mese di sviluppo l’alberello fece seccare, per proprio conto,  alcuni dei suoi rametti lasciandone solo alcuni altri, rendendo il tutto di aspetto migliore ed avvicinandosi allo standard di forma degli altri miei alberelli. Praticamente prima che intervenissi io ha operato da solo delle potature con finalità estetiche, evidentemente senza nulla di intenzionale, comunque in modo da raggiungere un miglioramento.

Adesso sta crescendo regolarmente.

Nella foto successiva è riportata l’immagine di una talea di robinia con una radice insolitamente lunga per i miei standard.

Talea

Infatti quando la radice, o le radici, sono lunghe un paio di cm pongo la talea in vaso e la faccio crescere. In questo caso invece ho lasciato crescere le radici, ma il risultato pratico non è variato.

Zucca Fatata (breve filastrocca)

Zucca fatata, illuminata,

notte d’ottobre, la più stregata.

Un bel colore di mandarino

rende brillante ogni giardino:

con la sua forma un poco tozza

è, all’occorrenza, una carrozza.

Zucca, zucchetta, dolce magia,

la notte di Halloween non va più via.

Zucca, zucchetta

 

 

Un rifugio per gli uccelli, una casa più ospitale

Il fascino di un giardino dipende anche dalla sua generosità verso i piccoli animali di passaggio, portatori di musicale gaiezza tra le fronde degli alberi

Uccelli, simbolo di vitalità Vasche, abbeveratoi, mangiatoie garantiscono adeguata ospitalità agli uccelli selvatici in tutte le stagioni dell’anno.

Vasche e mangiatoie per uccelli

Nei Paesi del Nord Europa e in Gran Bretagna il birdfeeding birdgardening è un costume molto diffuso: si tratta della pratica di alimentare e creare un habitat adatto agli uccelli selvatici nei giardini delle case, nei parchi pubblici, nei vivai. La creazione di habitat in ambito domestico o pubblico aiuta la Natura laddove l’uomo l’ha modificata a suo vantaggio.  E’ noto, infatti, come l’urbanizzazione selvaggia e il conseguente diradamento delle aree verdi disponibili abbiano oggi enormemente ristretto l’habitat naturale degli uccelli e, in genere, della fauna selvatica. In questo contesto, il birdgardening costituisce una sorta di riequilibrio dei torti fatti dall’uomo alla Natura.

Chi ha sperimentato il birdgardening ne resta entusiasta: gli uccelli, infatti, hanno una memoria incredibile e durante i loro viaggi migratori sono in grado di ricordare perfettamente i luoghi in cui possono sostare e sfamarsi: perciò essi ritorneranno sempre da chi ha saputo dare loro un rifugio.

La scelta del luogo dell’installazione della vasca o della mangiatoia è importantissima. Dovrà essere visibile dalla casa ma non raggiungibile da gatti o altri animali domestici o selvatici che possano disturbare o, peggio, attaccare i nostri amati ospiti senza essere notati: la vaschetta non dovrà quindi trovarsi nelle vicinanze di siepi, boscaglie o cespugli ricchi di foglie.

Vasca e mangiatoia per uccelli

La riserva d’acqua non dovrà essere profonda più di 10 cm e dovrà digradare dolcemente verso la sponda di modo che i piccoli uccelli non vi cadano dentro annegando. Una quarantina di centimetri di diametro è sufficiente a garantire un bagnetto sicuro e una tranquilla pausa dissetante. Se si appronta un vero e proprio stagno, possono essere collocate nell’acqua delle pietre che costituiranno il luogo di arrivo e di sosta per la cura del piumaggio.

In un terrazzo, dove non è possibile scavare una buca, si può costruire un abbeveratoio protetto conficcando in un vaso molto pesante un palo alto circa 100-150 cm e di 10 cm di diametro, alla cui sommità si fissa con delle viti una base di circa 25 cm x 25 cm, sopra la quale si pone una ciotola riempita d’acqua fino a 3-4 cm di altezza. E’ consigliabile anche collocare nella ciotola una o due pietre che creino un’“isola”.


La cosa più importante per gli abbeveratoi e per le vasche per il bagnetto degli uccellini non è tanto la grandezza o la forma, quanto un controllo e una pulizia regolari. Nelle giornate estive, proprio quando i volatili ne hanno più bisogno, l’acqua evapora rapidamente e pertanto è necessario provvedere ad un ricambio adeguato.

Solo nel caso degli abbeveratoi collocati su palo e senza copertura è bene disporre nelle vicinanze uno o più cespugli dove gli uccellini possano correre al riparo dagli attacchi aerei di altri volatili.

Le mangiatoie trovano il loro impiego ideale in inverno, quando vi è penuria d’insetti e di cibo per le condizioni meteorologiche avverse.

Che siano “poggiate” o “appese”, esistono due tipi di mangiatoie: “aperta” e “con tetto”. Queste ultime impediscono l’accesso agli uccelli di dimensioni più grandi, come piccioni e corvidi, che saccheggiano il cibo o peggio scacciano le altre specie.
 Questa scelta può permettere di selezionare gli ospiti che vogliamo da quelli che non vogliamo accogliere.

Vasche e mangiatoie per uccelli

Per attirare il maggior numero di specie è bene diversificare il cibo e separare le mangiatoie.


Anche la mangiatoia deve essere installata in un luogo tranquillo e riparato dalle intemperie e dagli attacchi improvvisi di altri animali. Come la vasca per l’acqua, anche la mangiatoia deve essere regolarmente pulita per evitare la formazione di germi patogeni (ad es. la salmonella). Per la stessa ragione è bene non lasciare mai troppo cibo nel dispensatore, visto che l’umidità
 favorirebbe l’insorgenza di germi.

Ciascuna specie di uccelli ha bisogno per nutrirsi di particolari e specifiche qualità di mangime. Per i granivori, dai becchi tozzi e trituratori, è possibile comprare mangime già confezionato aggiungendo del papavero, per un rapporto di 200 grammi ogni 1000 grammi di mangime confezionato, o preparare una miscela base di avena, frumento, papavero, girasole e miglio, alla quale si aggiunge una uguale quantità di canapa.

Le cincie e altri uccelli dal becco sottile sono insettivori ma in inverno diventano granivori. Gli uccelli dai becchi sottili e appuntiti sono insettivori. Non devono mai essere somministrati agli uccelli gli avanzi di cucina come pane, croste di formaggio, resti di dolci e tutto ciò che è salato o cotto.

Vasche e mangiatoie per uccelli
Con pochi gesti quotidiani, il giardino e il terrazzo si riempiranno di vita e la parola “casa” avrà un significato più in armonia con la Natura.
L’alata genia che adoro – ce n’è al mondo tanta! –
varia d’usi e costumi, ebbra di vita,
si sveglia e canta.
(Umberto Saba, Uccelli)
uccelli

Orangerie e jardin d’hiver nella veranda di casa

La veranda è lo spazio domestico che costituisce il trait d’union tra il giardino e la casa: non solo regala luce e verde all’abitazione, ma durante l’autunno e l’inverno è il luogo ideale per proteggere dai morsi del gelo le piante più delicate. La veranda, quindi, ben può essere utilizzata come serra, orangerie o jardin d’hiver.

La veranda è l'unione tra la casa e il giardino

La veranda è l’unione tra la casa e il giardino

Le piante da orangerie hanno normalmente un grande effetto ornamentale e sono coltivate in vaso o, soltanto per la primavera-estate, in terra piena. Si tratta, infatti, di piante che necessitano di protezione d’inverno perché temono il gelo (non a caso, per questa funzione “conservativa”, in lingua inglese la veranda è indicata con il termine conservatory).

Veranda

La più antica notizia di una coltivazione in serra deriva da Plinio il Vecchio. Nella sua Historia Naturalis egli racconta che l’imperatore romano Tiberio amava così tanto i cetrioli (cucumis) che voleva averli ogni giorno sulla sua tavola, non solo in estate ma anche in inverno. Le piante furono pertanto coltivate in aiuole mobili, ossia in cassoni posti su ruote. Quando faceva tempo bello e caldo, le piante stavano all’esterno mentre, quando era freddo o c’era troppo sole, potevano essere ricoverate in serra. Queste serre erano strutture lignee che potevano essere chiuse con teli oleati, vetri o lastre di pietra trasparenti.

Serre mobili

Serre mobili

Pare che la prima serra d’Europa sia stata costruita nel 1353 a Siviglia. Secondo un’altra versione,  la costruzione della prima serra moderna si deve al botanico francese Jules Charles che l’avrebbe ideata e costruita a Leida, in Olanda, nel 1577, allo scopo di coltivarvi delle piante medicinali. Altre voci ancora sostengono che la prima serra fu realizzata nel 1545 nell’Orto Botanico, o Giardino dei semplici (Hortus simplicius, ovvero luogo dove coltivare piante medicinali a fini terapeutici o di studio) di Padova.

La costruzione di serre, limonaie e orangerie conobbe un vero e proprio boom dopo il 1688, anno in cui a Saint-Gobain, in Francia, iniziò la produzione di vetro piano. Una orangerie poteva essere sia un semplice annesso agricolo collocato in un’ala del palazzo nobiliare, oppure, come spesso si è visto, un esteso fabbricato che faceva da contorno ai parchi. In questo caso, ci si attendeva che le orangerie facessero molta impressione sui visitatori e, per questa ragione, si trattava di edifici dall’impatto estetico marcatamente coreografico.

Orangerie coreografica e spettacolare

Orangerie coreografica e spettacolare

Le orangerie servivano certamente a riparare le piante dal freddo ma gli spaziosi ambienti erano spesso usati dai nobili proprietari anche come luogo di divertimento e di svago, dove si potevano svolgere esposizioni d’arte, concerti, banchetti e balli.

Veranda come luogo di ritrovo sociale

Veranda come luogo di ritrovo sociale

Ecco alcune regole di base per la realizzazione di un’orangerie nella nostra veranda di casa.

  1. Non è sempre necessario che l’ambiente sia riscaldato, ma è fondamentale che la temperatura interna non scenda mai sotto lo zero.
  2. Se durante l’inverno il freddo è molto intenso, con temperature al di sotto dello zero per periodi prolungati, occorrerà installare nella veranda una stufa per mantenere la temperatura almeno tra zero e cinque gradi (tanto è sufficiente per agrumi e ulivi).
  3. I bulbi, le piante esotiche, quelle succulente e quelle da appartamento troveranno nella veranda un posizionamento ideale durante l’inverno solo se la veranda sia riscaldata, con temperature costanti oltre i quindici-sedici gradi e non superiori ai venti-ventuno gradi, lontano da fonti di calore e da correnti d’aria. Vanno evitati gli spostamenti frequenti per non costringere le piante allo stress di rivolgere continuamente le foglie verso le sorgenti luminose. Le piante a foglia caduca dovranno essere sistemate nelle zone più luminose della veranda. Il terriccio va tenuto sempre umido regolando le annaffiature e irrorando di frequente il fogliame per evitare la disidratazione dei tessuti fogliari. Per tenere in perfetta forma le piante in casa è consigliabile usare acqua ‘riposata’ sia per innaffiare sia per spruzzare, rimuovere spesso il terreno sulla superficie dei vasi per evitare le formazione di croste o muffe, nutrire le piante, ogni due-tre settimane, con fertilizzante minerale.
  4. Occorre ritirare le piante al più tardi entro il mese di ottobre e comunque prima delle gelate. Se le piante sono in terra piena, allora bisognerà previamente invasarle per trasferirle, avendo cura il più possibile di mantenere la loro zolla di terra.
  5. Durante l’inverno, è consigliabile effettuare un trattamento insetticida e antiparassitario, aerando la veranda quando la temperatura esterna lo consenta.

Mini conservatory

 

ZUCCHE, MAGICHE ZUCCHE!

Sontuose e allettanti, le zucche sono sempre state tra i più comuni frutti autunnali, ma oggi la loro notorietà è in continua ascesa dopo che la festa di Halloween ha scelto proprio la zucca come emblema.

La zucca è il simbolo di Halloween.

La zucca è il simbolo di Halloween.

La zucca appartiene alla famiglia delle cucurbitacee e si presenta in moltissime varietà dalle forme e dai colori più vari: ve ne sono di tonde, allungate o schiacciate, bitorzolute o lisce, piccole o enormi, verdi, gialle, multicolori. E’ una pianta annuale, ama un’esposizione soleggiata e richiede un terreno ricco e ben drenato. Teme il gelo ma non le malattie né i parassiti. Questa sua caratteristica di pianta “rustica” ne rende la coltivazione piuttosto facile. La semina si può effettuare a partire da marzo, al riparo dalle intemperie. Al momento della messa a dimora delle plantule o dei semi, occorre lasciare uno spazio di almeno un metro su tutte le direzioni affinché la pianta adulta possa svilupparsi correttamente. Eventualmente si può far arrampicare la pianta su un graticcio, avendo però cura di predisporre dei rinforzi a sostegno dei frutti. Il fusto si spunta sotto la terza o la quarta foglia per stimolare lo sviluppo della pianta. Per infoltire la vegetazione è bene effettuare due cimature verdi e, per essere sicuri che i fiori femminili siano tutti fecondati, sui loro stimmi si può passare un pennello precedentemente intinto nel polline dei fiori maschili (che poi potranno anche essere raccolti e mangiati senza che ciò comprometta il raccolto). Su ogni piede, è bene non far lasciare sviluppare una quantità eccessiva di frutti (al massimo quattro o cinque) che pregiudicherebbe la qualità del raccolto. Per evitare che il frutto resti a contatto con il suolo umido e finisca per marcire, è consigliabile mettere sotto lo stesso un telo a rete o della paglia, che ha anche la funzione di evitare la crescita di erbe nocive. I frutti vanno raccolti quando le foglie si seccano. In genere, occorre prevedere circa una sessantina di giorni per la comparsa dei fiori e poi un ulteriore periodo di circa ottanta giorni per la crescita dei frutti. Le zucche, quindi, compaiono sulla pianta circa cinque mesi dopo la semina. In autunno, le zucche si raccolgono prima dell’arrivo del gelo e poi possono essere conservate per mesi al riparo dall’umidità e in luogo fresco.

 Le zucche sono di moltissime varietà

Le zucche sono di moltissime varietà.

 Tra le più note varietà vi sono la Marina di Chioggia (forse la migliore zucca commestibile d’inverno, verde, bitorzoluta), la Turbante Turco (bicolore, rosso in alto e grigio-giallo nella parte inferiore, apprezzata soprattutto a scopo ornamentale), la Hubbard (verde, con la forma di un grosso limone), la Gigante Quintale (gialla, rotonda, leggermente costoluta, di grandi dimensioni).

Talune zucche sono davvero giganti!

Talune zucche sono davvero giganti!

Una raccolta di piccole e medie zucche ha un effetto decorativo assicurato.

Effetto decorativo delle zucche.

Effetto decorativo delle zucche.

E la magia della rotondità della zucca è indiscutibile: non ricordate quale mezzo la fata offrì a Cenerentola per andare al fatidico ballo?

La zucca più magica che ci sia!

La zucca più magica che ci sia!

Buon compleanno, signor Tulipano!

Il primo tulipano in Europa fu piantato nei giardini botanici di Leiden nell’autunno del 1593, esattamente 420 anni fa, e fiorì nella primavera del 1594, grazie alle attente cure del botanico fiammingo Carolus Clusius.

Si tratta di un fiore estremamente versatile, proveniente dall’Asia centrale e dalla Persia e giunto sino in Turchia. Qui, nella metà del Cinquecento, fu ammirato dall’ambasciatore fiammingo Ogier Ghiselin de Busbecq.

Spettacolare distesa di tulipani

Spettacolare distesa di tulipani.

Invitato alla corte di Costantinopoli dall’imperatore d’Austria Ferdinando I per negoziare la pace con il sultano Solimano II il Magnifico, de Busbecq, appassionato di botanica, ebbe occasione di notare, nonostante l’inverno, straordinarie fioriture di tulipani. Decise quindi di acquistare dei bulbi che … gli costarono una fortuna.

I bulbi arrivarono nelle mani di Clusius, all’epoca sovrintendente dei giardini imperiali di Vienna e poi, nel 1593, furono dallo stesso Clusius portati a Leiden, dove furono oggetto di attenti esperimenti di coltivazione.

Ben presto emerse come la propagazione per seme richiedesse tempi molto lunghi: dal momento della semina devono, infatti, passare almeno cinque anni prima della formazione dei bulbi che produrranno i fiori. Inoltre i tulipani, come tutte le bulbose, creano da soli le proprie rarità, sviluppando autonomamente nuove forme e nuovi colori, assolutamente inaspettati, a causa di virus che modificano direttamente le informazioni genetiche (così si verificano, ad esempio, la piumatura, ovvero lo sfrangiamento dei petali, e  la fiammatura, ossia la sfumatura cromatica dei petali). Per questo, fino al momento della fioritura, non si può immaginare quale sarà il risultato della coltivazione. In molti casi, i bulbilli danno piante con caratteristiche diverse da quelle della pianta madre e possono generare nuove varietà.

Così, per questa sua sorprendente mutabilità, il tulipano ben presto dilagò in tutte le corti europee, che non badavano a spese pur di accaparrarsi gli esemplari più rari. Le dame aristocratiche si ornavano di tulipani, i pittori li raffiguravano nei loro dipinti (non a caso i tulipani screziati e variegati in diversi colori vengono ancor oggi chiamati Rembrandt). Più che una moda, il tulipano rappresentò un vero fenomeno di fanatismo culturale, oltre che economico: dal 1634 al 1637 l’Europa fu attraversata da una vera e propria “febbre del bulbo”, una “tulipomania”, una follia collettiva per cui un bulbo di tulipano era meglio che moneta sonante. Le fonti di quell’epoca narrano che un solo bulbo di tulipano fu scambiato per … 36 botti di frumento, 72 di riso, 4 buoi, 12 pecore, 8 porci, 2 botti di vino, 4 di birra, 2 tonnellate di burro e dieci ettari di terreno pianeggiante. Fu la prima bolla speculativa della storia.

Nel 1637 fu emesso un decreto per calmierare i prezzi e – come sempre accade in casi del genere – molti investitori andarono in rovina.

Oggi il tulipano è diffuso in tutto il mondo, non arreca più scompensi economici, ma la sua sorprendente bellezza continua ad incantare donne e uomini di ogni generazione.

Fiori di tulipano

Qualche consiglio per la coltivazione: i bulbi vanno piantati a una profondità uguale alla loro altezza e a una distanza appena superiore al loro diametro, così da ottenere una fioritura fitta, quasi coprente. L’impianto va effettuato nella stagione autunnale per la fioritura primaverile e in primavera per la fioritura estiva. Il terreno deve essere concimato e un po’ sabbioso, per evitare ristagni idrici. Esistono in commercio appositi strumenti per la messa a dimora dei bulbi (c.d. piantabulbi). I bulbi vanno annaffiati abbondantemente solo in fase vegetativa (cioè da quando mettono le foglie). Dopo la fioritura, i bulbi vanno lasciati nel terreno finché le foglie si sono seccate, per consentire al bulbo di ricostituire le riserve necessarie per la successiva fioritura. Se questa fase vuole essere affrontata in vaso, occorre estirpare i bulbi con tutte le loro foglie e riporli in un terriccio torbato e umido (le foglie debbono sempre restare all’aria). Quando la pianta è a riposo, cioè quando le foglie saranno completamente avvizzite, bisogna estrarre i bulbi, liberarli dalle foglie, pulirli da radici e pellicole morte e conservarli in scatole di carta in luogo fresco e asciutto.

Allora, buon compleanno, signor Tulipano!

L’orto del notabile

Nel piccolo comune di Marentino, adagiato sui dolci pendii della collina torinese, non si possono non visitare il palazzo e l’orto di Casa Zuccala, una casa-museo che, nella bella stagione, ogni domenica apre le sue porte agli appassionati di arte e di verde. Si tratta, infatti, di una dimora storica del Seicento, ampliata e restaurata nei secoli successivi, nella quale sono custoditi, con passione filologica, mobili e arredi piemontesi tra il Seicento e il Novecento.

Casa Zuccala di Marentino

Casa Zuccala di Marentino

Un orto di Casa Zuccala

Un orto di Casa Zuccala

Laura, affabile e colta proprietaria, illustra, stanza per stanza, il pregio e il significato storico e artistico di ogni elemento. Da tutti gli angoli della casa promana il fascino delle cose amate attraverso il Tempo perché tramandate di famiglia in famiglia, di generazione in generazione.

La finestra della sala da pranzo occhieggia l'orto

La finestra della sala da pranzo occhieggia l’orto

Di non minore fascino sono i giardini che circondano il palazzo, scrigni di sorprendenti curiosità, come le basi di antichi giochi di piazza realizzate nel giardino dei Tavolieri o come gli orti, vere e proprie collezioni di piante aromatiche disposte con rigore scientifico e coreografica eleganza.

Orto e giardino di casa Zuccala - Particolare

Orto e giardino di casa Zuccala – Particolare

I giardini di casa Zuccala ospitano decine di varietà di salvie, artemisie, viti storiche, peperoni e peperoncini (dal classico capsicum annuum delle cucine nostrane al velenoso “Trinidad Scorpion”, utilizzato per le armi a spray), piante esotiche (zenzero, curcuma, caffè, erba santa, cardamomo, tè), lavande, rosmarini, basilici e mente.

Varietà di Menta

Varietà di Menta

Varietà di Menta

Varietà di Menta

In questo contesto raffinato e suggestivo, lo scorso 28 luglio, in collaborazione, tra l’altro, con il Museo della Menta di Pancalieri, si è svolta la manifestazione “Profumi di Menta”, mostra-mercato dedicata a questa sublime pianta, che porta il nome della ninfa cantata da Ovidio nelle sue Metamorfosi, simbolo della meraviglia che può racchiudersi in una forma insignificante.

Mostra mercato della Menta

Mostra mercato della Menta

Il decano – bonsai

Non mi occupo solo di bonsai giovani, ma curo anche alberelli più anziani fra cui il decano della famiglia che quest’anno compie 42 anni. Mi era stato regalato quando ne aveva 12 e da allora è cresciuto praticamente sempre fuori casa, all’aperto anche d’inverno, tranne due perigliosi momenti. Durante l’estate il decano richiede parecchi interventi di potatura perché dimostra una sana esuberanza e i rami crescono vigorosamente da ogni parte. Molto spesso i rametti tagliati, se di struttura opportuna mi servono per fare talee da cui far crescere altri bonsai; ma le talee che faccio saranno oggetto di una chiacchierata futura. Al momento il decano gode di ottima salute sia pure dopo aver attraversato, come già accennato, due momenti particolarmente difficili.

Il primo è consistito nel fatto che inizialmente, tenevo la pianta all’interno dell’appartamento durante l’inverno, come d’altra parte suggerito da siti internet. Le foglie ne soffrivano notevolmente, ma questo mi ha costretto a provare a tenerlo all’esterno anche d’inverno sia pure protetto dal telo trasparente di una modesta piccola serra. Il risultato è stato splendido ed ora il metodo è diventato di routine.

L’altro periodo brutto è avvenuto durante un recente inverno freddissimo e con una durata particolarmente lunga del periodo con temperatura al di sotto dello zero. Mi sono accorto con un certo ritardo del fatto che la temperatura era veramente bassa e nel frattempo l’alberello ne aveva patito. Comunque dopo un ricovero in un locale illuminato dalla luce naturale e con temperatura di 5 – 6 gradi positivi (leggi soffitta) si è rimesso completamente ed ha ripreso a prosperare, come si può vedere dalle fotografie.

Il bonsai decano della collezione

Il bonsai decano della collezione

Questi fatti mi hanno inoltre costretto a constatare che, prima di affermare che un bonsai è morto, occorre fare accurate e paziente verifiche che possono durare mesi, cioè bisogna dargli il tempo di far ripartire il suo sistema vitale. Al di là della attenzione generica che occorre avere, una delle cure che mi piace particolarmente è quella delle radici, che nel caso di questi tipi di ficus possono assumere geometrie che secondo il mio gusto, sono gradevolissime. Anche qui occorre avere molta pazienza, ma un anno dopo l’altro si possono far crescere le radici modellandole opportunamente. Attualmente l’albero è alloggiato in un vaso giapponese di 44 per 34 cm, profondo 14 cm.

bonsai

Nella fotografia seguente si può osservare il dettaglio delle radici che sono state curate assecondando la loro geometria naturale.

Particolare delle radici

Particolare delle radici

L’ingegnere-giardiniere vi augura buona estate e … buona coltivazione.

 

 

L’orto, il bosco e il giardino della Madama Reale

L’orto, il bosco e il giardino della Madama Reale

Nel cuore di Torino, Palazzo Madama dona ai visitatori la sorpresa di un giardino segreto ospitato nel fossato del maniero. Nel bel mezzo della piazza più centrale della città, sotto l’egida della Mole Antonelliana e della Torre Littoria, attente sentinelle di un’antica Capitale, dal luglio 2011 si schiude agli appassionati del verde, sullo sfondo austero del Teatro Regio e dell’Archivio di Stato, un angolo davvero speciale, dove i rumori del traffico di piazza Castello, attutiti da un dislivello di oltre cinque metri, sembrano svanire lassù, quasi fossero in un’altra dimensione. Laggiù, in basso, il giardino di Palazzo Madama occhieggia sornione i monumenti cittadini, aspettando soltanto di essere scoperto. Un’inaspettata oasi di frescura e distensione accoglie pergolati di vite, siepi di bosso, ordinati carré coltivati a verdure ed erbe officinali, camminamenti composti da sezioni circolari di vecchi tronchi d’albero, così rinati a nuova vita.

IMG_3314

Il giardino di Palazzo Madama

Cinque metri sotto il piano di piazza Castello di Torino, un rievocativo angolo verde

Fontana e falconaia di gusto medievale

Fontana e falconaia di gusto medievale

IMG_3355

Ci sono anche una fontana e un lussuoso alloggiamento per uccelli, apprezzato da eventuali scoiattoli di passaggio, semmai ve ne fossero.

Tutto l’ambiente è stato ricostruito con passione filologica sulla base dei dati storici relativi ai giardini tardo medievali, scandendo gli spazi in settori a tema: il viridarium (o boschetto), l’hortus (nel quale prosperano corniole, peri, meli ma anche piante di ricino, cardo, santoreggia) e il iardinum domini (con le sue rose e le sue bordure di garofani, margherite, gipsofile, primule e viole).

Certamente elegante (oltre che opportuno) è il richiamo offerto da alcuni vasi, posti nel giardino padronale, alle ceramiche monregalesi esposte all’ultimo piano del museo dello stesso Palazzo Madama.

Vaso di ceramica

Vaso di ceramica

Il luogo è particolarmente evocativo, se si pensa che la Madama Reale Maria Cristina, sorella di Luigi XIII, vedova di Vittorio Amedeo I e reggente per il figlio Carlo Emanuele I, era appassionata di verde e di giardini, come dimostra la sua dedizione alla realizzazione della vigna della Regina, sulla collina torinese. E poi, così come il fossato era la miglior difesa dell’uomo medievale, nella caotica vita dell’uomo contemporaneo, la miglior difesa non è forse un tranquillo spazio verde?

Un orto sul mare

Nel medio Adriatico, tra la ferrovia e il mare, Adrio e Sandro coltivano il loro orto da oltre mezzo secolo. Zucchini, fagiolini, pomodori, cipolle, peperoni, indivia, lattuga, rucola, piselli, melanzane, basilico sprigionano la loro verde energia dalla terra e donano i loro profumi e i loro sapori alla tavola di una bella e numerosa famiglia (complici anche Almerina e Carmela, cuoche sopraffine e nonne esemplari di una moltitudine di nipoti grandi e piccoli).

Orto sul mare

L’orto sul mare di Adrio e Sandro

Orto sul mare

Altra visuale dell’orto di Adrio e Sandro

Le varie essenze vengono seminate in piccoli vasi di recupero, tenuti opportunamente al riparo dalle intemperie. Quando le piantine sono sufficientemente robuste, vengono messe a dimora in terra piena.

Piantina di zucchino in vaso

Piantina di zucchino in vaso destinata alla terra piena.

La sorpresa nasce dall’osservare il suolo che ospita questo piccolo ma prolifico orto: non ci si trova di fronte, come ci si potrebbe attendere, ad una terra scura e pastosa ma ad una rude miscellanea di terra e di sassi: anzi, di ciottoli da spiaggia.

Insalata dell'orto

L’insalata sfida i ciottoli

Sandro, con il suo sorriso paziente, spiega che il segreto è la fertilizzazione, all’inizio della primavera, con lo stallatico equino e poi, durante tutta la bella stagione, con il guano delle galline ospitate nel pollaio che separa l’orto dalla massicciata ferroviaria.

Le galline amiche dell'orto

Le galline amiche dell’orto

Lo stallatico – continua Sandro – viene cosparso con l’ausilio non di una vanga ma di un forcone, i cui rebbi accuminati consentono di scovare segreti interstizi di terriccio morbido in mezzo alla durezza dei ciottoli.

Forcone per l'orto

Il vecchio forcone.

L’osservo: si tratta di un attrezzo con i segni di decenni di fatiche e con una forma semplice, schietta: emblema di un’onesta e saggia cultura contadina, di un’Italia davvero per bene.

Il glicine e l’orologio di Milano

Ho come amabile vicino un glicine ultraottuagenario che mi usa la cortesia di non produrre alcun fiore per evitarmi l’esplosione di antipatiche allergie. Questo anziano signore dalla chioma verde, completamente nudo d’inverno, nonostante la veneranda età, gioca come un ragazzino.

Ve lo ricordate il gioco che si faceva da bambini chiamato “L’orologio di Milano”? Un giocatore, nel ruolo di “controllore”, voltava le spalle agli altri, tutti su una riga ideale di partenza. Con voce alta e cadenzata diceva, senza mai girarsi: “l’orologio di Milano fa … tic tac!”. La velocità di pronuncia di questa frase poteva variare: talvolta era lentissima, talaltra rapidissima. Subito dopo avere terminato la frase, il controllore si girava di scatto e osservava gli altri giocatori, che, nel frattempo, dovevano cercare di avanzare il più possibile verso il controllore, avendo cura, però, di restare assolutamente immobili nel momento in cui questi si girava verso di loro. Veniva espulso il giocatore che si faceva cogliere in movimento. Vinceva la partita, invece, chi riusciva, in più riprese, a raggiungere il controllore senza mai farsi vedere in movimento da quest’ultimo.

Tutte le mattine mi sveglio e il glicine vicino a me si comporta come se io fossi il controllore e lui il giocatore in gara. E’ come se allungasse le proprie fronde soltanto nell’arco di tempo in cui nessuno lo osserva, rimanendo invece beffardamente immobile ogni volta che lo sguardo di qualcuno gli si posi addosso. Quest’anno ho deciso di documentare questo “gioco” nell’arco di tempo tra aprile e giugno. I risultati sono sorprendenti.  Guardate voi stessi.

Glicine 19 aprile

Glicine 19 aprile

Glicine 22 aprile

Glicine 22 aprile

Glicine 23 aprile

Glicine 23 aprile

Glicine 30 aprile

Glicine 30 aprile

Glicine Primo Maggio

Glicine Primo Maggio

Glicine 4 maggio

Glicine 4 maggio

Glicine 5 maggio

Glicine 5 maggio

Glicine 6 maggio

Glicine 6 maggio

Glicine 9 maggio

Glicine 9 maggio

Glicine 13 maggio

Glicine 13 maggio

Glicine 14 maggio

Glicine 14 maggio

Glicine 16 maggio

Glicine 16 maggio

Glicine 21 maggio

Glicine 21 maggio

Glicine 25 maggio

Glicine 25 maggio

Glicine 10 giugno

Glicine 10 giugno

L’anziano glicine giocherellone, nell’arco di poche settimane, ha raggiunto il controllore prima che l’orologio di Milano facesse … tic tac !